09.07.2026

L’eresia linguistica contro la lingua del potere. Il grande mantenuto di Alberto Ravasio

Il racconto tragicomico di un sistema culturale al collasso

Con La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, uscito nel 2022 per Quodlibet, Alberto Ravasio è stato tra i finalisti del Premio Calvino e finalista al Premio Bergamo; l’anno scorso poi dal suo primo romanzo è stato tratto uno spettacolo teatrale. Già nel 2020 con Nostra Signora dei venti aveva vinto il call per racconti inediti organizzato dal Calvino in collaborazione con BookPride e «Il sole 24 ore», poi pubblicato sul Domenicale del quotidiano. Infine sempre per il Calvino l’anno precedente era stato finalista della prima edizione del call per racconti inediti con La transessualizzazione forzata di Guglielmo Sputacchiera.
Il secondo romanzo di Ravasio, Il grande mantenuto (Quodlibet), subito piazzatosi al secondo posto della Classifica di qualità dell’«Indiscreto», è la storia di un’autoeducazione alla vita che porta impressi i dolori e i tormenti della gioventù. E per questo libro si potrebbe dire quanto si disse nel 1984 all’uscita di Seminario sulla gioventù di Aldo Busi – con cui Ravasio ha più di una affinità –, ossia che è il racconto «del primo urto di una pelle impreparata». È la storia di un laureato, in Filosofia prima e in Lettere moderne poi, che vuole fare lo scrittore – e solo lo scrittore, poiché lo considera un lavoro a tempo pieno – e che fa una fatica spaventosa per esserlo perché la società e il sistema editoriale non consentono una scelta così netta.

Ambientato fra il 2008 e il 2020, ossia tra i Lehman Brothers e il covid – Il grande mantenuto è pure la storia tragicomica di una società che anziché progredire è salita sul «discensore sociale», in particolare per gli ultimi. Avendo fatto una scelta tanto radicale – vivere della propria scrittura – il protagonista è costretto a farsi mantenere dalla famiglia prima e dalle persone con cui coabita poi: una «puttana bresciana sadomaso» e  due giovani «lesbiche lecchesi», che sortiscono in lui l’effetto di voler «andare in esilio nell’utero femminile» e lo rendono consapevole di un’amara consolazione: mentre ognuna delle due donne ha l’altra e insieme hanno un amore che le appaga, lui ha solo la letteratura e del loro amore può solo scriverne. Più tardi, grazie alla fidanzata entra nel mondo dell’alta borghesia milanese, dove fa una scoperta imprevista: lì sono tutti più mantenuti di lui perché possono permettersi di vivere di rendita e accettare la miseria di 50 euro a pezzo.

il grande mantenuto

Uno dei capitoli più evocativi, che segna una svolta nel libro, è quello che narra l’incontro del protagonista con il Totem, lo scrittore più amato e ammirato – lo scrittore modello, le cui fattezze baluginano sempre diverse via via che si voltano le pagine fino a comporre l’ideale letterario del protagonista e dell’autore stesso, sicché il Totem a volte somiglia a Antonio Moresco (d’altronde durante la presentazione milanese Moresco ha detto esplicitamente di essersi «visto fotografato» in questo libro), a volte sembra Celati o Cavazzoni – il quale dirige Compagnia Extra, l’eccellente collana di Quodlibet che ha pubblicato entrambi i libri di Ravasio –, o ancora Francesco Permunian (non dimentichiamo che nel suo nuovo libro, Anime farfuglianti nella notte, edito da Palingenia, figura un personaggio che si chiama Alberto Ravasio, il quale ha già dimostrato «nei suoi scritti una naturale propensione all’eresia linguistica») e infine, con struggenti e sentite note malinconiche, l’indimenticato Vitaliano Trevisan.
Al Totem il protagonista rivolge la domanda delle domande: Cos’è la letteratura? E la risposta è il manifesto di ciò che essa è per chi scrive letteratura e non solo narrativa o, peggio, fiction: la letteratura, risponde il «più grande scrittore nullatenente italiano», è «il sabotaggio dell’ovvio, delle tavole della legge, della parola di dio, della voce del padrone, delle cose come stanno, del giornalismo, dello specialismo, dei principi e dei valori. La letteratura è «la lingua che si tende così tanto da diventare una linguaccia». Una linguaccia rivolta alla lingua del potere.

Al di là di ciò che racconta, e se non si crede che la forma sia nulla e il contenuto tutto, ciò che fa di Il grande mantenuto un libro da leggere assolutamente è la scrittura acrobatica di Ravasio, «oscena ma mai volgare» secondo la definizione che Busi stesso ha dato della propria scrittura. Leggere questo romanzo è una festa mobile: pur essendoci una trama, ben scandita in sei capitoli, ciascuno con la sua nitida messa a fuoco, il libro è soprattutto la lingua inventiva in cui è scritto: dal «suorame» e il «parentume», al «bergamaschizzare la complessità», all’«ergastolarsi la vecchiaia per il bene, immobiliare, della famiglia»; da certe definizioni (un prete è liquidato come «un piazzista di ostie», Gesù ormai come «una superstar anacronistica», mentre i parenti «intolleranti all’alfabeto», parlando della Madonna «si palpavano lo sterno come se la fede fosse un reflusso gastrico») ai composti («la moglie azzeramaroni», «i siti cosmosessuali», «la caduta della ficocrazia»). Il narratore è dissacrante, in particolare nei confronti della chiesa cattolica e «la scimmia di nome Dio» («il dio sordomuto» o «il dio latitante») e pure nei confronti della «sacra famiglia e i suoi sinonimi: chiesa, stato, mafia» dato che «ogni famiglia è felicemente infelice a modo suo»; e gli strali  non risparmiano nemmeno Bergamo e provincia, «perché la scienza non parlava il bergamasco e Bergamo non parlava l’italiano» e «Bergamo era Alta, perché era stata costruita su una montagna di merda». Come ha scritto Daniele Giglioli recensendo il libro di esordio di Ravasio, in lui c’è in primo luogo «uno splendore stilistico, una comicità irresistibile che non fa mai mancare il suo apporto a ogni singolo giro di frase».

E la sua comicità irresistibile prende di mira tutto: l’ignoranza, il conformismo, i luoghi comuni, l’ideologia cattolica, la famiglia e la società, l’insipienza e «l’analfabetismo estetico» di molti addetti ai lavori nell’editoria e infine «la criminalità disorganizzata dell’editoria a pagamento». Ma, partito dall’ironia e dal sarcasmo, Ravasio a poco a poco vira verso toni autenticamente tragici e si avvia incontro a un finale metaletterario drammatico e bellissimo, e soprattutto toccante (come peraltro già in La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera). E come nel suo libro d’esordio anche in questo si ride molto ma si ride amaro e alla fine non si ride più e, richiudendolo, si è grati per ciò che l’autore fa sulla pagina, come la cesella, come la rifinisce, per la grande cura che le dedica. Perché fa quello che fa un grande scrittore.

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