01.07.2026

L’uomo con un milione di facce. La mia educazione di William Burroughs

Un viaggio attraverso l’autobiografia onirica dello scrittore americano

Burroughs – William Seward Burroughs. Alcuni scrittori portano con sé intere geografie. Il caso dell’autore de Il Pasto Nudo e di Queer è particolarmente stratificato, perché accanto a una geografia fisica che abbraccia tre continenti e mezzo – il Nord e il Sud dell’America, esplorati in lungo e in largo; l’Africa settentrionale di Tangeri; svariate città europee, in particolare Parigi e Londra – il nome di Burroughs snoda al suo stesso apparire un labirinto di specchi tra identità più o meno rifratte lungo il corso dei suoi libri – il William Lee dei primi sei romanzi; il meta-alter ego di Clem Snide; l’innominato title character del racconto Sterminatore!; il pistolero Kim Carsons di Strade Morte; il Vecchio della Montagna Hasan-i Sabbah in Terre Occidentali; e molti altri ancora – per non scordarsi delle città fantastiche immaginate in Interzona e come, nell’ultimo trittico di romanzi, le Strade Morte del leggendario Far West americano presto si tramutavano nelle Terre Occidentali della mitologia egizia, metafisico regno dei morti in sinistra comunicazione con la terra dei viventi.

A queste latitudini geografiche, identitarie e ultraterrene, l’ultima uscita di Burroughs per Adelphi, La mia educazione, aggiunge un nuovo territorio: la dimensione onirica, indagata dallo scrittore in un proliferare di frammenti raccolti nel corso dei decenni e originariamente pubblicati sul finire della sua esistenza terrena, nel 1995. Dedicato a Michael Emerton, amico e collaboratore che si era suicidato nel 1992, e aperto da una citazione dell’Anabasi di Saint-John Perse, La mia educazione riporta come sottotitolo Un libro dei sogni, esattamente come I ragazzi selvaggi era accompagnato dalla notazione Un libro dei morti.

«Aeroporto. Come una recita scolastica che vuole trasmettere un’atmosfera spettrale. Un banco sulla scena, dietro c’è seduta una donna con i capelli grigi e il volto freddo e cereo da burocrate intergalattica. In lontananza i rumori dell’aeroporto, confusi, incomprensibili, poi di colpo forti e chiari. ‘Il volo sessantanove è stato –‘. Interferenze… la voce si affievolisce, sempre più lontana… ‘Il volo…’. In piedi a un lato del banco ci sono tre uomini, sorridono al pensiero delle future destinazioni. Quando mi presento al banco, la donna dice: ‘Lei non ha ancora ricevuto la sua educazione’.»

Burroughs spiega succintamente che il primo sogno del libro risale a trentacinque anni prima, a ridosso della pubblicazione de Il Pasto Nudo nel 1959 per la leggendaria – e famigerata – Olympia Press parigina, luogo di approdo per non pochi testi cardine del Novecento letterario che solo in terra francese riuscivano a scampare alle spire della censura dei governi e dell’autocensura degli editori.

È vano cercare all’interno de La mia educazione stimoli particolari per un tentativo fuori tempo massimo di psicoanalizzare Burroughs. Il libro è tutt’altro che un diario dei sogni post-freudiano; se proprio gli si deve trovare un precedente, bisognerebbe scavare all’indietro nei secoli e rinvenire gli antichi hypomnemata in uso dai greci e dai latini. Del resto, per un periodo durante i suoi studi giovanili di medicina a Vienna Burroughs visse a poca distanza da Sigmund Freud: al suo studio andavano in massa in un pellegrinaggio laico e intellettuale molti stranieri, ma Burroughs se ne tenne in disparte. «Anche se viveva nella ‘città dei sogni’, non aveva ancora capito l’importanza dei propri, che gli avrebbero procurato una buona metà dei personaggi», commenterà decenni dopo il suo biografo Barry Miles. È invocando lo Spirito del Male, da cui tentò per decenni di esorcizzarsi con le tecniche provenienti dalle tradizioni religiose più disparate, che Burroughs spiegò ai contemporanei e ai posteri il gesto più incomprensibile ed efferato della sua vita, l’uccisione della moglie Joan a Città del Messico nel 1951, in un malinconico pomeriggio alcolico che era sfociato nel gioco letale del Guglielmo Tell – l’opposto simmetrico di un atto mancato à la Freud.

Sul finire del libro farà la sua apparizione il grande rimosso dell’uccisione accidentale ma tutt’altro che innocente della moglie, incarnato in un surreale passivo che allontana da sé la responsabilità dell’atto – «ricordo il giorno in cui Joan fu uccisa e stavo camminando per strada e di colpo mi scendevano le lacrime». Ma Burroughs ne La mia educazione sa essere a più riprese spietato con sé stesso, come quando rievoca gli ultimi anni di vita della madre ricoverata in clinica fino all’arrivo del «telegramma di Mort», il fratello maggiore, da cui «ero stato tirato giù dal letto. Per un attimo ho messo la cosa da parte. ‘Mamma morta’. Non provavo niente. Poi mi ha colpito, come un calcio in pieno stomaco» – curiosa parafrasi autobiografica dell’incipit de Lo straniero camusiano subito corretto dall’autenticità del dolore attraversato per il lutto.

Ne La mia educazione non mancano sprazzi di teoria onirica – «i sogni con le valigie si possono chiamare anche sogni del tempo, perché viaggi e valigie riguardano sempre il tempo» – o di metaletteraria consapevolezza dei limiti della descrizione dei sogni:

«Per anni mi sono chiesto come mai i sogni sono così scialbi quando vengono raccontati e questa mattina trovo la risposta, che è molto semplice – come la maggior parte delle risposte, l’hai sempre saputa: Manca il contesto…»

Occasionalmente Burroughs si rifà anche al più classico simbolismo freudiano – uno dei suoi paesaggi onirici, una galleria con il soffitto a cupola, viene da lui ricondotta a un utero: ma né l’onirotecnica freudiana né nessun altra scuola psicoanalitica possono spiegare gli altri tratti celebri della vita patologica e ossessiva di Burroughs, come la sua attitudine morbosa alla sessualità omosessuale o la sua duratura dipendenza da droghe di ogni genere, dalla morfina all’ayahuasca. Burroughs aveva anche sperimentato in prima persona la terapia psicoanalitica, andando in cura da vari terapeuti, ma l’esperienza è liquidata nel giro di poche righe: «la mia analisi. Tanti anni, un sacco di soldi – vien quasi da dire che è stato un totale spreco di tempo e soldi, ma per uno scrittore non esistono esperienze inutili»; in maniera ancora più paradossale, nei primi anni di conoscenza con Allen Ginsberg e Jack Kerouac aveva anche vestito per loro gli assurdi panni dello psicologo con tecniche eterodosse basate sull’ipnosi e la libera associazione, il cui vero frutto fu il maggior affiatarsi del legame tra i principali esponenti della Beat generation.

La mia educazione sembra a tratti una risposta alla biografia di Ted Morgan Fuorilegge della letteratura, a detta di Burroughs viziata da un equivoco di fondo: «per essere un fuorilegge bisogna anzitutto avere una base legale da ricusare e da cui fuggire. Io una base del genere non l’ho mai avuta». C’è da considerare che La mia educazione arrivò nelle librerie decenni dopo la pubblicazione dei suoi libri più celebri – La scimmia sulla schiena del 1953, ora Junkie in edizione critica; Il pasto nudo, primo capitolo di una tetralogia frutto di un’unica ispirazione e di un unico maxi-manoscritto editato per la pubblicazione, che includeva anche La macchina morbida, Il biglietto che esplose e Nova Express; il già citato I ragazzi selvaggi del 1971 – e otto anni dopo l’apparizione del personalissimo Queer, risalente anch’esso agli anni cinquanta ma uscito solo nel 1985. E di fronte allo specchio dei suoi sogni Burroughs ribalta il paradosso greco-russelliano del mentitore, dichiarando di essere senza appello «il peggiore dei bugiardi, non tanto per una questione di principio di integrità, quanto per una vera e propria incapacità di fondo. Dentro di me non ci sono bugie così come non c’è la verità. Non avrei mai potuto fare il politico o il truffatore».

Dato alle stampe in un momento in cui William Burroughs non era più solo la pecora nera della letteratura del Novecento, ma uno scrittore consacrato dall’American Academy of Arts and Letters e dall’Ordre des Arts et des Lettres francese, dall’influenza su David Bowie per la tecnica del cut-up e dalla passione di Kurt Cobain per il suo immaginario narrativo, nonché dall’adattamento “impossibile” che da Il pasto nudo era riuscito a trarre David Cronenberg, La mia educazione contiene così alcune delle pagine più personali di tutta l’opera burroughsiana, che rivisitano i topoi più celebri della sua vita auto-romanzata con quel disincanto tipico della vecchiaia: alla ricerca ossessiva delle droghe sudamericane raccontata ne Le lettere dello yage e in Queer fa adesso spazio la depressione frutto di astinenza dagli oppiacei, una forma di «consapevolezza dell’orrore nudo e crudo della condizione umana al punto in cui siamo». È proprio sul curiosissimo percorso della sua carriera autoriale che Burroughs lascia all’interno de La mia educazione uno dei passaggi più rilevatori e personali:

«Uno scrittore… in faccia porta le cicatrici delle prime lotte, gli anni di sprezzo e indifferenza da parte dei critici… ma basta tener duro per diventare il grande veterano delle lettere, con l’anello da tovagliolo personale in un ristorante molto ricercato e discreto. Forse persino l’Accademia.»

Tra i massimi narratori della frammentazione del principium individuationis e degli stati alterati della coscienza, nelle pagine de La mia educazione Burroughs rimarca ancora una volta la sua ineludibile lontananza dalla razza umana: «sono un alieno? Alieno rispetto a cosa, esattamente? Forse la mia casa è la città dei sogni». Gli esseri umani nelle sue lucide visioni oniriche sono ridotti a «orgasmi in cerca di cibo». Una voce in un sogno proclama che «dove siamo è l’inferno e dove è inferno staremo per sempre». È con il suo sguardo alieno che Burroughs può astrarsi dalla Terra ed esclamare «che pianeta orribile e rozzo è questo. La specie dominante è costituita da sadici imbecilli, facce dai lineamenti orribili afflitti da una carestia spirituale rigonfia di stupido odio. Feccia senza speranza». Inutile stare a parlargli di questioni politiche o di movimenti umanitari: «non mi sono mai sentito vicino a nessuna causa né a nessun popolo, per cui invidio con un certo distacco dettato dall’incomprensione quelli che parlano della ‘mia gente’. Ebrei, neri, palestinesi, cinesi… Affiliarmi a un aggregato del genere sarebbe un atto di sfacciato dilettantismo che non potrei mai compiere. Verrei subito inquadrato come impostore e bollato come spia».

La mia educazione relativizza anche ogni mito di militanza letteraria, quando saltuariamente nei suoi sogni compaiono vecchi commilitoni della Beat Generation – «prendo parte a una festa e a una cena alla Columbia. C’è Allen Ginsberg ed è ricco. Ha fondato una specie di chiesa»; in un altro sogno sempre Ginsberg afferma «io sono l’altra metà di William Burroughs», forse un accenno distorto al ruolo avuto da lui, e ancor più da Kerouac, a dare la forma di libro agli appunti scombinati e deliranti de Il Pasto Nudo e dei volumi successivi della sua prima serie narrativa.

Nella popolazione spettrale che abita il mondo onirico dello scrittore non mancano altri nomi noti, come L. Ron Hubbard, il fondatore di Scientology con cui Burroughs aveva avuto un breve abboccamento poi finito in ripulsa, o ancora Getty Sr, del cui sfortunato nipote Paul W.B. aveva fatto conoscenza poco tempo dopo il rilascio dal rapimento in Italia. Ne La mia educazione c’è pure una rievocazione onirica di un incontro con Jean Genet a Parigi – l’unico altro scrittore del Novecento oltre a Samuel Beckett per cui Burroughs era propenso a profetizzare un’autentica posterità letteraria – e il criptico appunto «con Alex Trocchi e Kafka. Kafka aveva il cancro».

Un sogno tra i molti ricapitolati nel libro è anche ambientato «da qualche parte in Italia, per qualche motivo lo so», e vede l’ingresso di un gruppo di intrusi in una casa deserta abitata da Burroughs: di tutto il gruppo però presto ne restano solo quattro, di cui uno che si mette a leggere qualcosa di Eugene O’Neill. Un altro sogno è ambientato «nella città futura di Blade Runner» – titolo di Burroughs, trama di Philip K. Dick, immaginario visivo tutto di Ridley Scott, che aveva acquisito i diritti di un altro racconto/trattamento cinematografico burroughsiano, a sua volta ispirato da un romanzo di Alan Nourse, per trasporre sul grande schermo Ma gli androidi sognano pecore elettriche dickiano. Sul finire de La mia educazione si sfocia in una vera e propria cosmogonia gnostica:

«L’Albero della Conoscenza conferisce inevitabilmente ai mortali la capacità di conoscere la mente di Dio. Col tempo. Scacco matto. Fra tremila anni. Dio doveva quindi giocarsi l’asso nella manica. La bomba atomica. Ma non è stato Satana a indurre Eva a mangiarsi il pomo d’Adamo e a farli cacciare tutti e due? Satana ha fatto male i calcoli, altrimenti non avrebbe perso la battaglia. E ora Dio, come Kali, deve ricorrere all’arma di distruzione totale di Satana.»

William Burroughs

Burroughs, che nelle interviste dell’ultima parte della sua vita si era dichiarato gnostico o manicheo, e che nella trilogia finale Le città della notte rossa, Strade morte e Terre occidentali aveva a più riprese flirtato narrativamente con l’immateriale, l’impalpabile e l’innominabile, ne La mia educazione tira i remi in barca a proposito dell’eone presente – «risultato: confusione totale. È Satana che si finge Dio oppure è Dio che si finge Satana?» – in una grandiosa visione di misticismo negativo che sembra condensare, criticare e riproporre le esperienze più radicali delle religioni e delle spiritualità di tutto il mondo.

Nonostante le apparenze però quello di Burroughs non è un “folle volo”, e La mia educazione appare in prospettiva come uno dei suoi testi tematicamente più compatti e circoscritti. Siamo di fronte non solo a un libro dei sogni, ma a una cartografia dell’onirico, e a un’apologia dell’esperienza sognante: Burroughs si scaglia contro la tesi non solo secolarizzata ma anche anti-freudiana per cui i sogni non significano niente controbattendo che anche «la scienza è zeppa di dogmi soggiacenti e falsificazioni manifeste tanto quanto il cattolicesimo», di assunti arbitrari come quello della invalicabilità della velocità della luce, o dell’impossibilità della mera volontà umana di produrre effetti fisici per telepatia o altre vie esenti dalla tangibilità fisica.

Via via che il duplice elemento della droga e della paranoia aveva relativamente calato di importanza all’interno dei suoi romanzi, già nei libri degli anni ottanta Burroughs aveva cantato le lodi del sogno: «ricerche recenti hanno stabilito che sognare è una necessità biologica. Se il sonno con i sogni, il sonno REM, è impedito il soggetto mostra tutti i sintomi dell’insonnia, non importa quanto sonno senza sogni gli sia consentito: irritabilità, allucinazioni, alla fine coma e morte», si leggeva in Strade Morte, uno dei romanzi più sottovalutati di Burroughs, in cui il protagonista Kim Carsons, al secolo William Seward Hall, considerava le visioni oniriche «come un legame vitale con il nostro destino biologico e spirituale nello spazio»; e nel successivo Terre Occidentali si leggeva:

«Immaginate di essere morti e di vedere la vostra vita intera distesa su un panorama spaziale, un vasto intrico di stanze, strade, paesaggi, non in sequenza ma disposti secondo mutevoli modelli associativi. Il vostro attico a St. Louis si apre su un appartamento a New York, da cui saltate a una strada di Tangeri. Chiunque abbiate mai conosciuto è là. Questo naturalmente succede nei sogni.»

Otto anni dopo la pubblicazione del suo ultimo romanzo, La mia educazione è la perfetta applicazione in forma di particolarissimo memoir di questa fantasticheria burroghsiana.

«Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini», si leggeva in una delle pagine più celebri del Viaggio al termine della notte di Céline. Nella frammentarietà, nella visionarietà e nella beffarda singolarità di queste vedute oniriche di Burroughs, lo scrittore forse più incasellabile del Novecento lancia una sfida irrisolvibile ai suoi biografi e scatena un’ultima Totentanz ricca di fantasmi e di rimpianti lungo il crinale che c’è tra sogno e ricordo. Se un mantra ripetuto spesso da Burroughs nel privato, e usato anche per l’edizione italiana targata Adelphi del suo epistolario, sanciva che «Il mio passato è un fiume malvagio», i sogni dello scrittore ne sono la foce, una wasteland in cui l’angoscia pulsionale e il fremito alla libertà si chiudono in un ultimo, beffardo abbraccio.


Immagine di copertina: da Il pasto nudo, David Cronenberg, 1991.

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