Nella fiaba ungherese che dà il titolo all’ultimo romanzo di Mauro Covacich, Lina e il sasso (La nave di Teseo, 2026, candidato al Premio Strega 2026), c’è un lupo che si presenta a casa di una gallina chiedendole di poterlo aiutare a preparare una zuppa di sasso. Malgrado l’incertezza iniziale, la gallina prende coraggio e lo lascia entrare, forse incuriosita dalla sua strana ricetta. Mentre il sasso cuoce sul fornello, ovviamente con pessimi risultati, arrivano anche altri animali, ognuno con un ingrediente aggiuntivo portato da casa, e tutti insieme iniziano a festeggiare. D’un tratto il lupo, che se n’era rimasto taciturno per tutto il tempo, se ne va portando il sasso con sé.
Tra le pagine di Lina e il sasso, Roma è una scenografia asettica che in nulla si potrebbe distinguere se non fosse esplicitamente citata qui e là. Malgrado della città si racconti sempre l’eccezionalità della sua bellezza, Covacich sceglie di mostrare la città nella sua quotidiana mediocrità, fatta di traffico sul raccordo, pizzerie egiziane e improbabili artisti di strada che fingono di levitare. Max, Elena ed anche sua figlia Lina (affetta da disprassia) vivono in uno dei tre imponenti palazzi residenziali che svettano nel complesso delle Torri, non lontano da una distesa di prati e costruzioni abbandonate che Carlotta, la ex di Max, chiama lo “sprofondo”. Carlotta abita infatti altrove, in uno fra gli altri punti anonimi della città.
Simili al lupo della fiaba, ogni personaggio porta con sé un sasso, un peso interiore o più di uno che è il sintomo di un’asimmetria rispetto al mondo. Come con un faro al centro della scena, ognuno di essi si alterna sotto l’occhio di un narratore esterno mostrando di sé spazi inconclusi, insenature nascoste, cavità che promettono pieni e invece si rivelano vuote. Queste prospettive sul mondo, a volte comuni tra loro, altre volte uniche, entrano ed escono dallo sguardo dell’autore che ne studia la conformazione come se fossero minerali particolari, cercando di raccontarle in brevi capitoli una dopo l’altra. È la natura granitica e immobile di questi sassi a renderli enigmatici anche per i personaggi che li portano, e lo stesso narratore, che più volte tiene ad esplicitarsi mentre racconta («Max non mi è facile capirlo, non riesco a entrare nella sua testa»), non riesce a capire appieno le motivazioni dietro questi microcosmi di incertezze.

Il rapporto con i corpi, e la loro essenza di appendice o sostanza inesprimibile perché componente di una paralisi generalizzata, suscita nel libro tensioni continue. Se Elena, compagna di Max e madre di Lina, è ossessionata dai corpi prestanti, in forma, tra cui il suo, prova invece una repulsione per quello decadente degli anziani, al punto da provocarle conati di vomito durante il suo lavoro come massaggiatrice in un club di tennis. Ma anziana è anche la madre malata di cui deve prendersi cura, e questa avversione per ciò che si degrada e perde la sua integrità è in fondo soltanto paura di ciò che muore ed destinato a trasformarsi, pur nascondendo il processo sotto una superficie apparentemente sana:
«Prima di addentare la mela, la contempla un attimo. (…) il gusto di mela stark si fa, d’un tratto, in modo del tutto inaspettato, com’è possibile?… screziato di muffa e fanghiglia e chiodi di garofano. Elena apre gli occhi e vede una macchia beige al centro del cratere appena scavato dai denti. Non fa a tempo a sputare, (…) il primo boccone scende per l’esofago insieme al marciume.»
Cosa si nasconde dietro questo mistero? Ogni cosa affronta l’inevitabile parabola del suo decadimento, così la vita e tutto quello che ad essa si aggrappa. Nulla di ciò che vive è immobile, eppure non c’è segreto, il mistero è vuoto, ed è insopportabile: «Il marcio è meno granuloso, in bocca sembra melma di fiume. Guarda nella pancia del frutto, ma non c’è niente, anche stavolta nessun segreto. Al primo conato torna dentro».
Proprio per questo Elena nutre un risentimento verso le imperfezioni impreviste della vita, per questo è insofferente verso il ritardo di Lina, la malattia della madre, la piattezza in cui è sprofondato il compagno, e a queste oscillazioni del mondo reagisce continuamente difendendosi. Ma è soprattutto lui, Max, ad aver colto in pieno la materia di cui è fatto il sasso di Elena: «“Non è questo che ti fa arrabbiare” (…) “Ah no, e cos’è?” Dice Elena mettendo il computer in pausa. “Che non era previsto che fumassi. Nella tua testa, intendo. Non era previsto nel contratto. Hai comprato una cosa e te ne sei trovata un’altra”».
Affranto da una spinta costante alla trasformazione invece, forse il portatore del sasso più pesante perché manifestato con il silenzio, è Max. La sua interiorità sfuggente si contrappone alla sua notevole stazza, dopo un glorioso passato da sportivo il cui ricordo genera in Elena un disprezzo latente per il decadimento attuale. Ma se l’allenamento e la salute del corpo per Elena sono l’esito di un processo in grado di fermare il cambiamento, Max rivela che per lui lo sport era un modo di stressarlo, di spingerlo al collasso perché diventasse altro:« È vero, ho sempre lavorato contro il corpo, per umiliarlo, per oltrepassarlo».
La sua personalità, che emerge spesso più dai pensieri che gli rivolgono Elena e Carlotta che dai capitoli dedicati a lui, in cui a esprimersi è quasi sempre Lina, finisce per essere simbolicamente associata a quella del Minotauro, emblema dell’incompletezza e della tensione tra due entità. Max è una figura bestiale, e come tale è in cerca di pace. Non è il solo però: come tutti gli è impossibile non essere mostruoso, è consapevole che mostruosa è la stessa condizione umana, e lo è proprio perché mancante; eppure è in costante ricerca di ciò che potrebbe far cuocere il suo sasso, nella speranza di sanare la spaccatura che si porta dentro.
Max osserva, scivola tra le persone attorno a sé come cercando di non lasciare traccia. Per questo forse è l’unico a cercare davvero di capire Lina. Piuttosto che correggere continuamente i suoi disturbi, la ascolta e si stupisce di lei, assecondando dolcemente le sue stranezze. È lui a raccontare a Lina la storia del lupo e il sasso, oppure quella dei cavalli e dell’imperatore, perché Max è uno scrittore e raccontare storie è uno dei pochi modi che conosce per comunicare davvero.
Parlare con Elena invece è sempre più difficile; qualcosa tra loro si è rotto. Quando Max aveva lasciato Carlotta dopo aver scoperto di non avere un tumore, sia lui che Elena avevano sperato in una storia diversa. Questa invisibile e forse mai interrotta dinamica a tre spingerà Max a trovare una scappatoia quantomai ambigua e incomprensibile, sorta di rimedio interiore all’abisso della sua immobilità.
In Lina e il sasso la solitudine è la costante impossibilità di rivelarsi per ciò che si è, o anche solo di capire cosa le persone vogliano veramente. Nella vicenda emergono quelle zone grigie della vita che non si riescono a comprendere né a tenere a bada, e visto che in noi c’è qualcosa di inspiegabile che non riusciamo a dominare, questo significa che non ci apparteniamo mai del tutto. La nostra identità ci sfugge costantemente: «Io sono sempre me stessa», sosterrà Carlotta verso la fine del romanzo, eppure è consapevole di mentire. Anche lei non sa chi è, né cosa vuole, per questo tutti i suoi appuntamenti alla ricerca di un compagno risultano goffi, rigidi, contraffatti, perché nascono artificialmente e nascondono sempre la sensazione di dover performare. Da quando si è lasciata con Max, su cui aveva proiettato tutte le speranze della sua vita, cerca di distrarsi e andare avanti, e il sesso così come il desiderio, nelle sue varie forme, rivolto verso «uomini e donne che credono solo nell’onestà del corpo», sono soltanto uno strumento che la aiuta a tracciare un possibile sentiero verso una trasformazione che non ha direzione.
Nella sua vita sessuale, parallela a quella di giornalista, sublima la ricerca di sé stessa, oppure la soddisfazione di sentirsi un’altra persona (sui siti di incontri sessuali si fa chiamare Alcesti, la donna del mito che si sacrifica per il marito), qualcuno che possa ripartire da zero senza l’ingombro della biografia quotidiana. Carlotta trova nel sesso la sua “pornografia”, un modo per dimenticarsi e non giudicarsi, un oblio dalla sua identità: «Più che piacere è sperdimento, (…). Coi più grossi il lubrificante anestetico non basta, ma a lei non dà fastidio un po’ di dolore, è anzi il segnale di una metamorfosi in corso». Anche la sua è forse paura analoga e opposta a quella di Elena: sprofondando nei corpi di sconosciuti cerca di liberarsi dalla sua paura verso ciò che cambia, e non può tornare indietro.

E Lina? Qual è il sasso che porta dentro di sé? L’incapacità di mettere gli articoli al posto giusto quando parla, cosa per cui è costantemente rimproverata dalla madre, potrebbe non essere solamente il sintomo del suo ritardo. È anche lo specchio della difficoltà di tenere insieme un mondo frammentato, di fornirgli un senso che gli adulti della sua vita non sanno darle. Proprio alla mancanza di affettività genitoriale, sintomo di una crisi che si ripercuote sui figli, verrà attribuito dalle maestre uno scandaloso gesto di Lina nei confronti dei compagni. Per crescere abbiamo sempre bisogno di un riferimento, di qualcuno a cui affidarci, nonostante questo significhi allo stesso tempo scoprire la fragilità di ogni maestro, la sua imperfezione. Di questo Lina farà la sua prima esperienza proprio con Max.
Nella sua semplicità infantile, soltanto Lina sarebbe in grado di alleviare il peso del sasso altrui, perché senza colpa. Se tutti i personaggi del romanzo gridano aiuto, chi più chi meno, è anche vero che «chi grida aiuto grida perdono». Perché tutti ci portiamo dietro una parte di colpa, necessaria, inevitabile, coesistente alla vita. Da cosa dobbiamo essere perdonati, tutti quanti? Lina non ha colpa, non ancora, e per questo motivo salva. Se c’è un momento in cui ognuno di noi inizia a sentire il peso di una colpevolezza, più o meno indistinta, e se vivere vuole inevitabilmente dire partecipare a questa dinamica, Lina ne è sprovvista perché ancora dotata della grazia che sta all’origine della vita. Malgrado Max sia già perso in sé stesso, malgrado il sasso che porta gli impedisca di uscire dalle sue fattezze da Minotauro, coglie quanto profonda sia la dimensione di grazia in cui Lina abita.
«It was grace/ Stunned by the last lights of the sun». Questi versi vengono citati in esergo, tratti da un brano di Kae Tempest. Come ci si libera da quel sasso che ognuno di noi porta con sé, e che non riesce mai dannatamente a cuocere, e come si mantiene la speranza che un giorno possa farlo? Max impara da Lina «I dieci comandamenti mongoli», magnifica sintesi di ciò che la bambina gli ha inconsapevolmente insegnato al riguardo, prima che debba separarsi da lei.
Lina e il sasso è un libro molto doloroso. È inevitabile che lo sia perché la sofferenza dei personaggi che lo compongono scorre senza attraversali, incagliandosi tra i loro rapporti insoddisfatti, portando con sé speranze perdute o mantenute, incomprensioni che non possono risolversi, e gravano dentro di loro.
Il punto è che non c’è modo di mantenere le cose intatte senza cambiamento, escludendosi da quel processo di dolorosa grazia continua che è la trasformazione della vita. E la fiamma su cui poggia la speranza che il sasso possa un giorno cuocere, è proprio quell’amore che Lina insegna, sempre e inconsapevolmente, e che non si può controllare.
«L’amore è una cosa divina, se entra in un cuore umano lo spezza». Elena è sconvolta quando nel corso di un sogno una Lina adulta le rivela questa profonda verità, di cui però non sa bene che farsene. Grazia e amore sono processi trasformativi che non possono essere dominati mai del tutto, e per fare sì che una cosa si trasformi, ecco che qualcos’altro deve spezzarsi. È cosa divina, non può che essere estraneo all’umano, e spezzarlo dunque sempre.
«It was Grace/ Stunned by the last light of the sun/ Swimming in a green sea as deep as a drum»
Sesto punto dei dieci comandamenti mongoli: «Non smettere di sperare che il sasso cuocia». Ciò che conta è mantenere questa speranza, come una promessa di apertura possibile che dev’essere scelta, ancora e ancora, contro ogni possibile ragionevolezza.
«There are things I must record, must praise/ There are things I have to say about the fullness and the blaze/ Of this beautiful life, of this beautiful life[1]».
[1] «(…) Era grazia/ Stordito dalle ultime luci del sole/ Nuotando in un mare verde profondo come un tamburo/ Ci sono cose che devo registrare, devo lodare/ Ci sono cose che devo dire sulla pienezza e lo splendore/ Di questa bellissima vita/ Di questa bellissima vita.», Grace, Kae Tempest, 2022