25.05.2026

Ogni identità nasce da una scissione. Intervista a Dorthe Nors

Un legame con una terra aspra e meravigliosa e un viaggio che ricostruisce l’identità dell’essere umano

Una Toyota, un taccuino color verde e una linea fatta di sabbia, fiordi e mare aperto. Dorthe Nors in un anno compie un viaggio seguendo una traccia profonda che congiunge, a galla, la spiaggia di Skagen con quella di Den Helder e, in profondità, tasselli di memoria. A bordo della sua automobile si sposta, principalmente da sola, nei luoghi che hanno a che fare con il suo passato familiare, con la sua infanzia, lasciando che siano gli spazi stessi a esercitare un influsso sui ricordi affinché l’ambita e auspicata connessione tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati possa finalmente avvenire. Dorthe Nors ha lasciato la Danimarca, ha raccolto numerosi successi letterari, è stata finalista all’International Booker Prize con Angolo cieco pubblicato in Italia da Bompiani nel 2018, ma quando il richiamo dello Jylland ha prodotto la sua eco, è tornata a casa per scoprire di non poter davvero ritornare.


«Nel posto da cui provieni non potrai più tornare. Non esiste più»: questo libro è un’ode al moto ondoso della rievocazione. Di questo e di altre riflessioni contenute in Una linea nel mondo ho parlato con l’autrice nel corso di I boreali, manifestazione organizzata a Milano dall’editore italiano di Dorthe Nors, Iperborea, di cui è stata ospite.

Nel suo libro afferma che «ogni identità nasce da una scissione»: che cosa ha avuto modo di vedere e di comprendere di se stessa quando ha guardato in questa spaccatura?
Credo di averlo scritto nel libro. Quando nasci nella Danimarca occidentale, nasci in uno scisma tale per cui, se vuoi educarti a come vivere il tuo potenziale o qualsiasi altra cosa, devi andare a est. Quindi, molto presto nella vita, devi separarti dal luogo che ami, il che è un’abilità diversa dalle altre. Se vieni da Copenaghen, non ti confronti con questo.
È il destino. E questa fa un’enorme differenza nel modo in cui percepisci la tua vita.
Quando parlavo con persone di Copenaghen che sono rimaste lì per tutta la vita, perché lì c’è tutto ciò di cui hanno bisogno, non avrebbero dovuto abbandonare la loro identità, ma avrebbero potuto semplicemente rimanere lì per sempre.
Invece, quando vieni dalla periferia o dalla parte più occidentale della Danimarca, la partenza diventa parte integrante della tua storia, ti chiedi: vuoi: restare o vuoi andare?
E se te ne vai, si tratterà di una rottura o di una sorta di perdita o di una liberazione. Qualcuno pensa che sia liberatorio potersene andare, anche se si sarà smarrito da qualche parte: accade quando perdi il tuo posto o sarai costretto a perdere il tuo posto per diventare chi vuoi essere.

Doversene andare e poi decidere di tornare. In qualche modo il suo libro parla anche di questo, di ciò che accade quando si torna nel luogo di origine e nulla può più essere ritrovato com’era. Lei dice: «dovetti accogliere il mio luogo di origine come un ricordo». Il viaggio che racconta nel suo libro, può essere la ricostruzione di quel luogo di origine?
È stato come riconnettersi. Ho vissuto a Copenaghen, ho studiato in una grande città.
Ho viaggiato molto all’estero con i miei libri. E poi, nel 2013, ho deciso di tornare nello Jylland occidentale. E nessuno a Copenaghen capiva, mi chiedevano: Perché lo fai?
Me lo chiedevano perché la consideravano una scelta sbagliata.
Ero andata via perché in qualche modo è la scelta che devi fare se vuoi diventare qualcuno, e io ero già diventata qualcuno grazie ai miei scritti negli Stati Uniti.
Così ho pensato, beh, ora posso tornare indietro perché non ho più bisogno della Danimarca orientale. Tuttavia, all’inizio, quando sono tornata a casa, ho dovuto riaccendere il legame con il paesaggio.
Ricordo che le prime volte che ho camminato nelle brughiere e poi nei boschi, ho pensato che qui era tutto così tranquillo, così vuoto. Un aspetto che non percepivo quando ero bambina. Allora, per me non era uno spazio vuoto. E poi ho capito cosa era accaduto: quando vivi in una grande città, modifichi i tuoi sensi per sopravvivere.
Così, circa un mese dopo il mio ritorno, è stato come se avessi spento quella percezione del paesaggio e mi sono riconnessa.
Il problema è ovviamente che, quando torni, non condividi più la stessa cultura di cui facevi parte. Tutto si è un po’ perso perché sei cambiata. Non hai più gli stessi atteggiamenti culturali, hai imparato nuovi trucchi, nuovi modi di stare al mondo. E tu, in un certo senso, ti scontri. Questo rappresenta lo scisma delle cose, ma è con il paesaggio che mi sento completamente connessa, esattamente come quando ero piccola.

Sarebbe stato più semplice vivere all’estero, per lei, dopo il successo negli Stati Uniti?
No, non credo. Mi sento così legata a quel paesaggio. Mi appartiene e mi manca. Anche quando sono in tour, penso, oh, sarà fantastico tornare a casa. Sono molto legata a quel paesaggio, ma culturalmente, a volte, sai, quando la tua portata è così internazionale, sarebbe più facile vivere a Londra. Ma non per me, come anima e come essere umano.
Ho bisogno di essere lì.

«Da quando ho memoria, ci siamo sempre orientati con il vento»: lo scrive nel suo libro in cui predomina una natura selvaggia rappresentata dall’oceano. Racconta di quella volta che a undici anni un’onda l’ha quasi trascinata via; di venti, boschi, del tempo che varia più volte nella stessa giornata. In che modo pensa che la natura stessa abbia plasmato la vostra identità di danesi?
Penso che l’unica cosa che impari nella Danimarca occidentale è che, sì, il vento deciderà cosa indosserai e in quale direzione camminerai quel giorno; sei sempre consapevole della sua provenienza. In quel luogo la natura è più forte di te e te lo ricorda ogni giorno.
Questa è una cosa che la Danimarca orientale non ha, perché è più battuta, più pittoresca. L’oceano è lì, ma non è così selvaggio. Il vento, poi, arriva direttamente dalle Isole Britanniche e non c’è niente che lo fermi, arriva dal Mare del Nord o dall’Artico, quindi a volte può fare davvero molto freddo in inverno, se il vento soffia da Nord o Nord-Ovest.
Quindi impari a rispettarlo.
Sai che il mare è forte e lo è più di te, ma, allo stesso tempo, sai che per molti il mare è ciò che dà il sostentamento. Vivi lì, sul mare, perché è da lì che arriva il cibo che consumi. E allo stesso tempo è un elemento pericoloso.
Crea una cultura che è allo stesso tempo molto feroce e molto umile. Saremo sempre piccoli, ma continueremo a sperare in una barca, ad andare a pescare, a rafforzarci e a sopportare il tempo orribile.
L’umiltà sarà sempre quella dei piccoli.

Parla dei suoi genitori, di suo padre dal quale ha ereditato il colore dei suoi capelli e sua madre della quale dice di aver compreso la sua storia quando ha colto la portata della sua ribellione. Ecco, qual è stata la sua di ribellione?
Oh, questa è una bella domanda.
Senza dubbio la mia ribellione è stata diventare una scrittrice, trovare il mio linguaggio, la mia espressione in una cultura che forse non è così espressiva.
E poi è arrivata la mia seconda ribellione, che in realtà credo sia stato il momento del ritorno. Quella è stata una ribellione verso il sistema politico che mi ha costretto ad andarmene.
Ora che sono tornata – e la ritengo una grande ribellione –, mi sono detta: «Puoi essere un’ottima scrittrice, puoi essere brava in quello che fai, puoi avere una vita fruttuosa e non vivere a Copenaghen». Anche se tutti mi chiedevano: perché sei andata a vivere lì? Per me, questa scelta ha rappresentato una ribellione.

Dove hanno inizio le storie? Se lo chiede nel corso del testo, in particolare questo viaggio che intraprende da Skagen a Den Helder ha avuto inizio in un momento particolare?
C’era un fotografo, un grande documentarista in Danimarca, che mi ha contattato e mi ha detto che avrebbe guidato su e giù per la costa occidentale per scattare delle foto e voleva che scrivessi solo delle piccole didascalie sotto le sue foto. Tuttavia ero nel bel mezzo della scrittura di un romanzo e gli ho detto che non lo volevo fare, ma mi sono presa due settimane di tempo per pensarci.
E durante quelle due settimane ho pensato a come sarebbe stato vivere di nuovo nella mia natura e l’ho vissuta come una piccola ribellione, pensavo sarebbe stato bello prendersi un anno di tempo libero per farlo. Così mi sono accordata con il fotografo.
Gli ho detto: «Tu scatta le tue foto, io scriverò dei saggi e userò questo anno insieme per farlo, poi capiremo come utilizzare questo materiale».
E tutti nel mondo dell’editoria mi dicevano: «Stai lasciando il tuo romanzo per dedicarti a saggi sulla natura? Cosa stai facendo?».
Sì, l’ho fatto ed è stato meraviglioso.
È stato un modo fantastico di lavorare perché prendevo la macchina e uscivo per vedere cosa mi avrebbero trasmesso quei luoghi e cosa avrei dato io a quei luoghi. È stato meraviglioso. Mentre i miei colleghi scrittori se ne stavano chiusi in casa, io potevo guidare, potevo continuare a lavorare, è stato un libro meraviglioso da scrivere.
Se potessi scrivere tutti i miei libri così, semplicemente prendendo la macchina, guidando e vedendo cosa succede, lo farei, ma non tutti i miei libri sono stati scritti nello stesso modo.

Se si torna in un luogo che non esiste più, questo probabilmente sopravvive “solo” nei ricordi, ma ricordare alle volte è qualcosa di doloroso. Lei pensa che si possa veramente dimenticare qualcosa, qualcuno?
Penso che le persone possano dimenticare molto, intendo dire che possono reprimere tanto. Ma penso che se vuoi davvero connetterti con la memoria, devi essere disposto a renderti vulnerabile alla memoria e ad avere accesso alle storie dolorose come a quelle piacevoli.
Questo è necessario, ma non hai scelta. Vuoi ricordare o vuoi reprimere?
E non è sempre una questione di volontà. A volte è anche una questione di necessità che le persone debbano dimenticare perché non possono, non hanno spazio per le cose brutte, ma per gli scrittori, queste sono le due opzioni. Se non vuoi ricordare, non puoi essere uno scrittore, perché il processo di scrittura consiste sempre nell’aprire porte che conosci costantemente, se vuoi essere uno scrittore o uno scrittore di narrativa, come me, il ricordo è molto importante.
Una scrittrice svedese che amo molto, Kerstin Ekman, dice «ricordare è rimettere insieme gli arti e farli tornare in vita». E questo è ciò che è la scrittura di finzione. Puoi ricordare o dimenticare, ma se vuoi dimenticare allora non sarai in grado di scriverlo.


A proposito di questo, lei si avvicina ai luoghi cercando di ascoltare ciò che questi luoghi suscitano nella sua memoria, e parla di un paesaggio che è un archivio di ricordi, ma possono esserlo anche i libri?
È ciò di cui abbiamo parlato poc’anzi, al piano di sopra mentre bevevamo il nostro caffè. Quando sei in un posto, la lettura diventa ancora più forte perché ti connette all’ambiente circostante in un modo davvero interessante. Ovviamente accade perché gli esseri umani hanno una coscienza, noi abbiamo un corpo, quindi possiamo sentire, toccare, annusare, tutte cose che l’intelligenza artificiale, ad esempio, non può fare, il che rende la scrittura di narrativa così vitale.
Non sono mai stata in Italia prima. Ho visto dei film e mi sembrava di conoscere l’Italia, ma questa è stata la prima volta a Milano.
Sono certa che dimenticherò tutto di questo viaggio quando sarò di nuovo a casa, ma quando ci tornerò, questo luogo si sarà impresso nella mia memoria. Quando tornerò a Milano, e passerò in una strada o di fronte a un edificio, dirò «oh, ecco io quel posto me lo ricordo. Non era quello l’angolo della strada che abbiamo visto la volta scorsa?».
È incredibile ciò che ricordiamo senza esserne consapevoli, ciò che è semplicemente immagazzinato dentro di noi e può prendere vita.

Quindi, potrebbe descrivere/scrivere una mappa di luoghi personali che potrebbero guidarci in una città che forse non esiste del tutto.
Sì, esattamente. È così. Bisogna solo aprire quell’archivio e quello che ne emergerà sarà il paesaggio che mi guiderà in una storia.


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