24.11.2025

Non dobbiamo vergognarci di poter piangere. Su L’anno della Storia di Angela Borghesi

Il caso Morante e il dibattito critico attorno a "La Storia"

Diceva Guido Ceronetti che dare gioia – in quanto artisti – è un mestiere duro. Lo è anche fare o tentare di fare critica, sia pure per motivi diversi. Quello del critico militante infatti può essere un lavoro difficile, perché nasce tanto dai nostri gusti e dalla nostra preparazione quanto dalla nostra sensibilità e dai nostri umori. Sono molti i critici destinati all’inferno perché incapaci di commuoversi. Sono ancora di più coloro che hanno scritto degli articoli esecrabili per non aver saputo andare oltre le grandi mode o le piccole acrimonie del loro tempo. Quella del critico è un’arte che richiede non soltanto un certo estro ma anche una forte rettitudine morale.

Questo pensiero mi è venuto in mente leggendo L’anno della Storia di Angela Borghesi. È forse il più bel saggio di critica militante in cui mi sia mai imbattuto, sebbene definirlo un semplice “saggio” sia riduttivo. Come alcune grandi opere narrative sono dei romanzi-mondo, questo libro è un saggio-mondo, una maestosa opera di critica letteraria che ci offre anche un’istantanea del panorama culturale del suo tempo. Tratta, come dice il titolo, del romanzo di Elsa Morante, La Storia, o meglio delle polemiche che seguirono la pubblicazione di La Storia: del “caso” Morante. È uscito nel 2019 per l’editore Quodlibet ed è stato ristampato l’anno scorso. Consta di 350 pagine di saggio, ossia il libro di Angela Borghesi, e di oltre 500 pagine di articoli riguardanti La Storia, a firma di scrittori e critici conosciuti – fra gli altri Natalia Ginzburg, Pasolini, Franco Fortini, Carlo Bo, Domenico Porzio, Dario Bellezza – ma anche di recensori ormai dimenticati. È un libro in cui metaforicamente scorre molto “sangue”, molto livore. Passeranno parecchi anni prima che a un romanzo contemporaneo sia dato di nuovo un tale peso.

Su La Storia si espressero in molti, quasi tutti. Il romanzo uscì nel luglio del 1974 per Einaudi; fu mandato nelle librerie con una strategia editoriale allora inedita e volutamente “popolare”: a prezzo basso e con una larga tiratura. In copertina mostrava un particolare tratto da una fotografia della guerra civile spagnola, di Robert Capa: un bambino fra le macerie. Il titolo poteva suonare pretenzioso, La Storia, con la S maiuscola, mentre il sottotitolo diceva: Uno scandalo che dura da diecimila anni. Si trattava di un grande romanzo anarchico o comunque di certo non marxista, come invece avrebbero voluto in tanti. Elsa Morante usciva da un lungo silenzio narrativo con un’opera che sembrava rifarsi a Dostoevskij – questo è il nome che all’inizio fecero in molti – e che ignorava le avanguardie allora tanto in voga. Il mondo letterario non glielo perdonò.

La prima, straordinaria promotrice del romanzo, Natalia Ginzburg, gridò subito al capolavoro, scrivendo che per lei ci sarebbe stato un “prima” e un “dopo” La Storia. In seguito molti critici derisero la sua lettura entusiastica, tanto che la stessa Morante, racconta Angela Borghesi (riprendendo le parole di Sandra Petrignani in La Corsara), «attribuì l’acredine della critica verso quel romanzo proprio a Natalia Ginzburg, perché ne aveva parlato così bene e per prima». Ma si potrebbe andare oltre: leggendo le stroncature che fioccarono nei primi mesi si ha l’impressione che in molti reagissero negativamente al romanzo proprio a causa della sua bellezza. Quando uno scrittore, peraltro una donna, pubblica un’opera che davvero commuove e può cambiare le carte in tavola nella letteratura contemporanea, la maggior parte dei suoi colleghi (posto che si possa essere “colleghi” di Elsa Morante) cercano di sminuirlo o attaccarlo. I capolavori disturbano, vanno disinnescati sul nascere. D’altra parte, vale la pena ripeterlo, La Storia non è un romanzo marxista e in quegli anni la narrazione della Storia “ufficiale” era in mano ai marxisti e ai borghesi di sinistra, non agli anarchici come Morante. Forse La Storia si rivolgeva davvero – e soltanto – al analfabeto por quien escribo, come dice l’autrice sulla soglia del libro. Molti critici non le perdonarono neanche questo.

Nel libro di Angela Borghesi scorre molto sangue, dicevo. Ma c’è anche parecchia stupidità, con articoli intitolati La Morante, un’espressione della piccola borghesia o Contro il romanzone della Morante o La Storia, un mediocre romanzo borghese, da criticare da un punto di vista marxista e proletario. Per fortuna ci sono pure molte valide letture critiche, non tutte incensanti, come quelle di Franco Fortini e di Italo Alighiero Chiusano. Sarebbe stato interessante che anche Alberto Moravia dicesse la sua, visto che qua e là fra gli articoli lo si accusa di essere geloso del successo della moglie, dalla quale si era ormai separato, e di avere persino «dato incarico ai suoi vassalli di proclamare sulla stampa e nei crocicchi mondani e letterari l’inconsistenza del nuovo romanzo di Elsa Morante» (Maurizio Liverani, su Il Borghese). In ogni caso, leggendo gli innumerevoli artisti e critici che si occuparono dell’affaire Morante, continuo a ripetermi che la critica è un’arte che richiede non soltanto un certo estro estetico ma anche una forte rettitudine morale. Non tutti ne sono provvisti.

Il libro di Angela Borghesi, bisogna dirlo, offre – oltre a uno straordinario lavoro di ricerca – una dichiarazione di estetica e di poetica. È il libro di una lettrice autentica. Borghesi risponde con eleganza e verve a quanti avversavano e avversano le “profondità sentimentali e umane” nella letteratura, quasi che l’arte di raccontare non nasca anche dalle intermittenze del cuore e dalla nostra necessità di commuoverci.

La Storia – e di conseguenza il saggio di Borghesi – ci ricorda che la letteratura esiste sia perché vogliamo capire ciò che è stato o ciò che siamo stati o che avremmo potuto essere sia – e in maggior misura – perché vogliamo provare emozioni. Tutta la grande letteratura è emozione. Questa è forse la lezione decisiva di La Storia: l’universalità emotiva, la bellezza delle lacrime che ancora oggi versiamo leggendo dei personaggi di Elsa Morante, di Ida, di Useppe, della cagna Bella, di Nino, di Davide. Non dobbiamo mai vergognarci di saper piangere.

In copertina: Getty Images

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