«Se trovo il modo di liberarmi dalla fame, dalla prigione, dalla riguerra, di non essere per sempre malato, rimbambito o abbattuto da un amico o dalla bomba, allora avrei dovuto, tornata la pace, buttarmi su uno, dieci, venti lavori ignobili, onestissimi e minchionissimi, nella galera di un altro padrone». Eccolo qui il biglietto da visita di Louis-Ferdinand Céline riparato in Inghilterra, già volontario nella Prima Guerra Mondiale congedato in seguito alle ferite riportate, una lesione grave al braccio e un’altra alla testa, che lo resero parzialmente invalido, nel superbo Londra, da poco pubblicato dall’editore Adelphi.
Non vi è alcun dubbio che Londra sia un gran romanzo andato perduto e ritrovato, a cui il lettore céliniano si accosta con reverente cautela mista a quel certo pudore innato, da servo della gleba, per l’insopportabile crudezza delle avventure di Ferdinand sul Tamigi. Ringrazio chi ha aperto il baule della nonna e, fra vestigia di mutandoni spisciolati, vi ha scovato l’altisonante e acuminato antifonario della umana sessualità d’oltremanica, qui sciorinata con vivida crudezza, con occhio sempre distaccato, dove mai e sottolineo mai, uno di quei termini anatomici, che in genere mi fanno sogghignare o vergognare, dell’apparato riproduttivo è nominato a vanvera; le parole in Londra sono rasoi, della genia bastarda di quelle coltellate a tradimento che la vita ci infligge per vendicarsi delle nostre sciocche pretese a voler capire come vanno le cose, perché le cose vanno come vogliono e noi con loro; siamo come quei cani martiri che in remote campagne di Puglia e Calabria, certi satanassi in forma umana, per punirli d’aver ucciso una pecora o una gallina, legano con una corda e li trascinano attaccati al paraurti della panda fino a scuoiarli da vivi.

Le parole in Londra sono le uniche possibili, nel vocabolario del finimondo, per raccontare quello che non si deve pensare, figurarsi narrare. La prosa del volume confluisce in una losca sinfonia vagamente diabolica ma totalmente aderente al reale, alla verità che è la dimensione dei rapporti fra esseri umani. E in questa bolgia di carni tumefatte, sfatte e violate a tratti si leva, come un razzo sparato da una barchetta in balia dei marosi, un minuscolo, ma proprio per questo ineludibile, afflato di pietas: «Le anime son come una casetta di campagna, le anime, ci vado ogni volta che posso». Una sola frase ci restituisce tutta l’umanità di Céline, ce lo rende empatico, ci affratella nella sventura. In mezzo al disfacimento, alla corruzione, alla latitanza forzata, alla mancanza di documenti e identità, al meretricio, alla fame, alla sete, al dolore di vivere, dentro e fuori da un bordello londinese ovvero in alloggi di fortuna, in un contesto bacato e inquinato dalla guerra, che imperversa non tanto lontano, con il ronzio degli acufeni in testa – «con l’olifante che rimbomba nella capoccia» – olifante che rimbomberà fino alla fine dei suoi giorni, Ferdinand prende nota e scrive, si appunta le tragiche stazioni di una via crucis al contrario.
Non una volta appare Dio, nemmeno di sfuggita, in questo romanzo, qui divide et impera soltanto il silenzio di Dio, a cui nessuno sa come rivolgersi, nemmeno per mandarlo al diavolo. L’ambiguità morale dei personaggi vien sciorinata in un catalogo di sozzure, i manigoldi non hanno identità definita né incasellamento sociale, son dei perieci, non si sa da dove vengano e dove finiranno, magari morti ammazzati, sono tutti parimenti allo sbando nel liquame della medesima sentina londinese, roteano o galleggiano in un vortice di dissoluzione della ragione umana, talora con aspetti comici: Borokrom che mangia di nascosto tutta la marmellata delle bambine di Yugenbitz, unica gioia riservata alle piccole che vivono la carestia e non possono capire cosa accade, talaltra patetici e gentili: la banda durante un vagabondaggio sessual-alcolico trova in un cespuglio prima un neonato indi un gattino mezzo morto. Il neonato lo danno via, il gattino lo tengono loro. Ne faranno la mascotte del postribolo. Il tutto condito da una girandola di sanguinari aborti, prima in trasferta, le mignotte vengono spedite al mare per liberarsi dell’impiccio e sovente non tornano più, ovvero fanno tutto in casa con Ursula. La morte accompagna tutta la storia come presenza reale, in questo caso la guerra è lontana eppure così vicina, il tempo è elemento ineludibile dello sfacelo a cui si può opporre soltanto l’ebbrezza dell’alcol e del sesso.
«Quello che mi angoscia e per sempre credo, è il modo che un bambino smette di giocare per andarsene di colpo così presto, non ci mette quasi niente a spirare…». E ancora: «Non avevo ancora visto mai un bambino così piccolo morto» è la triste storia del neonato Peter di appena sei mesi, nemmeno l’agio d’esser svezzato, che muore forse di difterite a onta dell’ottimismo di Ferdinand, in veste di aiutante del medico ebreo Yugenbitz, pretende di salvarlo con due cucchiai di sciroppo. Ma il povero infante è condannato e muore perché così va il mondo e non c’è nulla che si possa fare, se non maledire il giorno che si è nati. Ferdinand, che nella vita era medico, parla con il cuore colmo di speranze di chi vuole salvare delle vite, orripilato da ciò che aveva visto al fronte nelle Fiandre, si veda Viaggio al termine della notte, non eserciterà mai più la professione. Medici e scrittori talora hanno caratteristiche analoghe, come scrisse Cechov, che aveva due bassotti, in entrambi i casi sono necessari dire requisiti: cuore e spirito di osservazione verso l’altro, che sia paziente o lettore poco importa.

In una scala da uno a cento, l’indice di intollerabilità della storia si attesta, per il mio sentire di pia beghina dedita alle opere di carità cristiana nonché di antichissima lettrice di Céline, a un livello di novantacinque gradi Celsius. Maneggiando il tomo ci si brucia ininterrottamente il sederino, il romanzo si legge avvolti dalle fiamme, stando proditoriamente assisi sulle lingue di fuoco dell’inferno in terra, senza prospettiva alcuna di redenzione e salvezza. L’incendio delle carni fisiche, grande gluteo, medio e piccolo, divampa e insidia l’anima del lettore, la costringe a mettersi in salvo nell’alto dei cieli, a chiedere aiuto insino all’angelo custode, spariglia le carte e rimette in discussione le poche, miserabili certezze, compreso il mio mantra quotidiano: «Anche per oggi per il dono della vita grazie», ma un simile auto da fé vale la pena di essere offerto alla memoria di quello che ritengo uno dei massimi scrittori del secolo scorso. Preparatevi ad attacchi di terzana e avventuriamoci dunque in stile prode Anselmo nella Londra dei fuggiaschi francesi, disertori quidam, magnacci e puttane. Ferdinand, che non fa più Bardamu di cognome ma Ferdinand tout court, insegue la giovane Angele, mantenuta da un riccone britannico così come in Viaggio al termine della notte correva dietro a Lola che non era una puttana professionista ma poco ci mancava. In zona Leicester Square, prossima al malfamato quartiere di Soho, vi è una sordida pensione ove imperversano i due papponi Cantaloup e Tregonet, con un corollario di mignotte – uno dei papponi richiede in Francia una prostituta senza una gamba, gliene spediscono una mutilata al ginocchio, non va bene! Il magnaccia si arrabbia, la merce doveva essere priva anche del femore, esercitando un turpe diritto di resa la rimanda indietro -, Bijou che è un poliziotto ubriacone e vagamente laido, un certo Borokrom, e ovviamente Ferdinand. In Londra la cifra della rilassatezza dei costumi pertiene a tutti i personaggi indistintamente, colpiti da una sindrome di turpe lascivia che forse discende dal fatto che sul continente imperversa la guerra. Fra un sollazzo e l’altro, Ferdinand per avere la sua Angele deve aspettare che il vecchio che la mantiene parta per faccende di lavoro, appare un tizio che si chiama Stocazzo. Mi piacerebbe sapere quale sia il soprannome originale, perché questo evoca con prepotenza i malvezzi romani, con il repertorio delle battute sul membro maschile e soprattutto con l’uso dell’intercalare sticazzi a significare “sai quanto me ne frega”… Stocazzo è il figuro più misterioso del romanzo.
«C’è una cosa ancor ancora più fetida della peggiore crudeltà del destino, è essere costretti a rivivere quello che è finito». In Londra è tutto un rivivere di situazioni paradossali e disperate, un rincorrere senza fiato gli archetipi di una vita un po’ meno schifosa di quella che ci spetta in sorte. Ecco il rivivere quello che è finito, sempre in diminuire, sempre più abborracciato e consunto, che è una sorta di condanna insita nella condizione umana, qui magistralmente sciorinata. «Si fa quel che si può per continuare a vivere, tocca sopportare in tanti di quei modi», e come tutti sanno l’uomo si adatta a qualsiasi aberrazione pur di non tirare le cuoia. Ferdinand, animato da vero spirito di medico, perché medico era, vorrebbe curare i malati, ha la vocazione a farlo, invece stordito dagli acufeni in un orecchio e con il perpetuo rimbombo dell’olifante in testa, si incanaglisce nei vischiosi rapporti con la depravata Angele. Durante una serata nel locale della Crokett il poliziotto in incognito Bijou viene pestato a sangue da certi clienti ubriachi, Ferdinand e il sodale Borokrom, un altro pazzo allo sbando, credendolo morto lo caricano su una carretta e con questa vagano per la città per portarlo alla stazione da cui parte il treno dei cadaveri. Durante le peregrinazioni in una Londra buia e distopica i due finiscono su indicazione del capostazione, che non può prendersi il morto perché questi non ha documenti, a casa del medico ebreo Yugenbitz, dove si impancheranno per un mese, una volta scoperto che il povero Bijou non è affatto morto ma soltanto bisognoso di cure.
In Londra è tutto molto crudo, molto triste, sorretto da una pietas pudica e sincera, ma essa stessa smerdata dall’orrore della guerra, dal marchio che la guerra ha lasciato nel cuore di chi l’ha fatta, una pietas che più che confortare ti annichilisce. Si deve procedere a passetti di formicola verso il proprio destino ultimo, non ci sono scappatoie, questo è tutto un memento mori, perché la vita è una faccenda da cui non si esce vivi. «È la guerra che tutti gli uomini invocano da quando sono sulla terra, è la guerra infinita… Organizziamola! Moriamo! Stiamo zitti! Ne ho abbastanza».
Stiamo zitti.
In copertina:
Londra 1938 ©Photo by Watkins/Hulton Archive/Getty Images