Non un destino, ma una rete di destini. Non una storia inventata, ma tante storie reali. Non una autofiction, né un diario, né un romanzo vero e proprio: è impossibile e forse inutile trovare caselle o definizioni per un libro come Lo strappo del tempo nel mio cuore di Hertha Pauli, pubblicato da Palingenia con la traduzione di Enrico Arosio e la preziosa postfazione di Karl-Markus Gauß.

Il sottotitolo è Memorie, eppure c’è sicuramente di più nelle pagine di Pauli, prima attrice e poi vivace agente letteraria di Vienna. Mezza cristiana, come si definiva, mezza ebrea, come era “bollata”, Pauli (sorella di Wolfgang, Premio Nobel per la Fisica nel 1945) è figlia di un medico ebreo di Praga convertito al cattolicesimo e di una giornalista e attivista per i diritti delle donne.
Il libro è il racconto della sua fuga dal nazismo attraverso l’Europa e verso l’America, tra il marzo del 1938 e il settembre 1940, quando finalmente riesce ad arrivare negli Stati Uniti dopo oltre due anni. Accanto a lei fin dai primi momenti e non solo, Karl Fucht, detto Carli, e il poeta tedesco Walter Mehring, i sodali con cui porta avanti, a Vienna, l’impresa dell’agenzia letteraria Österreichische Korrespondenz, nata con l’idea di promuovere gli scrittori austriaci all’estero. C’è un momento preciso a fare da linea di demarcazione. Lo strappo a cui si riferisce il titolo si consuma l’11 marzo 1938 al Café Herrnhof di Vienna. Pauli è con i suoi amici. Poco distante, a un tavolo dello stesso caffè, è seduto il ministro Seyß-Inquart, fiduciario di Hitler a Vienna. È proprio lì, e in quel momento, che riceve una chiamata urgente da Berlino. L’annessione dell’Austria al Reich tedesco si è compiuta. La vita di Hertha Pauli, come quella di tanti altri da quel momento esuli, non sarà più la stessa.
Al centro del libro non c’è solo la sua fuga: filmicamente, Pauli attraversa, tra salti, ellissi e primi piani una storia che è anche fatta di amici, conoscenti, compagni di strada in senso stretto. C’è un’intera comunità letteraria che cerca di salvarsi, e comprende i grandi nomi della letteratura del tempo: Joseph Roth, ad esempio, viene ritrovato a Parigi, seduto a scrivere e a bere senza fermarsi – sempre più avvilito – al suo tavolo del Café Tournon, circondato da amici scrittori. Morirà nel 1939 per un nuovo attacco di delirium tremens. «Il tavolo degli amici di Roth ammutolì», scrive Pauli, e aggiunge: «Mi guardo indietro. C’è un grande silenzio nel mondo». La lista è fitta: Franz Werfel, Ödön von Horváth, Manga Bell, Soma Morgenstern, Ernst Toller – morto suicida cinque giorni prima di Roth, in una camera d’albergo di New York. Lo stesso Mehring, Leonhard Frank. Tutti impegnati, anche, con la scrittura. Gli scrittori restano tali pure in guerra, persino quando devono fuggire, o cercare una soluzione.
Da un capitolo all’altro, Pauli sosta dove vuole e dove vuole sorvola, come nel caso di suo fratello, evocato solo una volta e quasi incidentalmente. Di incidenti e casi che sembrano unici e rari il libro è pieno, così come lo è la vita, in quella fase, per Pauli e non solo. Persone ritrovate da un lato all’altro dell’Europa, rocambolescamente; persone conosciute per caso, e diventate poi decisive. Amori, addirittura – perché anche nella fuga si può amare, sentire la passione, e persino progettare un futuro che non ha possibilità di realizzarsi. Così le succede quando si rifugia nella piccola città di Clairac, dove si innamora di un falegname di nome Gilbert.
La distanza da quel tempo – scrive nel 1970, a trent’anni dai fatti – consente a Pauli anche di chiudere il cerchio, alle volte. Di portarci direttamente alla fine, all’ultimo incontro con uno spettro del passato, o quel che ne resta. Anche solo un luogo, un ponte. Il ritmo è incalzante e mai cupo, non c’è alcuna traccia di quel protagonismo vittimario che a volte allontana il lettore dal racconto tragico di un’esperienza di vita. Non c’è neanche l’autocompiacimento dell’epopea riuscita, del viaggio portato a termine. Pauli racconta in modo vivido, senza giudizi né chiaroscuri, consegna al lettore un esercizio di memoria luminoso e pieno di dolore, di perdite anche non direttamente legate alla guerra e al nazismo. Come quella, tragica, di Ödön von Horváth, scrittore che Pauli ha amato al punto da arrivare a un passo dal suicidio – salvo poi riderne insieme, nella ritrovata amicizia.
Una fine da romanzo, quella di von Horváth; ha raggiunto Hertha a Parigi per qualche giorno di lavoro e incontri e con l’idea di proseguire poi per gli Stati Uniti e mettersi in salvo. «Resta almeno cinque giorni», gli scrive l’amica prima del suo arrivo, e proprio il quinto giorno il superstizioso autore di Gioventù senza dio, continuamente assalito e suggestionato dai segni anche minimi, trova la morte, a trentasei anni. È il primo giugno del 1938, una giornata di vento fortissimo, così descritta da Pauli:
«Una raffica di vento aveva spezzato uno degli ippocastani del Rond-Point come una cannuccia di paglia. Tutte le persone nei paraggi erano riuscite a salvarsi; solo uno era stato colpito alla nuca da un ramo dell’albero – Ödön, che era corso nella direzione sbagliata».
Gli alberi cadono e i tedeschi avanzano. Nel momento in cui si trovano tutti in pericolo, quando la prospettiva di scappare diventa l’unica soluzione per sfuggire alla deportazione, alla morte, la letteratura e la prossimità tra gli scrittori che si riunivano nei caffè diventano il collante di una condivisione totale. Più il nazismo prende forza, più si cerca di aiutarsi, di aderire l’uno alla vita dell’altro, salvandosi a vicenda. «L’Europa intera sembrava crollare intorno a noi. L’America, solo l’America poteva ancora essere un approdo sicuro», scrive Pauli. Con questo spirito chiedono aiuto con un telegramma a Thomas Mann, che è già negli Stati Uniti. “A nome di tutti noi” – firmano. Il più pessimista è lo scrittore e medico Ernst Weiss, figura tanto presente anche nelle pagine di Transito di Anna Seghers. L’America, per lui, è impossibile da raggiungere, ne è convinto. I tedeschi lo trovano morto, a Parigi: oltre a tagliarsi le vene, per essere certo della fine, ha ingerito anche del veleno. «Lo avevamo lasciato solo», annota Pauli «è una cosa, questa, che non mi sono mai perdonata».

In quegli anni a cavallo tra i Trenta e i Quaranta, Pauli non cerca solo la fuga. La vita, il desiderio, si inseriscono tra un rifugio e l’altro, traversate – compresa quella dei Pirenei, a piedi – passaporti falsi, pericolosi viaggi in treno. Trovano spazio, a volte, anche le azioni minime: una messa in piega, un tuffo, proprio nel momento meno indicato, prima dell’ennesima fuga.
Emozionano le pagine in cui appaiono Franz e Alma Werfel, pure decisivi per la salvezza di Hertha Pauli, come del resto è lei per loro. Cercano aiuto da chiunque conoscano, da chiunque possa essere utile alla causa dell’altro. Werfel, intanto, continua a scrivere: «Per amore di Alma, Werfel aveva fatto voto che, se fossero scampati al massacro, per riconoscenza avrebbe raccontato la storia del miracolo di Lourdes, così come gli si era manifestato: sarebbe stato Il canto di Bernadette».
Oltre all’intercessione di Thomas Mann, l’ultimo, salvifico incontro è quello con Varian Fry, un giornalista di New York che fa la spola tra l’Europa e l’Atlantico con le tasche imbottite di liste di fuggitivi da portare in salvo. Migliaia le persone scampate alla morte grazie all’impegno di Fry e dell’Emergency Rescue Committee, fondato come «esperimento di solidarietà democratica» e anche grazie all’aiuto di Eleanor Roosevelt: Heinrich e Golo Mann, che accompagna a piedi tra le colline di Cerbère, Marc Chagall, Max Ernst, lo stesso Werfel. Fry porta in salvo scrittori e artisti che ammira, ed è grazie a lui che si risolve in fretta anche l’arresto di Chagall. Appresa la notizia, Fry telefona senza paura, furibondo, all’ispettore di polizia. «Ma lo sa chi avete arrestato questa notte? Marc Chagall è uno dei più celebri artisti viventi. Se viene diffusa la notizia del suo arresto scoppia uno scandalo internazionale». Fry minaccia di avvisare il New York Times e impone la scarcerazione entro mezzora, una trattativa rischiosa, e anche incosciente, ma è così che salva Chagall.
Quando riesce finalmente a partire da Lisbona, Hertha Pauli ha la febbre altissima. Arrivata a New York, si stupisce di vedere la Statua della Libertà a tenere tra le mani una fiaccola e non una spada, come aveva letto nelle pagine di Franz Kafka. Lo splendido libro di Herta Pauli si chiude, giustamente, proprio con un ricordo di Varian Fry, nel frattempo scomparso, e a cui si rivolge direttamente:
«Sì, noi ci ricordiamo di te, Varian Fry. Resteremo uniti per sempre. Perché tu ci hai condotti al di là del ponte. Quanto a me, una delle ultime testimoni ancora in vita, ho provato a ricucire lo strappo che ha lacerato nel profondo il nostro cuore».
Tanto resta al lettore di questa prova letteraria altissima di Hertha Pauli, scomparsa nel 1973 a New York, dopo aver passato gli ultimi decenni a scrivere biografie e libri per ragazzi. Lo strappo del tempo nel mio cuore è un libro pieno di amicizia, un atto di gratitudine, ed è anche la prova di come la memoria, nel migliore dei casi, possa davvero insegnare e curare.
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