Nel 1949 Vittorio Sereni, recensendo Il campo 29, romanzo d’esordio di Sergio Antonielli nel quale l’autore aveva ridato forma narrativa alla sua esperienza di prigioniero di guerra degli inglesi in India, parlò di un lavoro «a metà strada», di un libro che appariva «piuttosto una “sezione” della vita di prigionia che un romanzo». Per rafforzare tale percezione aggiunse che era «suggestiva la direzione, inadeguati la dimensione e il ritmo». Insomma, un tentativo claudicante di attraversare il guado che conduce un’esperienza totalizzante come la prigionia dal brullo paesaggio della testimonianza alle vette rarefatte della letteratura; una via possibile per raggiungere personalità – differenti per storia, stile e vissuto – del calibro di Levi, Serra, Ungaretti, Fenoglio.
Sergio Antonielli, figlio di Ugo, archeologo, funzionario del Ministero dell’Educazione Nazionale e “mente” della straordinaria impresa di recupero delle Navi di Nemi del 1929, è stato critico acutissimo del Novecento, nonché docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. Del suo debito formativo nei confronti di Mario Fubini e Luigi Russo non fece mai mistero, superando il crocianesimo – pur conservandone suggestioni e indirizzi – e offrendo importanti lavori di ricucitura critica della frattura che intercorre fra vita e letteratura, come nel fortunato Lirica del Novecento del 1953, firmato assieme a Luciano Anceschi. Di questo difficile «equilibrio tra vita ed elaborazione letteraria della vita», come ebbe a dire nei confronti proprio dell’opera di Sereni in Letteratura del disagio (1984), è costellata tutta l’attività critica e romanzesca di Antonielli. Dopo Il campo 29, il successivo La dinastia: romanzo, uscito per Rizzoli nel 1952, segna un secondo tentativo di ingresso nel sistema letterario, sulla scia delle grandi narrazioni familiari del Dopoguerra. Neanche questo lavoro riceverà attenzioni concrete, non riuscendo a piazzarsi alla giusta distanza di apprezzamento dalla critica dell’epoca: Giacinto Spagnoletti, parlandone anni dopo, si riferirà alla Dinastia e a un altro romanzo di Antonielli definendoli «prove poco felici». Ma tutto cambia due anni dopo, quando nei Gettoni einaudiani diretti da Elio Vittorini esce La tigre viziosa, oggi riproposto da Palingenia in una pregevole edizione a cura di Alberto Cadioli. Stavolta la distanza tra autore e opera sembra raggiungere la corretta misura, o quanto meno il distacco tra i due fuochi si assesta in maniera più naturale e funzionale.

La trama è molto semplice. Una tigre abbandona la sua vita nella giungla per seguire una perversione assai originale: la carne umana. Il “vizio” della bestia, scaturito dall’incontro con un suonatore di flauto, si configura quindi come una voluttuosa discesa nella corruzione della natura animalesca, e di questa fuga la tigre, vivendo ogni giorno di più la potenza del “malcostume”, non riesce a farne a meno, fino a spingersi al tragico epilogo di dissoluzione attraverso il colpo di fucile ricevuto da un cacciatore. Scrisse Montale che «il senso del libro sarebbe che le bestie decadono umanizzandosi, mentre gli uomini si perdono imbestialendosi». Vero, ma non solo. La tigre affronta un percorso rischioso, giacché abbandona la giungla per spingersi oltre, verso territori nuovi e inesplorati, sfiorando insediamenti umani e zone appannaggio esclusivo di altre specie. Una favola, dunque – sempre se di apologo si può parlare – ancillare al romanzo di formazione e allo spirito di avventura. In una parola, una storia di esplorazione, di conoscenza, perché non esiste conoscenza esente dall’errore.
D’altronde è lo stesso Antonielli a pervadere tutto il testo con l’esperienza della prigionia, stavolta perfettamente trasfigurata nella profondità psicologica della tigre, in continua tensione interiore e a tratti in balia di vere e proprie tempeste razionali («Non riuscivo più a immaginarmi laggiù, chiuso nella minuscola muffa della giungla, in quel piccolo spazio che si umiliava ai piedi delle montagne; di altezza, avevo bisogno io, di pace»), e soprattutto nel paesaggio, imprescindibile protagonista del libro, vissuto in ogni pagina attraverso una tensione lirica portentosa e al tempo stesso perturbante. Ne offre un esempio già l’incipit, con una giungla argentata e disvelata, lontana dal manierismo salgariano e dall’esotismo di Kipling: «Ricordo una piccola radura in un bosco, le sue vive pareti vegetali, un fascio di bambù, alto, sul fondo, e il soffice pavimento d’erba e foglie, su cui s’adagiava in chiazza uno spesso raggio di luna». Sono visioni e sensazioni già riscontrabili nel Campo 29, quando il protagonista Venturi e altri prigionieri si ritrovano ad ammirare il cielo notturno implodente di meraviglie prima che diventi per diversi anni la quinta parete della loro cella.
La tigre soffre dello stesso mutamento di prospettiva, com’è testimoniato nelle pagine finali del romanzo, quando la Luna torna prepotentemente dinanzi al suo muso: «Tu, luna, che vaghi al vertice delle grandi montagne, e vedi a maggio le pure distese d’orchidee, è impossibile che tu goda a colpirmi, a schiacciarmi col peso della disgrazia. Mi ripugna, ora, pensarti offesa e severa, fiera d’una spietata legge che non si riesce a conoscere». Lo scontro è il motore della ricerca, del miglioramento di sé, travestito da caduta nel vizio: «Proprio il disgusto provato, in quei mesi, aveva lavorato dentro di me lento e sicuro, ed era adesso quel tremito che mi prendeva al solo ripensarci». Fino all’episodio finale dopo il lampo del colpo esploso dall’ultima preda, scampata all’agguato della tigre: «E la mia avventura era finita. Né davvero […] avessi avuto il tempo di pensarci, mi sarei potuto immaginare che un giorno tutto ciò avrebbe ai miei occhi acquistato un senso».

La “costruzione” del vizio, costellata di episodi e incidenti propedeutici al raggiungimento del senso finale dell’esistenza della bestia – le sevizie di un gruppo di ragazzini a un gatto, la pietà provata verso un inerme sciacallo, le apparizioni olfattive di Moss, la femmina della protagonista, e i sogni di carne umana («Nel bianco serpeggiava una vena di rosa, soavissima, commovente. La mordevo, e la scena si dissolveva in una vampata rossa») giunge a pieno compimento senza che il lettore abbandoni mai la natura selvaggia. Di più, si avanza nella lettura sempre con la sensazione di essere ad altezza di artigli e fauci, e di dover spostare le fronde e percepire ogni suono utile. «Un tour de force di abilità e di fantasia pura» aggiunse Montale. Muntjak, lori e altre bestie “esotiche” non sono espedienti retorici per dare il senso di uno spazio fisico che si fonde con quello interno e mentale della tigre, ma sono esperienze dirette che Antonielli riesce a portare finalmente sulla pagina senza appellarsi alla necessità della testimonianza diaristica.
Nella sua ricca postfazione, Alberto Cadioli attribuisce a pieno merito alla Tigre viziosa differenti possibilità di lettura, tutte valide e inappellabili: una storia di perdita dell’innocenza, una stratificazione di pensieri ossessivi che conducono alla morte, un conflitto permanente fra il desiderio e le condizioni per realizzarlo. Ciò non sottrae senso e giustizia a una storia estremamente rarefatta nell’intreccio narrativo quanto densissima nello svolgimento, il fuoco attorno al quale si rinforzano tutte le interpretazioni.
Antonielli tornerà al racconto zoologico con Il venerabile Orango (1962) e L’elefante solitario (1979), due apologhi in prima persona rispettivamente affidati a uno scoiattolo e a un pachiderma, consolidando la formula del rispecchiamento dell’umano nel comportamento animale, già felicemente – e insieme dolorosamente – tematizzata nella Tigre. Ma sarà sempre la vicenda del felino “corrotto” dal gusto amaro e irresistibile della carne umana a rappresentare il vero riscatto letterario da parte del suo autore e a restare, come notò senza esitazioni Spagnoletti, «la più salda opera letteraria che l’autore abbia portato a compimento».
In copertina: Antonio Ligabue, Testa di tigre (dettaglio), 1957