«Ti masturbavi e lo dicevi apertamente, anche io lo facevo ma non avrei mai avuto il coraggio di dirlo come te».
«Pensa che io lo dicevo ma non lo facevo davvero. Non ci riuscivo, ho cominciato anni più tardi».
Questa è una conversazione realmente avvenuta tra due vecchie compagne di liceo, una decina d’anni dopo il diploma. Una delle due ero io. Siamo state in classe insieme dal 2005 al 2010 e a quanto pare insieme, inconsapevolmente, eravamo l’espressione perfetta dei condizionamenti opposti di quel periodo di mezzo: l’una ancora influenzata da vergogne novecentesche, l’altra che aveva già interiorizzato la performatività che sarebbe diventata pervasiva negli anni futuri.
Ma come è avvenuto in meno di un secolo il passaggio dal tabù a collezionare sex toys? A spiegare questo e molto altro è dedicato Il piacere sovversivo. Breve storia della masturbazione (tlon, 2025) di Alessia Dulbecco, pedagogista e consulente, già autrice di Si è sempre fatto così (tlon, 2024). In formato agilissimo e con taglio molto divulgativo Alessia offre non solo un approfondimento su come è stata percepita socialmente la pratica dell’autoerotismo attraverso le epoche, ma anche riflessioni sul rapporto tra immaginazione e potere e su un presente che dietro grandi proclami di libertà nasconde un lato oscuro e un lavoro di decostruzione collettivo meno avanzato di quanto ci piace raccontarci.

Nei ringraziamenti del libro scrivi che il progetto è partito da un articolo che scrivesti nel 2022 per L’Indiscreto, intitolato Perché si diceva che la masturbazione maschile fa male? Da dove era nato lo spunto a indagare questo tema e come ha preso forma e direzione la tua ricerca a partire da quell’articolo?
In quel periodo mi ero imbattuta nella storia di John Harvey Kellogg, il signore dei cereali, e vedendo che solo poche persone la conoscevano e sapevano quindi che personcina non proprio specchiata fosse Kellogg, avevo deciso di scriverne. Di masturbazione femminile da una prospettiva di empowerment, della serie “il potere è tuo”, si era già scritto un sacco e non volevo insinuarmi in quel mondo perché in realtà non credo che affrontare il tema della masturbazione in quella chiave sia efficace, quindi mi ero focalizzata maggiormente sul tema della masturbazione maschile. La collana in cui si situa Il piacere sovversivo è un progetto editoriale che tlon ha realizzato in collaborazione con L’Indiscreto. Prendendo come punto di partenza gli articoli che negli ultimi tre o quattro anni erano andati meglio sulla rivista, l’obiettivo era fare in modo che gli autori e le autrici potessero espandere quei temi. Anche L’utopia dei miliardari. Analisi e critica del lungotermismo di Irene Doda nasceva come articolo, che poi è stato appunto allargato, esplorato, approfondito nel primo libro di questa collana, che si chiama Urano. Nel momento in cui mi sono spostata dall’articolo al libro ho preso in considerazione il tema della masturbazione tout court, nella dimensione più attuale, più concreta, rispetto anche alle ripercussioni che questo tipo di pratica ha nella definizione della maschilità o della femminilità. La radice è dentro quel pezzo, se non ci fosse stato sicuramente il libro non sarebbe arrivato, poi l’obiettivo è stato approfondire il tema in questa duplice veste e cercare il più possibile di star fuori dalle maglie di quel gioco dell’empowerment che mi torna fino a una certa.
Dalla tua ricerca emerge che la masturbazione è stata stigmatizzata associandola nel corso del tempo alla bestialità, alla femminilità e all’omosessualità, quindi raccontata come una deviazione rispetto a una norma dell’umano maschile ed eterosessuale. Tuttavia quando nasce l’industria della pornografia questa si rivolge in grandissima prevalenza proprio a un pubblico maschile ed eterosessuale. Come è avvenuto questo passaggio?
È un passaggio molto interessante perché intreccia tematiche diverse. Uno è il tema della costruzione di ciò che consideriamo normale. Senza approfondire questo primo tema non comprendiamo per quale motivo la masturbazione sia stata stigmatizzata, perché per tantissimo tempo in realtà è stata stigmatizzata solo all’interno del mondo religioso ecclesiastico. L’ambiente religioso prevedeva tutta una serie di pratiche legate al paradigma della virtù: tutto ciò che era virtuoso era da perseguire, tutto ciò che non lo era da stigmatizzare. Stigmatizzare in quel senso voleva dire ignorare, non c’era una costrizione eccessivamente rigida, esistevano maglie che in qualche modo potevano anche permettere la possibilità della masturbazione stessa. Facendo lavoro di ricerca, mi sono appoggiata in particolare agli studi di Laqueur, che ha fatto questo lavoro a livello storico incredibile, che mostra esattamente come a partire dall’antichità i comportamenti sessuali fossero gerarchizzati e suddivisi tra consentiti o meno. A partire dal tardo medioevo, la masturbazione rientra tra i comportamenti non accettabili perché “contro natura”, esattamente come un atto sessuale compiuto con la propria moglie – ovviamente parliamo dal punto di vista dell’uomo – in una posizione non naturale. Il tema centrale era il fatto che la masturbazione andava a ledere l’ordine naturale e quindi normale delle cose. È lì che comincia a strutturarsi l’imperativo della normalità, che poi nel corso del Settecento, quando arriva il periodo illuminista si va a concretizzare maggiormente e si sviluppa anche attraverso l’educazione. Fino al Sei-Settecento la masturbazione non era qualcosa di cui potersi vantare, ma rimaneva nell’insieme dei tanti comportamenti che potevano essere in qualche modo consentiti. Dal Settecento in avanti diventa invece qualcosa da ostacolare attraverso una disciplina imposta. In quel periodo, fine Seicento-inizio Settecento, quello che importa, soprattutto per la formazione della classe sociale borghese, è fare in modo che le persone possano sviluppare rapporti sociali proficui, capaci di creare alleanze sancite da accordi matrimoniali e figli. Ci si assicurava così che la casata avesse un successore, un pargolo a cui intestare tutte le proprietà. In questa cornice, la masturbazione è un piacere sovversivo nella misura in cui si pratica prevalentemente in solitudine. Si può praticare in tanti modi diversi, ma non prevede nessun tipo di ulteriore presenza umana. Basti a te stessa, basti a te stesso. È completamente associata a un mondo immaginario, il desiderio si attiva attraverso l’immaginazione. In una prospettiva borghese è una perdita di tempo: si spreca un gran quantitativo di tempo a immaginare scenari che non è nemmeno detto possano avverarsi. Ciò la rende, pertanto, pericolosissima. Per quanto riguarda invece la questione legata al porno e a come nasce, credo che sia un passaggio legato al genere: da un punto di vista anche commerciale il prodotto pornografico di fine Ottocento – penso alle prime foto, alle prime immagini che avevano questo tipo di finalità – si rivolgeva a un pubblico maschile perché quello era il pubblico che poteva pagare per un certo tipo di prestazione e che aveva il diritto di potervi ricorrere, perché la sessualità maschile ha sempre avuto meno costrizioni. Come sempre c’è quindi una disparità di potere, una disparità economica che deve essere considerata quando guardiamo alle relazioni tra i generi.
Mentre in un passato più distante da noi si trattava quindi di una pratica culturalmente meno contemplata, ripercorrendo la storia della masturbazione dal Settecento in avanti nel tuo saggio, scopriamo che si tratta di una storia di repressione e di stigma. Ovviamente chi detiene il potere cerca di controllare e soffocare solo qualcosa che reputa una minaccia, qualcosa di sovversivo, appunto. Che cosa rende il piacere dell’autoerotismo così sovversivo?
La componente sovversiva deriva dalla possibilità di compiere qualcosa senza altri soggetti intorno a te. La sovversione deriva dal fatto che avrebbe potuto ribaltare la base su cui si sorregge, volenti o nolenti la società: l’eterosessualità imposta, una normalizzazione di alcuni comportamenti a scapito di altri, che vengono poi presentati non solo come normali, ma anche come naturali. I due concetti vanno poi a sovrapporsi e intrecciarsi. Questa dimensione di autonomia e deviazione rendeva questo tipo di pratica, e l’accesso a questo tipo di pratica, molto pericolosa e non è un caso che il potere sia stato contenuto e filtrato attraverso i processi educativi. A me interessava molto questo aspetto, anche perché da pedagogista posso permettermi di parlare male della mia stessa categoria. La pedagogia è problematica, nel senso che la pedagogia è spesso una forma di coercizione, anche se il più delle volte non ce ne accorgiamo. A meno che tu non decida di infrangere questo tipo di paradigma, è una disciplina che si pone in continuità con il potere, anzi è tra le ancelle preferite di cui si serve il potere, perché gli permette di radicarsi concretamente nelle azioni: vincola alcuni comportamenti, ne favorisce altri, ne limita altri ancora. La Pedagogia Nera, che dagli anni Settanta in avanti è stata portata alla luce, anche grazie a degli studi molto belli come quello di Rutschky, è sicuramente un modo per sottolineare come l’educazione sia un potere da conoscere molto bene per decidere come utilizzarlo. Dal Settecento in avanti la pedagogia ha agito da dispositivo per le teorie mediche/filosofiche, che senza il suo apporto non sarebbero mai arrivate con la stessa potenza e la stessa importanza: sono arrivate perché Rousseau e tanti altri illustri pedagoghi dell’epoca raccontavano ai genitori quanto fosse importante sorvegliare e punire costantemente i loro figli e le loro figlie se sorpresi a masturbarsi. L’educazione è un grosso problema anche in una prospettiva attuale, perché per quanto i paradigmi educativi non siano più quelli del Settecento, il rischio che si pieghi al servizio del potere è sempre forte.
Nel presente qual è il lato oscuro? Mentre oggi di masturbazione si parla molto di più e c’è un più ampio accesso alle informazioni che può contribuire a mettere le persone in condizioni di vivere più liberamente questa pratica, allo stesso tempo esiste un aspetto performativo di questo discorso che può rappresentare un’altra forma di pressione e di condizionamento?
Sì, anche io credo ci sia un grosso problema, in questo senso, e che la causa sia il modo in cui il capitalismo ha fagocitato i nostri desideri.
Ben venga ovviamente che oggi il tabù nei confronti della sessualità in generale e della masturbazione in particolare sia molto meno radicato, che le persone possano trovare on e off line informazioni sul piacere, su come ricercarlo ecc. Tuttavia, si è imposta questa narrazione (che ha colpito soprattutto le persone socializzate come donne) in termini di “sesso come empowerment”. La liberalizzazione dei costumi, delle modalità di intendere il sesso e/o le relazioni però si attua sempre all’interno di una cornice di senso influenzata da diversi fattori, e uno è indubbiamente la società capitalistica che ci impone di consumare – attendendo a un mercato saturo di sextoys, di experience, di guide e manuali per fare sesso e farlo bene, ovviamente – indipendentemente dal fatto che ciò ci faccia stare bene, davvero.
Personalmente credo che ci siano delle strutture che devono prima essere sovvertite se vogliamo che l’accesso a tutte queste risorse sia funzionale non tanto alla liberazione su un piano individuale, ma soprattutto alla liberazione su un piano collettivo delle relazioni. Foucault insegnava che il potere filtra attraverso i corpi e tra le soggettività, quindi dobbiamo lavorare come prima cosa sul metterlo in discussione.
Spostandoci su un piano prettamente editoriale, immagino che tu sia molto contenta della bella copertina che ha realizzato Caterina Di Paolo, molto antipatica all’algoritmo di Meta, che rende necessario censurarla. Come ci avete lavorato? Perché secondo te rappresenta bene il libro?
Sono felicissima della copertina. Caterina ha sempre idee incredibili, anche quella del mio libro precedente, Si è sempre fatto così, sempre con tlon, è stata molto apprezzata. Quella progettata per Il piacere sovversivo mi sembra super appropriata. L’algoritmo di Meta la odia, ovviamente, ma ormai uso la foto di Carlo, il bulldog di mia sorella, per abbassare il tasso di sovversione implicito. Sapevamo che avrebbe potuto generare qualche problema; abbiamo provato ad attenuare il tutto con la stellina nera – che evoca le pecette utilizzate nel cinema porno degli anni Settanta per coprire le scene più esplicite delle locandine – ma a quanto pare non è sufficiente.
La censura è un peccato, anche perché l’immagine rielaborata da Caterina parte da un bozzetto realizzato da Egon Schiele, Nudo steso con stivali (1918, Met Museum, New York). Ci piaceva perché la ragazza tiene le gambe in una posizione che poi ricorda la lettera M, di masturbazione, quindi c’è anche questa dimensione di segno grafico che poi si ricollega all’immagine visiva.
È una copertina che si deve anche situare all’interno di una collana, quindi c’è una continuità tra tutti i volumi, che a loro volta graficamente si ispirano alla collana degli Urania in un omaggio evidente. Sono libri piccoli che vorrebbero riprendere quella filosofia per cui compri un libro di qualità a una cifra tutto sommato accessibile. La collana recupera la verve inattuale di Indiscreto e la ripropone nella prospettiva editoriale di tlon.
Ci consigli delle opere d’arte (libri, film, serie tv, musica, arte figurativa…) che secondo te offrono una rappresentazione del desiderio e dell’autoerotismo libera e quindi a suo modo sovversiva?
La letteratura ha offerto grande spazio per esplorare questi temi. Penso per esempio a Il delta di venere di A. Nin, ma anche al Lamento di Portnoy di Roth. Per quanto concerne l’arte figurativa gioco in casa: a Palazzo Strozzi, a Firenze, ha inaugurato da qualche mese la mostra su Tracey Emin. È potentissima: ho adorato il modo di Emin di affrontare il tabù, la complessità delle relazioni sessuali, l’erotico in tutte le sue sfumature di piacere e dolore. Tra le mie canzoni preferite quella di Tori Amos, Icicles, che parla proprio di masturbazione, ma anche il classico Disperato Erotico Stomp di Dalla. La settima arte non è esattamente quella in cui eccello – sono una pessima fruitrice delle immagini in movimento – tuttavia, anche se il tema non è esattamente quello della masturbazione, non posso non citare uno dei miei film preferiti: Love, di G. Noé. Il modo in cui ha deciso di girare le scene erotiche e il focus sulle relazioni – su come si formano e distrudistruggono, sul modo in cui usiamo il sesso – lo rendono decisamente sovversivo.