29.04.2026

Per una ridefinizione del desiderio. Dry Season di Melissa Febos

Un racconto di astinenza per intessere un dialogo con se stessi e con il proprio piacere

Che sia l’immagine della pioggia ad aprire un memoir su un lungo periodo di astinenza sessuale è già di per sé una scelta singolare, eppure non è l’unica scelta insolita compiuta dalla sua autrice. Melissa Febos, professoressa di scrittura non-fiction e autrice di diversi saggi, ne affida il racconto alle pagine di Dry Season. Il mio anno di piacere senza sesso, pubblicato da nottetempo con la sapiente traduzione di Federica Principi. È il diario di questa decisione, per certi versi “radicale”, e del percorso che ne è scaturito.
All’indomani del fallimento di una relazione tossica e sofferta, solo l’ultima di una lunga serie di rapporti, Febos ha deciso: per tre mesi (che diventeranno un anno) eviterà sesso e appuntamenti e incontri, sottraendosi così a una dinamica seduttiva che conosce fin troppo bene e che per anni ha definito tanta parte della sua identità. Forse è arrivato per lei il momento di fermarsi, di sperimentare la castità. Un proposito che non è un semplice esercizio di autocontrollo o disciplina, ma che anzi prende la forma di un atto di discontinuità necessario per chi, come lei, ha vissuto una sequela pressoché ininterrotta di relazioni (fallimentari), da cui lei stessa si dice sfinita.

«Avevo conosciuto la mia prima fidanzata a quindici anni e i successivi venti li avevo passati a saltare da una relazione all’altra. Ero una monogama convinta, i finali di molti miei rapporti si erano sovrapposti agli inizi di quelli successivi, un filo di perle a comporre la mia storia amorosa.»

Nel mezzo, «un codazzo di flirt», una sfilza di appuntamenti. L’abbondanza di sesso, di appuntamenti e di occasioni d’incontro viene dai più concepita come una forma di privilegio irrinunciabile, da cui troppo spesso facciamo dipendere la percezione che abbiamo di noi stessi, l’immagine che diamo agli altri. È un campo nel quale agiscono forze spesso in opposizione: la volontà di compiacere, la tensione alla fuga, l’esercizio di potere, la seduzione. Sono giochi in cui la vera ricompensa diventa la conferma di essere desiderabili. Eppure Febos si sentiva infelice: «Mi sentivo selvatica e triste e non riuscivo a spiegarmelo, ma sapevo che qualcosa doveva cambiare».
Ciò che Febos tratteggia è un percorso, una delle maniere possibili per uscire da schemi radicati e arrivare a una forma di libertà emotiva più aperta e consapevole. Quando decide di impegnarsi seriamente nel suo anno di celibato, intraprende un’analisi rigorosa del proprio passato di relazioni: un inventario completo dei rapporti vissuti alla ricerca di schemi ricorrenti. Lo scopo non è raccontarli in modo ordinato o giustificarli, bensì osservarli senza filtri: niente spiegazioni rassicuranti, niente scuse, solo uno sguardo diretto sui difetti, sulle responsabilità di cui bisogna farsi carico. La speranza è che questa panoramica ampli la sua comprensione delle falle di quelle relazioni, dei suoi stessi modelli di comportamento, evitando fin dove possibile di addolcire e idealizzare i ricordi.

melissa febos

Per chi ha vissuto nella dipendenza (sotto qualsiasi forma si presenti, e Febos col suo passato da ex tossicodipendente da eroina sa di cosa parla), la libertà si misura in giorni. Prima della castità, per vent’anni, non ne era passato uno senza che cercasse di adattarsi e contorcersi al servizio dei desideri altrui. Sostituire quell’orgoglio e la sicurezza dati dal sapersi «brava a guadagnarsi l’affetto del proprio oggetto d’amore» con indipendenza e interdipendenza diventa così un gesto profondamente politico. Febos interroga non solo i suoi legami ma le spinte culturali, emotive e simboliche che li hanno resi possibili e ne hanno determinato l’andamento. Per lei è il desiderio stesso a necessitare di una ridefinizione, essendo spesso deformato da aspettative esterne. In tal senso, il percorso di trasformazione viene scandito tanto da gesti minimi quanto da scelte solo apparentemente superficiali. La rinuncia ai tacchi alti in favore delle sneakers non è solo dettata dalla comodità, ma si fa riconoscimento di una parte di sé sottovalutata o addirittura rimossa nello sforzo costante di aderire a un ideale ben preciso di appetibilità. Allo stesso tempo, Febos si immerge in un esercizio costante di trasparenza emotiva. Durante il suo periodo di castità si trova di fronte a diverse situazioni in cui le risulterebbe di gran lunga più semplice rimettere in atto quegli stessi schemi romantici e sessuali immediati e radicati… Rigettandoli, anche solo momentaneamente, Febos scopre una nuova forma di piacere in un certo senso autosufficiente, che trova nuove coordinate nel tempo dilatato, nella creatività e nelle gioie dell’amicizia.

Per questo Dry Season non si limita al resoconto di un mutamento individuale, ma alimenta una riflessione generale su un assetto relazionale e culturale fin troppo orientato alla dipendenza affettiva e profondamente imperniato sulla coppia, in cui la volontà di sapersi “scelti”, come partner romantici o sessuali, occupa ancora una posizione dominante. Febos analizza e mette a nudo questo paradigma: la tendenza all’egoismo nelle relazioni sentimentali, la fatica di sottrarsi a modelli interiorizzati, il confronto con la scoperta di essere «una persona terribile in modi tanto ordinari» e il dolore di sapersi alla deriva a dominare desideri che spesso non appartengono davvero a chi pure li prova, non hanno origine nell’individuo. Febos è abile a indagare queste complessità e le contraddizioni, sue e delle proprie amanti, individuando così una possibile alternativa.

«Sapevo che tutta quella fatica l’avevo spesa per il mio stesso conforto. Non era per amore che cercavo di compiacere gli altri, ma per lo sforzo di placarli così da essere affrancata dalla mia stessa ossessione di compiacere.»

melissa febos

Il racconto intimo di Febos può essere interpretato come uno sforzo di ridefinire il desiderio, o meglio di fornirgli una base emotiva e concettuale nuova, più onesta, per molti aspetti più benevola. Man mano che il percorso procede, la consapevolezza dell’autrice si approfondisce e non mancano le prese di coscienza più amare. Quando condivide il suo inventario relazionale con una guida spirituale, il giudizio è impietoso, e così scopre che anche lei è una persona che usa gli altri. Sulle prime si difende, definendosi una people pleaser, una persona compiacente oppure semplicemente «un tipo da relazioni». Eppure l’ammonimento è immediato, perché compiacere gli altri è comunque usarli, abusarne in un certo senso.
Per tutta la sua indagine Febos non è sola, ma si rivolge di continuo a figure femminili del passato che hanno praticato diverse forme di astinenza e con loro, un ideale coro di insegnanti di elezione con cui confrontarsi, intessendo un dialogo che ha del commovente. Tra queste incontriamo le beghine del Medioevo, le mistiche con i loro scritti, Virginia Woolf, Saffo e soprattutto Hildegard von Bingen con le sue visioni e la sua potenza.

Quella fase che inizialmente percepiva come una «stagione secca» si rivela invece un periodo di inattesa fioritura: emotiva e soprattutto creativa. Uno spazio nuovo, sgombro dalle richieste, dai desideri e dal peso emotivo degli altri in cui l’autrice può infine «liberare le mani affinché a riempirle sia qualcosa di meglio». Per la prima volta nella sua vita adulta, intorno ai trentacinque anni, sperimenta una solitudine autentica che si trasforma in risveglio. E proprio perché non vuole restare casta per sempre, né darsi a forme estreme di ascetismo e solipsismo, comprende che la sfida successiva sarà imparare a stare con qualcuno a partire proprio dal punto di approdo, da quella sensazione di ritrovata inesperienza.

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