Dacché l’opera e il commento sull’opera esistono, ogni recensore comincia a scrivere a partire da una fine, da un’ultima pagina che, sfogliata, al contempo esaurisce il discorso artistico e ne avvia il prosieguo; il lavoro dell’autore – o lavoro attraverso l’autore, per chi ancora non svergogni l’opzione per cui alle volte l’uno è agito, per non dire ispirato dalla scrittura – si deposita nell’intimo di chi ha concluso la lettura, sedimenta ed evolve, depone e assume significati. Sicché è asseribile che un libro, proprio in virtù della sua corsa verso il retro di copertina, non conosce una vera e propria fine; o meglio, con il paradosso, un estremo cartaceo si realizza, cioè diventa reale grazie al suo prolungamento in estremi ideali e plurali, vivi e vegeti nelle diverse sensibilità dei lettori.
Perché tanta pedanteria? Perché davvero, al di là dei facilismi tipici delle formule fatte e dei motti di incoraggiamento, ogni finale è un’apertura. In questo senso, non esiste finale più aperto di quello tratteggiato dalla parabola umana e poetica di Pietro Polverini (Camerino, 1992), scomparso prematuramente nel novembre 2023 e caduto in stato comatoso poco dopo la pubblicazione del suo libro d’esordio, Indice sommario di sbiadimento (peQuod, 2022).
L’intera opera di Polverini riflette questa commistione di inizio e fine, a partire dal titolo del suo primo manoscritto: che cos’è l’indice se non l’apparato orientativo di ogni lettura, si collochi esso al principio o in chiusa del corpo testuale? E che cosa suggerisce l’aggettivo “sommario” se non la precarietà di ogni operazione definitoria, di tutti gli indici verbali? La parola è un appunto preparatorio, confrontata alla dismisura della realtà o dell’immaginario che cerca di rappresentare, tanto più quando la si relazioni a quella dissolvenza progressiva e non-tracciabile che si compie vivendo e che l’autore chiama “sbiadimento” (etimologicamente, “sfibratura cromatica”[1] del pigmento blu). “Indice sommario” è un’apposizione metapoetica, guarda all’opera come abnegazione e imprecisa non-definitiva meditazione sullo sparimento autoriale. Il libro d’esordio di Polverini è allora un volume aperto, nonostante si svolga in nome della fine e malgrado, come ogni risultato letterario, risponda all’intento di custodire un’esperienza in una forma d’unità.
Chi va in vacanza spera sempre
di non tornare, di vedere la pelle
sciogliersi in una lingua di cloro.
Mancare è una veste chiara,
un altare infuso in acqua,
un chiodo da cui cominciare.[2]

La scomparsa dell’autore ha di fatto provato a chiudere un cantiere poetico che la recente raccolta a cura di Francesco Ottonello, La nostra villeggiatura celeste. Poesie 2012-2021 (Interlinea, 2025), ha invece spalancato. Nato in seguito e a causa della “vacanza” (etimologicamente) della persona e del poeta, questo libro assembla entro un macrotesto sapientemente costruito la «storia appuntata in faldoni»[3] che era rimasta inespressa dai «brogliacci».[4] Anche qui l’appunto, l’immaginario della bozza con la sua sfera lessicale e semantica tradiscono, complice la loro insistente ricorrenza, il già accennato sentimento del limite e la conseguente sommarietà di qualsivoglia sforzo di ripetizione verbale o mnestica del mondo; l’io poetico si trova spesso alle prese con qualcosa o qualcuno che lo eccede, la cui trasparenza offusca il «gioco» del suo inchiodamento:
Appunto telegraficamente la trasparenza
che tratteggi e riservi sbiancando
da una finestra di un corpo in volo.Inchiodato nella calligrafia piana
e scoscesa un dattiloscritto
che ti incastra cauto al gioco.[5]
La nostra villeggiatura celeste raccoglie più di cento poesie che Polverini aveva escluso da Indice sommario di sbiadimento: è un libro nato da ciò che non è mai nato. Di fronte allo statuto ontologico di tale operazione editoriale, viene quasi delegittimato ogni giudizio critico sui singoli testi, in quanto ancora virtualmente inconclusi, nonostante la maggior parte di essi trasmetta l’idea di una perfezione (etimologicamente). Sarebbe possibile esprimersi sulla costruzione macrotestuale, ma anche questa trascende la volontà autoriale, e chiunque desiderasse informarsi sulla curatela di Ottonello potrebbe fare riferimento alla preziosa introduzione e alla meticolosa nota critico-filologica in calce al volume. Come porsi, allora, nei confronti di un libro così aperto? Che cosa si può dire in merito a un retroscena esentato dalla parola “fine”, la cui fine è un altro libro, l’esordio, e si chiama «indice»? Bisogna tenere fede all’apertura e coltivarla, assumere il regno dell’interrogativo come punto di partenza e di arrivo del ragionamento. L’opera omnia di Polverini, si è detto, mescola in più stazioni inizio e fine, ma annovera l’ossessione per un luogo, nella fattispecie, che si apre alla chiusura: il sonno è questo posto chiuso e aperto per eccellenza.[6]

Metafora quanto mai fedele di quella malattia della psiche che inibisce ogni entusiasmo o forza di volontà, il sonno è un mostro diurno che interferisce con la vita quotidiana del soggetto poetico, perlopiù manifestandosi come improvvisa castrazione di un traguardo o di un incontro che altrimenti nascerebbe. In diverse occorrenze esso minaccia il momento della scrittura («È sempre all’altezza di questo bagliore / che mi reclama lo sbaglio di un sonno»),[7] perciò il suo «agguato» è invitato a «tardare»[8] («Che il sonno non mi lasci la testa subito monca»);[9] altrove l’assopimento è più simile a un’alienazione che tarla i rapporti intrapersonali, e non soltanto quelli che coinvolgono l’io lirico («i gomiti affiancati nel sonno / di uomini – non altro – che mai / si sarebbero posseduti»).[10]
Il sonno è tuttavia anche il momento ristorativo per eccellenza, viene invocato quando è smarrito o nelle circostanze in cui può servire l’assist per «fuggire i mondi»,[11] distogliendo il soggetto dalla sofferenza di una realtà a tratti eccessivamente spaventosa o insopportabile («Dietro la vitrea parete del sonno / sono un povero in pace»).[12] Non a caso il campo semantico del sopore e le sue declinazioni lessicali («sonno/i», «sogno/i», «letto», «lenzuolo/a», «coperte», «trapunta» et al.) sono frequenti in concomitanza con il tema amoroso, soprattutto nei testi in cui si avverte una considerevole distanza tra la voce poetica e il suo desideratum. Spesso il sonno interrompe il pensiero della separazione, qualche volta delimitando un ambiente onirico in cui è di nuovo possibile risolvere la lontananza con una seconda persona, anche se entro lo spettro di un’incomunicabilità tristemente più vasta:
svelenivo l’ultima edizione del sogno
un barlume quieto in cui parlavi
una lingua intraducibile,
riconducendo la tua comparsa
ad intermittenza sul lungo
canale acquatico del sonno.[13]

In una poesia de La nostra villeggiatura celeste, Polverini descrive il sonno come una «bestia ancipite» e ne distingue i volti: il primo, notturno, è «lungo, disteso a volte turbato / prestato al lavoro / contraltare d’oblio»; il secondo, quotidiano, è invece partorito dalla «noia / sul fianco della sera».[14] Se quest’ultima forma di assopimento somiglia al mostro diurno descritto pocanzi, artefice della chiusura e dell’inibizione delle realtà possibili, è interessante spendere ancora qualche parola a proposito del «Giano»[15] notturno, se non altro per ovviare all’ipotesi per cui questo non sia lo stesso sonno oblioso e ristorativo invocato più spesso dall’io poetico; l’apposizione «contraltare d’oblio», infatti, potrebbe sollevare qualche perplessità.
Anche Indice sommario di sbiadimento annovera un componimento in cui al volto amico del sonno è contrapposto l’oblio e associata la memoria («Il campanello del sonno ha portato / la pietà delle gracili e fresche tenebre / divinità in soccorso di memoria»)[16]: per quale motivo? Il riposo notturno è un’ancella del giorno, poiché rende quest’ultimo distinto dalla notte e garantisce al dormiente di recuperare le energie che gli serviranno l’indomani. In questo senso, il raccoglimento del mondo e dell’io nel medesimo punto, quello del sonno, è certamente una chiusura, una soluzione di contiguità diurna; tuttavia, tale interruzione è funzionale all’apertura del dì successivo: Giano-notturno è «prestato al lavoro». Tale cesura obliosa della vita quotidiana, distinguendo chiaramente tra ieri e oggi, consente all’individuo di accedere a un bacino di tempo passato dal quale estrarre i ricordi attraverso l’esercizio della memoria. In ultima istanza l’oblio, che garantisce una via di fuga da determinate situazioni, è anche ciò che ne salvaguarda l’apertura di nuove. Nella poesia di Polverini, il sonno
«significa che ad un certo momento, per agire, bisogna cessare di agire, – che ad un certo momento, pena il perdermi nel vagabondaggio, io devo fermarmi, trasformare virilmente l’instabilità dei possibili in un solo punto d’arresto sul quale io mi stabilisco e mi ristabilisco».[17]
Per concludere, se il “lavoro” del poeta dipende dal sonno, a maggior ragione l’opera non può che aprirsi rispondendo a una chiusura. E allora «Accasciati Pietro che arriva novembre»[18] è un verso doppiamente profetico: da un lato è come se l’autore, ventenne, prevedesse il mese della propria morte; dall’altro, sembra che proprio in funzione di questa egli perseverasse nell’esercizio della scrittura: trascorsi due anni, di nuovo a novembre, la coincidenza fra lo sbiadimento e la pubblicazione de La nostra villeggiatura celeste conferma silenziosamente la norma non scritta che regola, di fine e inizio, biunivocità e corrispondenza.
[1] P. Polverini, Indice sommario di sbiadimento, Italic peQuod, Ancona 2022, p. 49.
[2] Ivi, p. 27.
[3] P. Polverini, La nostra villeggiatura celeste. Poesie 2012-2021, a cura di F. Ottonello, Interlinea, Novara 2025, p. 24, v. 5.
[4] P. Polverini, Indice sommario di sbiadimento, cit., p. 14, v. 4.
[5] P. Polverini, La nostra villeggiatura celeste, cit., p. 83.
[6] A conferma dell’ossessione per il tema del sonno, al di là dell’insistenza del motivo nei due libri, si consideri l’intera sottosezione III. Ecloghe del sonno, in Gennaio (2017-2019).
[7] P. Polverini, La nostra villeggiatura celeste, cit., p. 24, vv. 1-2.
[8] Ivi, p. 22, vv. 1-2.
[9] Ivi, p. 74, v. 1.
[10] Ivi, p. 35, vv. 7-9.
[11] Ivi, p. 75, v. 2.
[12] Ivi, p. 49, vv. 6-7.
[13] P. Polverini, Indice sommario di sbiadimento, cit., p. 19.
[14] P. Polverini, La nostra villeggiatura celeste, cit., p. 76.
[15] Ibidem.
[16] P. Polverini, Indice sommario di sbiadimento, cit., p. 30, vv. 1-3.
[17] M. Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi, Torino 1975 (ed. or. 1955), p. 234.
[18] P. Polverini, La nostra villeggiatura celeste, cit., p. 143, v. 1.
In copertina: Salvador Dalì, Il gioco lugubre, 1929, dettaglio