02.09.2026

Milano capitale. La forma della città tra Majorino e Pagliarani

Il confronto tra i due autori ridisegna la mappa della poesia urbana italiana e il ruolo di Milano

Molto si è detto e scritto sulla centralità della città nella poesia italiana del secondo Novecento, da Pagliarani a Raboni fino a Majorino. Eppure appare oggi necessario tornare su questi testi, non soltanto per il loro valore storico-letterario, ma per la sorprendente attualità con cui continuano a interrogare la vita urbana contemporanea. Le loro pagine restituiscono, infatti, una città fatta di lavoro, linguaggi, relazioni sociali, mobilità e trasformazioni economiche che riguardano ancora da vicino l’esperienza di molti lettori.

In questo quadro merita particolare attenzione l’opera di Giancarlo Majorino, autore centrale e insieme eccentrico del periodo in esame, rimasto in una posizione relativamente periferica rispetto ad altri protagonisti della poesia novecentesca. La sua vicenda critica è singolare: scoperto e sostenuto da Franco Fortini, che ne intuì precocemente l’importanza segnalandolo a Pasolini1, Majorino non ha conosciuto una ricezione paragonabile a quella di altri autori della sua generazione, pur continuando a pubblicare fino agli anni Duemila e sviluppando una delle riflessioni più originali sul rapporto tra poesia, città e storia.
Non si tratta, naturalmente, di un autore dimenticato. La critica ne ha riconosciuto il ruolo entro lo sperimentalismo italiano, insistendo soprattutto sul carattere narrativo della sua poesia e sulla centralità della dimensione urbana. Già Raboni parlava di La capitale del Nord (1959) come di un «romanzo o racconto in versi» in cui Majorino compie un «intelligente recupero – in chiave di rigoroso controllo filologico e di irrobustimento critico-satirico – di alcune istanze narrative d’origine tra populista, neorealista e neovociana».2

Anche studi più recenti hanno ricondotto il poema entro la tradizione italiana del romanzo in versi, accostandolo inevitabilmente a La ragazza Carla (1962) di Elio Pagliarani, da sempre contraltare della Capitale3. Meno esplorata appare, invece, la diversa funzione che la città assume nei due testi e il modo in cui essa finisce per organizzare la materia stessa del poema.
La parentela è evidente. Entrambi i poemi assumono Milano come luogo privilegiato dell’esperienza moderna; entrambi registrano l’ingresso del capitalismo nella vita quotidiana, l’irruzione dei linguaggi tecnici, burocratici e produttivi dentro la poesia, la crisi della soggettività lirica tradizionale. Eppure le somiglianze sembrano arrestarsi proprio nel momento in cui si osserva il funzionamento interno dei testi.
In Carla la città rimane costantemente filtrata dalla vicenda individuale della protagonista. Milano è il luogo della formazione, del lavoro, dell’apprendistato sentimentale e civile della ragazza; persino nei momenti in cui il poema si apre a riflessioni di carattere più generale, il lettore continua a tornare a lei, alla sua esperienza, al suo progressivo ingresso nel mondo adulto. Il capitalismo, mai nominato esplicitamente come categoria storica, permea l’intero poema: è negli uffici, nella disciplina del lavoro, nelle banche, nell’educazione professionale, nella pedagogia implicita di un mondo che insegna rapidamente come si debba stare dentro la modernità, è in tutto quell’universo produttivo condensato in versi ormai emblematici come «negli uffici si imparan molte cose / ecco la vera scuola della vita».
La città costituisce dunque il luogo entro cui prende forma una biografia. Anche quando lo sguardo sembra allargarsi oltre Carla, esso torna costantemente a lei, che rappresenta il perno narrativo su cui il poeta misura il rapporto tra individuo e storia. Perfino i momenti di maggiore apertura meditativa – «Quanto di morte noi circonda e quanto / tocca mutarne in vita per esistere» – non fanno altro che approfondire questa centralità, trasformando l’esperienza individuale in esperienza condivisa. Carla è il filtro attraverso cui il lettore percepisce Milano. In questo senso, la struttura stessa del poema è da considerarsi centripeta: pluralità dei linguaggi e lessico tecnico e burocratico non dissolvono mai completamente la soggettività, anzi finiscono per definirla.

È qui che il confronto mostra il proprio limite e, insieme, la propria utilità critica. Se in Pagliarani la città coincide con il percorso della protagonista, La capitale del Nord sceglie una strada diversa. Majorino sottrae progressivamente il lettore a qualsiasi centro stabile.
Il poema rinuncia fin dalle prime pagine a un unico protagonista riconoscibile, preferendo una costellazione di figure che attraversano la città senza mai esaurirla. Gianni, Virginia, Carlo, Lucy, Vittorio: nessuno di loro assume realmente il ruolo che Carla ricopre nel poema di Pagliarani. Entrano ed escono dalla scena, si intrecciano, si allontanano, talvolta si sovrappongono, lasciano emergere come vero protagonista il tessuto della vita urbana.

Questa differenza non riguarda soltanto la costruzione dei personaggi. In Majorino la città smette di costituire un semplice oggetto della rappresentazione per diventare il principio che organizza la struttura e il linguaggio poetico. Non è soltanto ciò di cui il poema parla: è il modo stesso in cui il poema procede.
Già l’incipit orienta la lettura in questa direzione. L’apostrofe «O mia città vedo le porte gli archi», evidente riscrittura dell’incipit leopardiano di All’Italia, trasferisce immediatamente il centro del discorso dalla patria alla metropoli. Là dove Leopardi contemplava i resti di una comunità storica perduta, Majorino osserva una città attraversata dalle trasformazioni del capitalismo e dello sviluppo industriale. Lo sguardo del poeta, senza cercare origini da rimpiangere, registra un organismo in continua espansione, una realtà che sembra modificarsi mentre viene osservata.
Da questo momento in avanti il poema sembra assumere il ritmo stesso della città. Le figure si susseguono senza stabilire gerarchie definitive, i registri linguistici mutano continuamente, il lessico accoglie termini burocratici, politici, amministrativi, colloquiali, tecnici, insieme a improvvise aperture liriche e a continui richiami alla tradizione. L’impressione non è quella di un accumulo gratuito, ma di una scrittura che tenta di riprodurre la pressione esercitata dalla vita urbana sulla coscienza.

L’accumulo, in altre parole, non appare come una semplice scelta stilistica, né come un’eredità della sperimentazione novecentesca. Esso risponde alla logica urbana, a una città che interrompe continuamente il pensiero, lo devia, lo costringe a registrare stimoli eterogenei: una conversazione ascoltata per strada, una pratica d’ufficio, una manifestazione politica, un ricordo personale, una vetrina, una pubblicità, una voce improvvisa, una guerra lontana («È sempre aperto il forno della guerra / ma la pace verrà con queste facce / d’impiegati di banca d’operai / di donne con bambini di studenti / di vecchi di commesse di soldati»).
La sintassi sembra nascere proprio da questa successione di contiguità, da una catena di incontri che non procede secondo rapporti di analogia, ma di vicinanza. A guidare il poema è una regia serpentina, che segue il movimento della materia urbana più che quello dei personaggi. Lo sguardo diverge, intercetta dialoghi, si arresta su dettagli apparentemente marginali, li abbandona per un’altra traiettoria.

Una simile dinamica può essere descritta attraverso la distinzione di Roman Jakobson4 tra asse metaforico e asse metonimico. Se la metafora costruisce il significato attraverso la somiglianza, la metonimia procede invece per contiguità. La capitale del Nord sembra appartenere a questa seconda logica: ogni elemento conduce al successivo perché gli è accanto nello spazio della città e dell’esperienza. Il movimento del poema riproduce così quello di una lunga traversata cittadina, in cui il senso nasce dall’accostamento continuo di soggetti, luoghi, oggetti e discorsi.

Se la sintassi tende all’espansione, il lessico risponde con un movimento di condensazione. Sono disseminati nel testo numerosi neologismi, come «isolespie», «scontroprevisioni», «servocapo», «sovversivisospetto», che presentano in un’unica forma lessicale elementi che la lingua ordinaria tenderebbe a mantenere distinti. Si tratta di parole fuse per collisione, che rispondono alla stessa logica che governa la struttura stessa del poema: costringere elementi differenti a convivere nello stesso spazio linguistico, comprimere nello spazio della parola la densità delle relazioni sociali.
Le parole si aggregano per contiguità, come individui nello spazio urbano: si accavallano, si urtano, si fondono, dando forma linguistica allo stesso affollamento che interessa la città.
La dimensione metropolitana, insomma, non costituisce soltanto l’orizzonte narrativo. Essa penetra nella lingua, fino a modificarne i meccanismi più elementari, facendo della forma poetica il luogo in cui l’esperienza urbana continua a produrre i propri effetti.

Appare allora programmatica la dichiarazione: «Se fedele dev’essere il poeta / al tempo scriveremo di partenze / frenate e ricorsi in cassazione […] / con versi che la biro dell’ufficio / (la marca della ditta l’attraversa) / la vespa delle ferie la ragazza / di tutti e rabbia / amore detteranno». Il poeta accetta che siano la storia, il lavoro, la burocrazia, gli oggetti quotidiani e perfino i marchi commerciali impressi sulle biro a dettare la materia del verso. La città irrompe nella poesia perché ne invade il linguaggio.
Questa organizzazione della materia poetica comporta una conseguenza ulteriore. Mentre in Pagliarani il destino individuale continua a rappresentare il punto di convergenza attraverso cui leggere Milano, in Majorino la direzione si inverte: è Milano a precedere gli individui, a contenerli, a determinarne le traiettorie. Le esistenze vengono assorbite in una trama sociale più ampia, dove il privato e il pubblico cessano di essere ambiti separati.

È significativo che persino i momenti apparentemente più lirici vengano continuamente attraversati dalla storia, che non interrompe mai il discorso poetico dall’esterno, costituendone la materia stessa. Quando Majorino scrive delle «grandi banche / rivali o consociate in busta chiusa / [che] dan vita o morte in crediti d’usura / legate col cordone ombelicale / del capitale», il lessico economico non assume il valore di una semplice denuncia civile, ma entra nella struttura del poema come uno dei linguaggi attraverso cui la città pensa e parla.
Anche per questo la poesia di Majorino mantiene un rapporto soltanto parziale con la Neoavanguardia. Ne condivide certamente la crisi della lirica tradizionale, l’apertura ai linguaggi della contemporaneità, la pressione esercitata dalla realtà storica sulla forma poetica. Tuttavia la sperimentazione non si esaurisce mai nell’esercizio formale. Al contrario, essa rimane costantemente verificata dall’orizzonte storico-sociale, che impedisce al linguaggio di chiudersi su se stesso. L’innovazione nasce dall’urgenza di trovare una forma adeguata alla complessità della vita contemporanea.
È probabilmente in questo equilibrio che risiede l’originalità del poema. La pluralità dei registri, l’accumulo sintattico, la condensazione lessicale e la continua mobilità dello sguardo non sono il risultato di una poetica dell’eccesso, bensì gli strumenti attraverso cui il testo tenta di restituire la densità di un corpo urbano in continuo mutamento.

Rimane infine una domanda decisiva: chi osserva tutto questo? Chi è il soggetto che attraversa La capitale del Nord? Se Pagliarani affida stabilmente lo sguardo a Carla e al suo percorso di formazione, in Majorino anche l’io poetico sembra sottrarsi a ogni definizione univoca. Esso non coincide mai completamente con Gianni, pur condividendone spesso il punto di vista; non scompare nella coralità delle voci, ma nemmeno conserva la compattezza dell’io lirico tradizionale.
Si tratta di un soggetto di natura mobile, definito da Antonio Prete5 come «molteplice nel singolo», che oscilla continuamente fra partecipazione e distanza. È dentro la città perché ne condivide i linguaggi, le contraddizioni, le tensioni storiche e sociali; ma è anche fuori campo, capace di registrare il movimento complessivo dell’organismo-città senza identificarsi definitivamente con nessuna delle figure che lo abitano. L’io è molteplice e, potremmo dire, permeabile, poiché si fa unica coscienza che attraversa molte vite senza coincidere interamente con nessuna di esse.

Questa posizione spiega anche la particolare costruzione narrativa del poema. Le vicende di Gianni, Virginia, Carlo e degli altri personaggi non costituiscono una successione di episodi autonomi, ma funzionano come vere e proprie macchine di presa. Ognuna apre per qualche istante una microtrama, che viene immediatamente riassorbita entro una trama sociale più ampia. La narrazione procede così per continui cambi di fuoco: il lettore segue una figura, poi un dialogo, poi una strada, poi un evento politico, senza che nessuno di questi elementi riesca a imporsi definitivamente sugli altri.

In una regia di tale coralità, non risulta incoerente la presenza di una forte eco dantesca, più volte sottolineata dalla critica. Dal riferimento all’uomo dagli «occhi di bragia», fino al Carlo che «guarda e passa», evidente richiamo al celebre «non ragioniam di lor […]», l’imprinting dantesco risuona in Majorino senza esaurirsi nella semplice citazione. Più profonda appare, infatti, la comune concezione dello spazio poetico. Entrambi i poemi si costruiscono come un attraversamento, terreno in Majorino e ultraterreno in Dante. Anche la Commedia è un poema densamente popolato: anime, mestieri, dialetti, registri linguistici, vicende individuali e storia collettiva convivono entro una struttura che procede per continui incontri. Majorino sembra riprendere questa vocazione inclusiva trasferendola nella Milano del secondo Novecento. Il pellegrinaggio ultraterreno diventa viaggio urbano; le anime lasciano il posto agli impiegati, agli operai, agli studenti, ai pensionati, ai funzionari, ai bambini, alle banche, agli uffici. Cambia il mondo rappresentato, ma permane l’ambizione di costruire un poema capace di contenere una società intera.

È forse anche per questo che La capitale del Nord sfugge tanto alla lirica tradizionale quanto al semplice racconto in versi. La vera continuità narrativa non è affidata ai personaggi, bensì al movimento dello sguardo che attraversa incessantemente la città, registrandone le relazioni, i linguaggi, le trasformazioni. Più che una successione di episodi, il poema costruisce una trama metropolitana.
Non è casuale che l’opera si chiuda sull’immagine di panchine «deserte sempre più di sognatori»: dopo aver dato voce a una città gremita di corpi, linguaggi e conflitti, ciò che sembra mancare è proprio la possibilità di immaginarla diversamente.

In conclusione, il confronto con Pagliarani consente di precisare meglio la natura della ricerca poetica di Majorino. Se La ragazza Carla continua a costruire la città attorno alla vicenda di una protagonista, La capitale del Nord compie un ulteriore spostamento: dissolve progressivamente ogni centro narrativo stabile fino a fare della città il principio che organizza l’intero poema. Personaggi, sintassi, lessico, registri linguistici e perfino la fisionomia dell’io lirico rispondono ormai alla medesima logica urbana.
È probabilmente in questo punto che Majorino si distingue anche rispetto allo sperimentalismo della Neoavanguardia. La crisi della lirica tradizionale, la contaminazione dei linguaggi, l’apertura al parlato, alla politica e alla burocrazia non rappresentano mai un esercizio di avanguardia fine a se stesso. La sperimentazione nasce, piuttosto, dalla necessità di trovare una forma capace di restituire la complessità della città contemporanea. L’invenzione linguistica rimane sempre accordata a quella «passione del reale» che sottrae la scrittura al rischio di trasformarsi in puro laboratorio formale.

È forse anche per questa ragione che la Capitale continua a parlarci. Non soltanto perché racconta la Milano del boom economico, ma perché mette in scena un modo nuovo di abitare la modernità. La città diventa il dispositivo entro cui i rapporti sociali si formano, le identità si frammentano, il linguaggio si modifica. Il poema non rappresenta semplicemente Milano. Ne assume il ritmo, la densità, l’affollamento, fino a trasformare la forma poetica nell’equivalente stesso dell’esperienza urbana.
Riletta oggi, La capitale del Nord appare allora meno come il documento di una stagione storica e più come una delle più originali riflessioni poetiche sul rapporto tra città e linguaggio nella letteratura italiana del secondo Novecento. Se la vera protagonista del poema è Milano, lo è soltanto nella misura in cui Milano coincide con il sistema di relazioni, corpi, voci e linguaggi che incessantemente la costituiscono. Più che raccontare una città, Majorino ne assume il principio di funzionamento, trasformando la metropoli da oggetto della rappresentazione a forma stessa della poesia.

  1. G. Majorino, Autoantologia, 1999.
    ↩︎
  2. G. Raboni, Scheda per Majorino, in «Aut Aut», marzo 1966, poi in Poesia degli anni sessanta, 1976. ↩︎
  3. Per un inquadramento del rapporto tra La ragazza Carla e La capitale del Nord entro la tradizione del romanzo in versi, si vedano gli studi di Francesco Roncen, Una zona franca tra i generi, Università di Padova, 2015; «Discorso sul mondo e discorso sull’io», Allegoria, 73, 2016.
    ↩︎
  4. Cfr. R. Jakobson, Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia, in Saggi di linguistica generale, trad. it., 1966. ↩︎
  5.  Cfr. A. Prete, Giancarlo Majorino. Il molteplice nel singolo, «doppiozero», 22 maggio 2021. ↩︎


immagini: nel testo, Zughter; in copertina, Pixabay free

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