La tradizione buddhista giapponese e quella contadina della Bassa. La dimensione spirituale e quella carnale del desiderio. La ricerca di un equilibrio psichico e la corsa sfrenata verso il proprio destino. Questi sono solo alcuni degli elementi che, accostati gli uni agli altri, divampano nell’ultimo romanzo di Fabio Guarnaccia, Zen bang love, pubblicato da Mondadori. È in crocicchi come questi che si annidano le storie capaci di parlare dell’essere umano, del processo di trasformazione inarrestabile a cui è sottoposto contro la sua volontà, dell’urgenza che ha di esporsi nella relazione con l’altro.
Proprio la deflagrazione di una passione inattesa e insolita segnerà una svolta nella vita del protagonista di Zen bang love, Attilio. La ricerca di se stesso, inizialmente condotta nello spazio magico e protetto del monastero buddhista, virerà in un’altra direzione e sarà costellata di fughe rocambolesche lungo il Po, rotture e riconciliazioni, pericoli di vario genere, paesaggi mozzafiato nel silenzio vaporoso dei territori della Bassa.
Attilio è un documentarista prestato alla moda, che vive una crisi esistenziale. Dopo la separazione dalla donna con cui aveva avuto un figlio, si trasferisce a casa di un amico, dove sta come un ospite. A un certo punto, viene chiamato dal Maestro di un monastero buddhista nel cuore della Bassa emiliana, affacciato sul grande fiume che attraversa la pianura. Il monaco gli chiede di realizzare una video-testimonianza su di lui e su quella realtà. Così il protagonista approfitta dell’occasione per abbandonare Milano, culla del neocapitalismo divorante, e per rifugiarsi sulla collina «luccicante di brina», dove si trova questa comunità. Il Maestro che «mastica l’aria come una tartaruga secolare» non viene rappresentato come ce lo aspetteremmo; è un uomo che conosce la saggezza e la fatica di vivere, diviso tra slancio ascetico e amore per la tv trash e la soap-opera: «C’erano due femmine che litigavano per un maschio […]. C’è questo programma che mi piace guardare, si intitola Tempesta d’amore, su Rete 4. Lo vedo, non si capiscono, si affannano per capirsi. Tu lo vedi?». Potremmo definirlo, insomma, un Maestro buddhista dell’età postmoderna: «Attilio ha risposto con una cosa che non aveva previsto di dire: “Ho finito il libro del Maestro, non ho trovato una sola volta la parola satori (illuminazione) e mi è sembrato strano”. “Perché non l’ha mai avuto” è stata la risposta pronta di Leonora. Il Maestro le ha dato un colpetto con la cartelletta zeppa di ritagli e appunti […]. Con il dito sulle labbra le ha poi detto: “Shhh! Non deve saperlo!”. E sono scoppiati a ridere di fronte ad Attilio, indeciso se unirsi a loro». L’ironia – sembrano suggerirci pagine come questa – è la forma più alta di pratica zen.

Proprio nel tempio della spiritualità orientale, Attilio incontra Sandra, con la quale nasce un’attrazione reciproca ed esplosiva, da cui deriva il titolo stesso del romanzo. Questa relazione, nata tra due mondi apparentemente inconciliabili, assumerà dei contorni molto particolari: il loro sarà un sentimento inquieto e spiazzante, caratterizzato dalla difficoltà di “lasciarsi andare” e di affidarsi l’uno all’altra. L’amore per Sandra è il mezzo che porterà il protagonista a calarsi pienamente nelle profondità della sua vita interiore e che lo metterà sulla strada verso se stesso. In fondo, come insegna il Buddhismo Zen, per trovarsi e conoscere se stessi è necessario prima dimenticarsi di sé. Nel romanzo di Guarnaccia, così, passione e spiritualità smettono di essere l’una il contrario dell’altra: quella dello spirito non è una dimensione a cui ci si eleva offendendo e mortificando la carne; al contrario il desiderio si riscopre come elemento capace di offrire un’esperienza tanto vitale da rinvigorire lo slancio spirituale.
Il viaggio on the road lungo il Po, compiuto concretamente dal protagonista, diventa così un vero e proprio percorso dentro se stesso. Non a caso nel romanzo c’è un dialogo serratissimo tra personaggio e paesaggio: alcune volte quest’ultimo rappresenta una sorta di correlativo oggettivo della sua interiorità e, in altre occasioni, si configura come un’entità animata, personaggio esso stesso. Non a caso l’evento centrale dell’avventura di Attilio e Sandra si consumerà proprio nella valle del Delta del Po, dove la forza ancestrale della natura rivelerà il suo volto più oscuro.
La rappresentazione dei luoghi all’interno dei quali si agita la storia è, in effetti, tra gli elementi più interessanti di Zen bang love. Spesso la Bassa viene raffigurata con i contorni sfumati del sogno, come un luogo reale e fantastico insieme: «Ora guida immerso nella bambagia spettrale […] Il Basso Lodigiano, il Po nei suoi argini, coi campi golenali asciutti e i pioppi spogli. Le cascine smozzicate e i silos d’acciaio: non si vedono, ma Attilio sente la pianura nascosta tornare a esistere incontaminata come nei film di una volta». Il monastero sulla collina è «un altrove nello spazio della Bassa, uno straniamento che innesta l’esotico nella tradizione, ormai anch’essa lontana nel tempo e quindi a suo modo altrettanto esotica». La descrizione delle atmosfere rarefatte, sospese dà vita a passaggi particolarmente affascinanti, che formano il racconto di una vera e propria «epica padana», come recita il titolo della seconda parte dell’opera. Sfogliando alcune pagine, è inevitabile chiamare a raccolta le evocazioni di Giorgio Bassani, di Gianni Celati – che il protagonista stesso dichiara di leggere nel monastero –, di Attilio Bertolucci e, sul versante cinematografico, del figlio Bernardo.
Non è forse un caso se il protagonista del romanzo si chiama proprio Attilio, e se, ad apertura del romanzo, compare un’epigrafe tratta proprio da Prima della rivoluzione di Bertolucci. Nel film è Adriana Asti a pronunciare le parole che Fabio Guarnaccia trascrive sulla pagina e che vale la pena riportare: «Un maestro e un discepolo camminano in una campagna assolata. Il maestro chiede un po’ d’acqua. Il discepolo si allontana alla ricerca dell’acqua. Trova una valle verdeggiante, continua a camminare, incontra una sorgente e al di là della sorgente c’è un villaggio. Affascinato entra, c’è una ragazza, s’innamora, si sposa, ha dei figli. Poi vengono i dolori, una carestia, tutto il villaggio muore, i suoi figli, sua moglie. Torna indietro, disperato, solo, perso, arriva fin dove il vecchio maestro gli aveva chiesto l’acqua. Il maestro è ancora lì, sul ciglio della strada, e gli dice: “Quanto tempo per portarmi un po’ d’acqua. È tutto il pomeriggio che aspetto!”». Questo apologo mistico, dotato di una straordinaria capacità evocativa, assume un significato centrale in rapporto alla storia narrata che il lettore comprenderà solo alla fine del libro. Esso costituisce la nota introduttiva verso cui convergono le forze armoniche e melodiche di tutto il libro, condensandone il senso profondo.
La lingua in Zen bang love è neutra, precisa, essenziale e a volte si colora di una sfumatura lirica; è una lingua di trasparenze, che lascia fluire la storia davanti agli occhi del lettore come un racconto cinematografico. Il narratore in terza persona che parla al tempo presente sembra l’occhio di un documentarista a sua volta: si muove nelle vite dei personaggi come fosse l’obiettivo di una macchina da presa.
Nella nota con cui si chiude il romanzo, l’autore dichiara che la storia prende spunto da esperienze biografiche: «Così, dopo aver rinunciato al libro che stavo scrivendo, mi sono trovato sulla collina del tempio in preda al desiderio di raccontare quel posto, i suoi abitanti, ciò che si vede e, soprattutto, ciò che non si vede. Volevo scrivere di quel tipo di esperienza-evento che forse solo la scrittura narrativa può ricreare e restituire nella sua verità». La narrazione infatti non si esaurisce nel dato biografico, anzi, lo travalica: a parlare è la scrittura per dire a chi legge qualcosa di ancora più autentico della vita.
Immagine di copertina: Foto di Peter Thomas su Unsplash