«Perché hanno messo la colazione sui pannolini? avrei potuto chiedere, se lì ci fosse stato un altro adulto. Non c’era.»
A seguito di eventi come una gravidanza, un divorzio, la nascita di un figlio, quando l’unico interlocutore è anche il più inaffidabile perché il più coinvolto, il processo di ridefinizione del sé è complesso, destinato a una serie di fallimenti che non assicurano in nessun modo il raggiungimento di un equilibrio. Nel suo ultimo libro, Parti femminili. Un memoir (NN editore, nella traduzione di Isabella Zani), la scrittrice Leslie Jamison si muove all’interno di confini molto angusti, a tratti claustrofobici: quelli di un nuovo appartamento, piccolo e sconosciuto, dove deve reimparare a muovere i primi passi proprio come la sua bambina di tredici mesi. Dopo la fine del matrimonio con C., adesso che ricominciare implica prevedere tutte le situazioni (i problemi, i drammi, gli imprevisti) che potrebbero avvenire perché non ci sarà l’altro a intervenire in suo soccorso, la protagonista riconosce l’enormità del fardello sulle sue spalle. Se è stata una sua decisione interrompere con suo marito, da che pulpito può lamentarsi che è tutto così difficile? Come può permettersi un qualunque tipo di recriminazione rispetto a una situazione che ha fatto accadere lei stessa?

A questo e a moltissimi altri interrogativi Jamison si sottopone con lucidità disarmante: lei, che aveva già raccontato con grande maturità del suo alcolismo (nel 2014, The Empathy Exams: Essays), ancora una volta si serve della letteratura per scrutare là dove si cela il non detto, il taciuto. Gli egoismi, le menzogne, il normale corso della vita di una persona qualunque, che è appena diventata madre e che ridiscute continuamente le proprie decisioni perché la paura del fallimento sarebbe insostenibile.
Come fosse una lunghissima e impietosa seduta dall’analista – intervallata da un lessico amoroso che si serve di guizzi creativi e metafore in un dialogo che sarebbe tutto sommato uniforme –, l’autrice sviscera le contraddizioni dell’essere adulti, nella consapevolezza che il ritratto che sta andando a comporsi non è forse nobilitante, ma certamente è onesto e non edulcorato. Come ogni Fuggitiva che si rispetti (la collana di NN che raccoglie le storie di donne), anche per questo titolo della serie dell’editore si porge l’orecchio all’identità femminile, frammentata tra la donna adulta che desidera emanciparsi dalla sé bambina (non mostrando, ad esempio, quel bisogno vitale di rivolgersi continuamente alla propria madre laddove da sola non riesce), l’insegnante e scrittrice che ha una carriera a cui non vuole rinunciare e la madre che voterebbe la sua intera esistenza per quella creaturina da cui non riesce a separarsi, neppure quando deve lasciarla andare da suo padre.
«In quest’antico rituale, in questa visione di un unico corpo che faceva tutto, ritrovavo una versione distorta delle mie personali illusioni di autonomia: la donna che si faceva uomo per generare il feto, poi tornava donna per condurlo a sviluppo, e infine partoriva se stessa. Che non aveva bisogno di un uomo bensì lo diventava. Che faceva tutto il necessario.»
L’ammissione di aderire, con la sua storia, allo stereotipo che vuole le donne indipendenti a ogni costo, forti a ogni costo, madri a ogni costo, è un ulteriore mossa verso lo scardinamento dei pregiudizi sovraimposti da una società di stampo patriarcale e, spesso, dalle donne stesse, che li hanno inglobati e fatti propri. Essere efficienti, avere attenzione costante, elargire cure amorevoli, ma anche intrattenere relazioni col prossimo, affascinare gli uomini, lavorare come se un uragano non avesse stravolto l’intera vita: Leslie non vuole venire meno a nessuna di queste mansioni, per le quali è disposta a mettere da parte ogni altra sfaccettatura che la contraddistingue. Davanti ai suoi studenti, allora, impara a mostrarsi in gamba, in grado di conciliare maternità e lavoro; davanti agli uomini, attraente e compiacente. Solo nelle mura di casa, può concedersi, in un soliloquio commosso e commovente, di essere tutto e niente.
Esistono, in Parti femminili, due piani della narrazione. Quello della Jamison scrittrice, che si serve del tempo e degli spazi per ricostruire un periodo preciso della sua vita in maniera quasi diaristica. E quello, più stratificato e più fragile, della Jamison protagonista, che non solo si racconta continuamente storie – «non ero sicura di quale arco narrativo stessi seguendo» – ma a tutti i costi vi tenta di aderire, smussandosi e plasmandosi per entrare nella parte. In questo dialogo tra autofinzioni e ammissioni di colpe, il memoir è popolato da tutte quelle zone grigie di cui è fatta l’esistenza. Dal privilegio di poter trascorrere lunghe mattinate passate nei musei con la bambina nel passeggino ai messaggi no stop con un bell’uomo che vive lontano e di cui potrebbe innamorarsi, al servizio fotografico per il suo libro in uscita mentre sua madre è di là (di nuovo) a badare alla piccola per permetterle di sentirsi autonoma.

«Sappiamo tutti che è meglio non andare affamati al supermercato, perché altrimenti ci viene voglia di mangiare tutto quello che vediamo. Certe volte l’ambizione mi faceva quell’effetto. Volevo tutto perché non mi ero saziata altrove.
O meglio, quello che gli altri definivano ambizione pareva spesso – a me – più come una giustificazione della mia esistenza. Se avevo fallito nell’essere felice, allora il successo mi sembrava un premio di consolazione. Come se un qualunque tribunale dovesse chiedermi: Sei stata felice?
E io potessi rispondere: Be’, no. Però ho fatto tutte queste cose.
[…] Se tutto il libro parlava di come sgominare l’Io, perché avevo acconsentito alla vanità di quel servizio fotografico? Il mio Io era ancora tutto lì, e voleva un succo verde. Voleva tutto il succo verde. Voleva che quel libro sulla modestia finisse nella classifica dei bestseller e ci restasse.»
Se il conflitto etico esiste – ed esiste – ed è ingombrante nella sua presenza, esso si rivela altrettanto inutile finché si è in grado di superarlo, se può essere accantonato in nome di qualcos’altro. Quando, ancora in ospedale, la allontanano fisicamente dalla bambina, dalla quale pure sente di non potersi staccare, la prima cosa che fa è tirare fuori il suo portatile.
Parti femminili è tutto quanto detto finora, ma è anche e soprattutto una egoistica dichiarazione d’amore nei confronti del sé. Leslie ama la sua bambina, ama sua madre, ama alcune sue amiche e (forse) anche un paio di quasi fidanzati, ma con questo resoconto autobiografico sta forse dicendo che sì, si ama anche e forse soprattutto per quel «cuore ferocemente volubile» (come l’aveva definita il suo ex) che la caratterizza. C’è, in tutto il libro, uno sguardo che volge sempre all’interno: ogni episodio è riscritto in funzione dell’effetto che ha sortito su di lei. E non potrebbe essere altrimenti.