Nella primavera del 1967, Joan Didion si recò a San Francisco, nel cuore di quella che lei stessa definì “l’emorragia sociale”: migliaia di giovani americani fuggiti dalle proprie case, gli hippie, vi confluivano per costruire un nuovo mondo, un altro modo di vivere. Per settimane Didion si mimetizzò tra loro, lungo Haight Street e nei prati di Golden Gate Park, annotando le loro storie e le loro ambizioni, perdendosi nei vortici dei loro viaggi allucinogeni e nelle vertigini psichedeliche della Summer of Love.
Finché, un giorno, trovò finalmente “l’oro”: nel soggiorno di una delle sue fonti, una bambina di cinque anni, con un cappotto alla marinara, era seduta per terra a leggere un fumetto. Continuava a leccarsi le labbra dipinte di bianco, come cosparse di zucchero a velo. «Era sotto acido», scriverà poi Didion in Verso Betlemme.
Anche chi, dopo la morte della scrittrice nel 2021, aprendo un cassetto della sua scrivania si è trovato davanti una cartellina portadocumenti, deve avere pensato di aver scoperto l’oro. Dentro c’erano centocinquanta pagine dattiloscritte, infilate tra un biglietto del portiere consegnatole la notte della morte improvvisa del marito, lo scrittore John Dunne, la copia del discorso per il matrimonio dell’unica figlia Quintana, le ricevute di un hotel a Parigi, la lista degli invitati ai party di Natale e, infine, le famigerate password del computer. A volte, in mezzo al disordine quotidiano, si nascondono i veri tesori.

Quelle pagine, ora conservate alla New York Public Library e liberamente consultabili, sono diventate l’ultima opera postuma della scrittrice californiana, pubblicata in Italia nell’aprile 2025 con il titolo Diario per John (traduzione di Sara Reggiani, il Saggiatore). Il libro è un resoconto dettagliato, crudo, struggente di uno dei periodi più difficili della vita di Joan Didion. La figlia adottiva, Quintana, che beveva per alleviare la sua depressione, aveva chiesto alle madre di iniziare una terapia, convinta che molti dei suoi tormenti derivassero dal loro rapporto di co-dipendenza. A partire dalla settima seduta con lo psichiatra Roger MacKinnon, datata 29 dicembre 1999, Didion comincia a trascrivere le loro conversazioni per il marito John. Tra frasi scheletriche e riflessioni taglienti, scopriamo dell’autrice quello che forse non avremmo mai dovuto sapere: un tumore al seno taciuto persino agli amici più cari, i pensieri suicidi della figlia, il terrore che l’ha accompagnata sin da bambina di perdere il padre, alcolizzato e incurabilmente depresso, la sua innata propensione a immaginare sempre il peggio dalla vita, e l’ansia feroce che riusciva a domare solo scrivendo.
Molto è stato detto, su entrambe le sponde dell’Atlantico, sull’opportunità etica, estetica e commerciale di pubblicare questo diario. Per alcuni, gli scrittori famosi – soprattutto se giornalisti come Didion – sanno bene che devono sbarazzarsi dei loro scritti se non vogliono che vengano dati alle stampe dopo la loro morte. «Nel 2025 dovremmo dire alleluia che la gente voglia ancora leggere queste cose, e non solo guardare le foto nude di qualche influencer», si legge sul New York Times. E ancora, visto che il materiale è a disposizione di tutti, «pensiamo davvero che Didion avrebbe preferito lasciarlo alla mercé di qualche biografo pasticcione, piuttosto che alla sua casa editrice Knopf?». Luca Formenton (il Saggiatore) ha ricordato come la cartellina fosse perfettamente ordinata: difficile immaginare che Didion non prevedesse un futuro utilizzo editoriale. Inoltre, quanto rivelato non può più nuocere a nessuno: Didion, il marito, la figlia e lo psichiatra sono tutti scomparsi. Diario per John, in quest’ottica, completa, come un tassello mancante, la trilogia autobiografica degli altri due capolavori di Didion: L’anno del pensiero magico e Blue Nights (entrambi il Saggiatore), dedicati rispettivamente alle dolorose perdite del marito e della figlia. Il libro può persino offrire conforto ad altri genitori che devono affrontare il problema della dipendenza dei figli.

Dall’altro lato, i contrari hanno definito il libro “sconvolgente”, “squallido”, hanno detto che non dovrebbe mai essere stato pubblicato. «C’è una curiosità morbosa nel guardare questo materiale ancora abbozzato, ma c’è anche qualcosa di profondamente vergognoso», ha scritto Feigel sul Guardian. «È come se stessimo violando l’intimità di Didion – talvolta più come scrittrice che come madre». Poi aggiunge: «Non è particolarmente illuminante osservare una donna con una limitata capacità di auto-riflessione cercare a fatica di attraversare una crisi, sorretta da un linguaggio terapeutico che non ha alcun desiderio reale di padroneggiare». Evelyn McDonnell, studiosa di Didion, ha definito la pubblicazione «lo sfruttamento commerciale di un trauma familiare», che l’ha fatta sentire quasi complice, come una spettatrice davanti a un disastro ferroviario. Inoltre, la prosa di Diario per John è deludente perché si ripete come un’eco: Joan racconta a John ciò che aveva detto a MacKinnon che Quintana aveva detto a lui, e così via – un meccanismo che alla fine confonde e stanca. Non è possibile poi ignorare ciò che Didion stessa scrisse della pubblicazione postuma delle opere del suo maestro Ernest Hemingway: «Quello che seguì la sua morte fu la creazione sistematica di un prodotto vendibile, un corpus di opere diverso da quello pubblicato da Hemingway in vita, che finì per oscurarlo».
Durante le presentazioni del mio In California con Joan Didion (Giulio Perrone, 2025), questo dibattito è riaffiorato più volte. C’è chi si è scandalizzato per l’avidità degli eredi e chi ha comprato il diario subito, ma ha giurato che non lo leggerà mai “per rispetto”. Io mi chiedo, invece, quanto contino, in fondo, le cose che restano a chi se ne è andato. Non so se Didion abbia intenzionalmente lasciato quelle pagine accanto al suo computer, o se siano state semplicemente dimenticate nel fluire dei giorni. Ma, a questo punto, cosa importa? Immagino Didion osservarci dall’alto mentre discutiamo, mentre annaspiamo per trovare risposte, tutti presi a interpretarla, a cavalcare la situazione per farcela tornare utile. Non sarebbe affatto sorpresa: «Adesso è il mio turno» penserebbe, consapevole – come diceva lei stessa – che «gli scrittori tradiscono sempre qualcuno». Personalmente, ho amato leggere questa Didion più grezza, più umana, nuda fino all’osso, ossessionata dagli sbagli e dalle colpe che attanagliano tutti coloro che sono genitori. Dopo Diario per John, sento di conoscerla meglio non come icona letteraria, ma come donna. Tra appunti incompleti, ripetizioni e frasi ancora imperfette, ho intravisto scorci folgoranti, percepito frammenti commuoventi. E, infine, trovato una pirite d’oro.
Foto in copertina: Joan Didion – Ucla Charles E. Young Research Library Department of Special Collections