11.02.2026

Noi ci ricorderemo di Nino De Vita

Testimonianze, ricordi e riflessioni su vent’anni di amicizia con Leonardo Sciascia

Nel 1989, il 22 novembre, Sciascia muore. Sono trascorsi venti anni da quando un giovanissimo Nino De Vita lo ha incontrato la prima volta, grazie al fotografo Enzo Sellerio: «le presento Leonardo Sciascia», gli disse poco dopo averlo introdotto nel suo studio in Via Siracusa. Era, appunto, il 1969.
È stato pubblicato nelle scorse settimane Noi ci ricorderemo di Nino De Vita (Le Lettere, 2025), una biografia fatta di tante storie: il mondo forse perduto della Sicilia di Leonardo Sciascia, narrato dall’ultimo testimone di anni così fecondi per la letteratura isolana, e non solo. Il libro è la rimembranza partecipe e puntuale del poeta De Vita, a ritroso negli anni di frequentazione fraterna e felice amicizia con Sciascia, tra la sontuosa e crudele Palermo e i tanti altri luoghi della ricerca letteraria in quel periodo in Sicilia.

De Vita, che nel tempo è diventato uno dei più importanti poeti dialettali italiani, ha per decenni serbato per sé questo ricordo, questa testimonianza viva e vicina che aveva scritto già nel 1990, ad un anno dalla morte di Sciascia. Questo testo ci permette di avere nuove impressioni e nuove interpretazioni dell’uomo e dello scrittore, ma anche di altri protagonisti della letteratura italiana del secondo dopoguerra. Ce lo sottolinea Massimo Onofri, nella sua preziosa prefazione, Onofri che con la sua attività critica su Sciascia è stato, e resta, una voce imprescindibile per capire quanto ancora lo scrittore di Racalmuto abbia da dire al nostro tempo. Lo stesso Sciascia che ha anticipato di decenni l’evolversi della situazione culturale, sociale e politica italiana, nonostante, o forse grazie allo sguardo divergente, da uno dei luoghi più lontani dai centri culturali italiani, la Sicilia interna.

C’è un momento in cui le cose che sappiamo, i momenti nodali della nostra vita chiedono di diventare storia, e senso. Spesso è un’aspirazione irrealizzabile. Ma la letteratura serve proprio a trovare i nodi invisibili, nascosti; e De Vita in questo libro riesce in effetti a tracciare la cosmogonia della sua formazione tramite una raccolta di scene, in parte sotto forma di brevi racconti, in parte grazie alla straordinaria forza della sua lingua poetica, o meglio delle sue lingue poetiche, dal siciliano all’italiano. Mentre scrive una biografia seppur fatta di frammenti, in realtà scrive il romanzo di tante esistenze, della sua insieme a Sciascia e di quella di Sciascia insieme a Consolo, Bufalino (lo stesso De Vita fu tra i pochi ad avere tra le mani il dattiloscritto inedito di Diceria dell’untore), Elvira ed Enzo Sellerio, e tanti altri. E allora, poco a poco, tutti i personaggi, i luoghi, gli affetti, trovano il loro luogo e il loro tempo, perché il poeta è capace di raccoglierlo, il tempo, curvo e paziente come un saggio mietitore: nelle pagine ora commoventi ora drammatiche, ora spensierate di questo libro, c’è l’autobiografia di una dimensione letteraria, umana, politica che nessuno di noi dovrebbe mai dimenticare. 

De Vita

Ci sono tante scoperte in questi testi: dal dolore e dalle amare lacrime per Calvino – quasi un gemello in quegli anni di grande letteratura civile – mentre arrivavano le notizie delle sue ultime ore, ai dolci pomeriggi in campagna alla Noce, al fermo rifiuto di incontrare Salvo Lima, discusso leader della DC siciliana (poi ucciso dalla mafia nel 1992 per non aver mantenuto la promessa di aiutare i boss condannati al Maxi processo). E c’è anche il rimpianto per non aver insistito con Pasolini a rivedere il suo giudizio su Francesco Guglielmino e farlo inserire nella celebre antologia di Guanda sulla poesia dialettale del 1952: il rapporto tra i due intellettuali è ancora oggi una delle testimonianze più intense di anni in cui la letteratura aveva ancora l’ambizione di cambiare le cose.

E ci sono gli ultimi mesi dello scrittore di Racalmuto, la sua forza e il suo sconforto, e di nuovo le lacrime, mentre parte per Milano già sofferente, vicino alla fine. 
Ore felici e ore tragiche, dicevamo, i luoghi di un tempo felicissimo e insieme inquieto e duro: è il ritratto di un uomo che amava la vita, che amava incontrare altre esperienze esistenziali, pur con la atavica ritrosia ereditata dal mondo rurale che lo aveva generato e cresciuto (l’uomo solo, ci ricorda Onofri).
Trascrivo dei versi che, più di ogni altro discorso, segnano quanto questo libro significhi per coltivare la memoria, nel solco della lezione sciasciana: «Sciascia s’arricampau cu ‘a signura Maria. E vinni Dinu Bufalinu, ri Comisu. Bbastianu Addamu cu Maria Attanasiu. Fernandu Scianna, ri ddà, ru friddu ri Milanu. Pippinu Liuni ri Rrausa cu Rrosa. E vinni Pieru Gucciuni.» (Sciascia arrivò con la signora Maria. E venne Gesualdo Bufalino, da Comiso. Sebastiano Addamo con Maria Attanasio. Ferdinando Scianna, da lì, dal freddo di Milano. Giuseppe Leone da Ragusa, con Rosa. E venne Piero Guccione.) 

Sono tutti lì, insieme, a Chiaramonte Gulfi per parlare di Serafino Amabile Guastella: scrittori, poeti, fotografi, pittori, la Sicilia di quegli anni, un luogo illuminato. De Vita riesce a raccontarla, con una traccia vivida e sferzante: le parole diventano immagini, e suoni, e odori. Ma diventano soprattutto pensiero, comprensione, adesione, intuizione. Da Scicli a Cutusìu, da Agrigento a Enna, a Racalmuto ovviamente. Le città del mondo (si direbbe con Vittorini) che Nino De Vita ci restituisce in questo viaggio lungo vent’anni, un viaggio nel pianeta Sicilia. 

Come detto, questo libro era già stato scritto nel 1990, ma l’autore lo ha tenuto per sé, in un segreto lungo 35 anni. Poi ha capito che la voce del veggente di Racalmuto doveva ancora parlare all’oggi, come quella di Pasolini, come quella di Calvino. Voci di scritture che hanno guardato al loro tempo, ma che non sono affatto datate, perché capaci di capire i motivi, le idee, le trame e quindi la struttura e la ricorrenza dei fatti umani, al di là del loro tempo. 
C’è, in questo libro, il romanzo di un’amicizia tra un giovane poeta diventato nel frattempo grande e un maestro, protagonista ancora oggi del dibattito civile e culturale italiano.

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