La mia storia con Oriana Fallaci comincia con Jack London. Da ragazzino, fra i dieci e i dodici anni, ero ossessionato da London e mi capitò fra le mani una copia de Il richiamo della foresta introdotto da lei. Non sapevo chi fosse, perché a quei tempi Internet non era sempre a portata di mano come adesso, ma dal momento che la sua introduzione parlava di London la lessi con avidità. Ancora oggi mi sembra una delle cose più sentite e vere che siano mai state scritte su London; ne conosco alcuni brani a memoria. Fallaci scriveva di avventura, di amore, di giornalismo, di libri, di ribellione, in una parola di vita. L’introduzione è latitata a lungo dalle nostre librerie, ma nel 2016 la Rizzoli l’ha riproposta in un volume molto bello.

Così scoprii chi era Oriana Fallaci. Negli anni seguenti, via via che crescevo e le mie letture cambiavano, mi fu detto che “la Fallaci”, come la chiamavano tutti, era una grande giornalista ma anche una razzista, una fascista, una poco di buono, una stronza. Io però ricordavo le sue parole su Jack London e continuavo a pensare a lei con rispetto e ammirazione. Non la leggevo. Forse non sapevo neanche che avesse scritto dei romanzi. Avevo quindici anni e amavo degli scrittori molto diversi da lei. Amavo degli scrittori veri e non pensavo che lei potesse esserlo. No, mi dicevo, Oriana Fallaci era una giornalista.
Passarono gli anni. A causa della sua avversione per l’Islam Oriana Fallaci divenne suo malgrado un gagliardetto della destra xenofoba. Io me ne fregavo. Uno scrittore non è ciò che gli altri dicono che sia bensì ciò che lascia scritto, pensavo, e in ogni caso avevo altro da leggere. Tuttavia quando qualcuno parlava male di lei – e capitava spesso – mi tornavano in mente le sue parole su Jack London e la difendevo. Posto che avesse bisogno di essere difesa, e che io fossi in grado di farlo.
Poi morì. Nel 2006 ero già un lettore ben formato e così mi avvicinai ai suoi libri, non soltanto alle interviste e ai reportage ma anche ai romanzi. Qua e là la sua scrittura mi parve macchinosa, ciononostante quando il suo sdegno e il suo cuore si accendevano non era seconda a nessuno. Non divenne una delle “mie” autrici, comunque. Ho ben altro da leggere, pensavo.
Sono trascorsi molti anni. Pian piano la mia libreria “Fallaci” si è andata allargando, anche se ho sempre molta difficoltà a leggere i suoi romanzi e prediligo le interviste e gli articoli e perfino i libri postumi, in particolare Il mio cuore è più stanco della mia voce (Rizzoli) e Solo io posso raccontare la mia storia (Rizzoli). Dubito che “l’Oriana” – come talvolta veniva chiamata dai colleghi – mi perdonerebbe. In una prefazione a Penelope alla guerra (Rizzoli) Concita De Gregorio la definisce «la più grande giornalista del Novecento», salvo poi aggiungere che Fallaci avrebbe trovato questa definizione «orrendamente riduttiva, sessista e provinciale»; lei che fece scrivere sulla propria lapide: “Oriana Fallaci. Scrittore”, lei che forse non era una grande scrittrice ma una scrittrice – uno scrittore – certamente sì.


Ci si dimentica spesso che Oriana Fallaci nasce dalla Resistenza. Lo dice lei stessa: “La Resistenza mi ha creata. Mi ha resa quello che sono. Perfino nella problematica del dubbio, della contestazione perpetua.” A causa della sua strenua difesa della Resistenza, per esempio, Fallaci romperà con Indro Montanelli, che pure stimava molto, scrivendogli: “Non infangare la Resistenza che è stato uno dei nostri momenti più belli! Io non te lo permetto, Indro, e se ci proverai scrivendo sull’Italia dei giorni nostri, nei tuoi libri di storia, ti farò a pezzi: te lo giuro.” E fu sempre grazie alla Resistenza che una Fallaci adolescente comprese appieno e amò Il richiamo della foresta di Jack London.
Fallaci scrive, in quella prefazione che incantò un’altra adolescenza, la mia:
«Un giorno fui fermata a un posto di blocco dai tedeschi, mentre accompagnavo verso le linee un americano, e per passarla liscia sorrisi ai tedeschi: gli scodinzolai come un cane. E di nuovo compresi Buck, le sue furbizie, il suo istinto di sopravvivenza, il suo egoismo che non era egoismo ma strategia in vista di una libertà da riconquistare. Perché per vincere il male che si combatte solo col male bisogna prima sopravvivere, non perdersi in piccole inutili audacie. Sto dicendo che Buck fu per me una lezione di guerra, di guerriglia, di vita. E come tale guidò la mia adolescenza, la verde stagione che m’avrebbe portato ad essere ciò che spero o cerco d’essere: una donna disubbidiente, insofferente d’ogni imposizione. Altri si formarono su testi più sacri. Io mi formai sul calvario di un cane. Altri ebbero eroi più importanti. Il mio eroe fu un cane.»
L’eroe di Oriana Fallaci era un cane. Ma ne aveva anche altri: suo padre, che fu per l’appunto un partigiano, lo stesso Jack London, che Fallaci non smise mai di leggere, e più avanti Alekos Panagulis, che amò e a cui dedicò il suo romanzo più bello, Un uomo (Rizzoli). Amava e stimava pure diversi astronauti statunitensi, come racconta in Se il Sole muore (Rizzoli), per il loro coraggio e la loro disciplina. La stima era ricambiata: uno di loro, Pete Conrad, comandante dell’Apollo 12, portò una fotografia di Oriana sulla Luna.


La vita di Oriana Fallaci è forse la sua opera più bella. Quanto alla sua opera vera e propria, direi che Fallaci si potrebbe definire uno di quei grandi outsider come Malaparte, cioè una scrittrice isolata ma popolare, con un carattere forte, che non ha avuto paura di vivere le guerre del suo tempo (e di scriverne) e che è stata a lungo fraintesa. Peraltro lei e Malaparte si conobbero. Fallaci era appena una ragazzina, muoveva i primi passi nel giornalismo; anni dopo raccontò:
“Malaparte mi portava a spasso per la Toscana e, come un aruspice che studia il volo degli uccelli, mi annunciava un glorioso futuro. ‘Lei mi somiglia, Oriana! Un giorno avrà un successo strepitoso. Però non in Italia: all’estero. In Italia la odieranno a morte come odiano me.’”
Spingendo il discorso più in là, si potrebbe dire che Oriana Fallaci ha più genio di Malaparte ma anche – letterariamente – meno talento. Alcune pagine dei romanzi di Fallaci possono sembrare legnose o datate; altre invece spiccano il volo grazie alla forza di uno stile che gronda di passione e nerbo e che perciò incanta, non smette di incantare.
“In Italia la odieranno a morte” profetizzava dunque Malaparte, e non sbagliava. Oggi Oriana Fallaci è infatti detestata dai tanti lettori capaci di apprezzare soltanto gli intellettuali che la pensano – o che dicono di pensarla – come loro. In pochi le perdonano il suo antislamismo, che tuttavia, occorre ricordarlo, ha radici lontane, forse addirittura nella Resistenza, e che è ben coerente con la sua storia personale. Come dimenticare l’Oriana Fallaci che si toglie il chador – il velo islamico – dinanzi al “Grande Ayatollah” Khomeini, nel 1979? Come non capire l’ormai anziana Fallaci che vede la sua New York andare in fumo l’undici settembre del 2001, attaccata dai Kamikaze di Osama bin Laden?
Chi disprezza o insulta Oriana Fallaci senza tentare di capirla pecca di presunzione. Il suo è un punto di vista necessario, comunque la si pensi al riguardo, perché un intellettuale non è un jukebox e non deve mai scrivere ciò che ci si aspetta da lui, e Fallaci non lo faceva. Si definiva un’anarchica e lo era. Torniamo alle sue parole sulla Resistenza: “La Resistenza mi ha creata. Mi ha resa quello che sono. Perfino nella problematica del dubbio, della contestazione perpetua.”
Una contestatrice, quindi. Forse una rompiscatole, come lei stessa riconosceva. Ma anche una grande giornalista, fra i più importanti giornalisti del Novecento. E infine uno scrittore, sì.