21.04.2026

Le pianure di Gerald Murnane. Un’idea di letteratura

Un'analisi del libro più visionario dell'autore australiano

Ho avuto nei giorni scorsi, leggendo il romanzo Le pianure di Gerald Murnane, l’impressione sempre più netta di una corrispondenza, o almeno di un rapporto significativo fra quanto egli scrive, che mi pare ruoti intorno al valore del sogno e del pensiero onirico nella costruzione soggettiva del mondo, e alcune riflessioni convergenti col suo discorso provenienti da vari ambiti  della cultura, dell’arte e della psicoanalisi, che sono altrettante ipotesi di principi estetici, letterari,  antropologici. Queste ipotesi, saldandosi con quanto evoca la scrittura di Murnane, integrano la riflessione che il suo libro avvia. Intendo qui per pensiero onirico non solo quello che comprende i processi onirici del sogno notturno, ma anche quello che è attivo anche di giorno nella veglia, senza essere la sorgente di sogni a occhi aperti, quanto invece l’espressione della normale attività e della creatività dell’inconscio.  La questione che questo importante libro pone è complessa, e riguarda, così mi sembra, al di là di ogni analisi intellettuale del testo, un profondo desiderio umano, una dimensione di infinita possibilità, e insieme un’idea di letteratura il cui valore ai miei occhi è di non essere formulata, ma di essere in qualche modo evocata esotericamente, con la stessa enigmatica e sorprendente paradossalità dell’insegnamento di un maestro zen,  perché ciascuno si dia il modo,  nella sua indipendenza di pensiero, di intenderla. Murnane, autore di vaglia anche se poco conosciuto, tanto che la sua prima traduzione italiana è del 2024 a cura di Roberto Serrai per Safarà,  nonostante il fatto che Le pianure,  libro emblematico della sua poetica, risalga a oltre quaranta anni fa, parte da una riflessione su quanto può ed è l’arte, non importa se sia cinema, scrittura, musica o pittura, fornendo di essa nella sua prosa rappresentazioni ecfrastiche, come opportunamente il prefatore segnala, nella prospettiva di una visione delle arti come un campo unico.

Un uomo, un giovare regista, alter ego e ovviamente anche no, di Murnane, si avventura in un’impresa incerta, un lungo viaggio Nell’interno (ipotetico titolo del film da realizzare) dell’Australia, fra le sue interminabili pianure, per comprenderne e rivelarne con un film la segreta  e solitaria essenza. Egli è implacabilmente spinto dalla passione per questo oggetto, e per una conoscenza speciali, passione che è forte nonostante la consapevolezza dell’impossibilità che questa strada lo porti davvero da qualche parte, o a incontrare alcunché: passione inestinguibile che è desiderio estremo, e senso di irrealtà pervasivo, in un ripiegamento su di sé che sempre ritorna come postura per scrutare l’invisibile, giungendo talora così vicino alla scoperta finale, da poter scorgere il vuoto che lo attende. La posizione assurda del viaggiatore che trascorre la vita osservando panorami di pianure, o di chi in esse vive, è paradossalmente protetta attraverso la dichiarazione di totale privatezza di questa ricerca e della intuizione di una conoscenza che, anche se solo parzialmente attingibile, lega perché rinvia a quella maggiore, e impossibile, che attrae perdutamente.  Il modo personale di pensare alle pianure deve mantenere l’integrità originaria, e non può dunque confrontarsi, come si dirà anche in seguito, con nessun altro per non rischiare alterazioni. Si tratta di un gesto  che va compreso, sembra pensare nel romanzo Le pianure Gerald Murnane tratteggiando il mondo interiore di chi di esse (e forse anche di sé) cerca quell’essenza irrappresentabile, e le difficoltà dell’opera cui si accinge il protagonista.  La scrittura è ingannevole, attrae verso una meta che sembra avvicinarsi ma tanto più invece si allontana fino a dissolversi, rivelando la vanità dello sforzo di chi si è messo in cammino, e della sua stessa consistenza e riconoscibilità nel mondo. Scrivendo si rischiano silenzi o rivelazioni perturbanti, data l’alterità per ciascuno di quell’altro io o sé, che è dentro di lui, e che gli altri conoscono come “lui”, come fa presente Edmond Jabès. Per il narratore Murnane, non a caso,  come nota nella sua prefazione Ben Lerner, «ogni seria opera d’arte è destinata a fallire non appena diventa reale, per poter catturare il possibile; ma quello stesso fallimento può offrire un indizio, fare un gesto verso l’invisibile topologia che non è meno reale per il fatto di non essere rappresentabile». Immaginare questa topologia è la miglior sorte che possa toccare ai cercatori dell’impossibile, che questo sia il segreto delle pianure o un giorno in cui la voce del libro e quella dell’autore quasi si fondono. Dico quasi perché Paul Valéry esclude che ciò possa accadere: «Tutti i libri mi suonano falsi-. Il mio orecchio riesce a sentire la voce dell’autore. La sento ben distinta da quella del libro – Ed esse non si fondono mai». «Lo scopo di un’opera – onesta – », continua Valéry, «è semplice e chiaro. Far pensare. Far pensare il lettore, anche se questi non vuole. Provocare moti interiori. Questo è lo scopo napoleonico della scrittura.  Prima conseguenza: Escludere, rimuovere tutto ciò che è stato pensato in anticipo». Un risultato che si può avere solo quando, investigando sui rapporti fra il reale e il possibile, si arriva a quel punto di massimo avvicinamento al risultato artistico più pieno della scrittura, che comporta la sempre minore presenza e rilevanza, fino alla scomparsa, dell’autore, come sostiene sempre Edmond Jabès, o alla sua invisibilità, secondo Gilles Deleuze. Il massimo avvicinamento a quella impossibile conoscenza è momento che coincide con la perdita di senso di tutti i discorsi, e con l’arrivo in vista del collasso del possibile sul reale, che esorta alla concezione di un’altro livello di visione.

Sigmund Freud già al volgere del secolo fra Ottocento e Novecento, con l’Interpretazione dei sogni,  giunge a proporre un nuovo modo di intendere la realtà in psicoanalisi, mentre si interroga sul rapporto fra corpo e psiche (che porterà alla creazione del concetto di pulsione), e fra il pensiero onirico e la realtà sensoriale, ovvero fra oggetti della realtà psichica e oggetti percepiti dagli organi di senso. Si confrontano «drammaticamente» , come scrive Anna Maria Guerrieri, due mondi, di cui sembra impossibile arrivare a comprendere con chiarezza i rapporti, le oscure affinità e le differenze.

Il già citato Paul Valéry si spinge ai principi del Novecento sulla strada di una ridefinizione per i posteri, compiuta in decenni di scritture antelucane registrate su una nutrita serie di quaderni, dei rapporti fra arte e individualità, fra autore e testo, fra libro, autore e lettore, fra letteratura e realtà,  col risultato di affermazioni sorprendenti che tengono aperte questioni che  sarebbero state altrimenti destinate a risoluzioni tanto pacificatrici quanto apparenti, o in altri casi, come l’idea che quanto di poetico in poesia debba essere scorporato dal contenuto narrativo e soggettivo,  hanno trovato concordanze nel pensiero di altri scrittori e di linguisti come Hart Crane, e Algirdas J. Greimas.  Tra le sue più forti affermazioni è la seguente: «Considero l’argomento per un’opera letteraria della stessa importanza che hanno le parole in un’opera lirica (solitamente non colte dall’ascoltatore – e sempre puramente indicatrici)».  Anche altre colpiscono: Per me (per esempio!) un’opera letteraria si propone come una speculazione linguistica. Non è né una pseudo-realtà, né una fantasia». Valéry è infine il poeta che scrive:

«La poesia…mi ha interessato, non come una specie d’istinto da usignolo; – ma soprattutto come problema e pretesto per andare incontro a delle difficoltà – o come costruzione ben definita, secondo precise condizioni psicologiche e fisiche; come esercizio di un certo genere di risorse e come una dialettica fatta non per convincere ma per incantare. Niente mi è parso mai così volgare e trascurabile come un poeta ridotto al poeta»1.

Murnane si addentra, seguendo il filo della sua visione interiore, in una strada che si allontana sempre più dal senso comune, e vaga su un terreno di vaghezze e forti ma oscuri richiami, senza il supporto di una trama narrativa. In questa stessa strada si alza però a tratti potente la voce della poesia, a illuminare i meandri nebulosi dell’intelletto che si avvita su sé stesso, producendo, come osserva ancora  Ben Lerner, «piccole dialettiche di tedio e bellezza, piattezza e profondità». Dialettiche, pensieri di prova, accanimenti e sfinimenti. Ricerca, accettazione dell’indefinito.  E d’altra parte, ancora Valery così si pronuncia: La letteratura non è lo strumento né di un pensiero compiuto, né di un pensiero organizzato».  La terra su cui si muove lo scrittore è per molti versi una waste land disseminata di atrocità e splendori, di quel silenzio cui la parola apre un varco.

Un geniale antropologo e missionario protestante, Maurice Leenhardt, cerca di capire chi sono gli uomini delle terre lontane in cui si è spinto, nel 1902, e per farlo vive per decenni là, nella Nuova Caledonia, agli antipodi rispetto alla Francia da cui proviene, e abbastanza vicino all’Australia che è l’ombelico della narrazione di Murnane, e forse anche il freudiano ombelicodel sogno, punto di oscurità e di arresto insuperabile, in cui ogni ricerca di conoscenza, ogni interpretazione è destinata a fermarsi. Leggiamo Freud: «…c’è un nodo di pensieri del sogno che non può essere districato e che inoltre non aggiunge nulla alla nostra conoscenza del contenuto del sogno. Questo è l’ombelico del sogno, il punto in cui si immerge nell’ignoto». Importa qui rilevare almeno alcuni aspetti del seminale contributo di ricerca di Leenhardt, esposti principalmente nel libro Do Kamo. La personne et le mythe dans le monde mélanesien, (Paris, 1947). “Do Kamo” vuol dire la persona, la persona vera nella lingua e nella cultura melanesiana. Il concetto melanesiano di persona, secondo gli studi di Leenhardt non corrisponde, a differenza di quanto accade invece nell’Occidente, a una identità nucleare, ma a un insieme di relazioni, che non sono il mondo esterno, ma la persona stessa. Il che si potrebbe schematicamente rappresentare attraverso un disegno della persona in cui al centro è un nucleo vuoto, dalla cui circonferenza si dipartono infiniti raggi. Questi sono le relazioni. Se esse mancassero, non resterebbe che il nucleo vuoto, che è vuoto in quanto non esiste una sostanza impenetrabile dell’individuo. Perciò la persona presso i Canachi della Nuova Caledonia è fatta delle relazioni che intrattiene coi vivi e i morti, che sono presenze complanari e simultanee del loro orizzonte esistenziale. Ciascuno è anche le persone con cui è in relazione, le relazioni sociali che intrattiene. E tutto ciò non è in contraddizione con l’irripetibile unicità di ciascuno, legata agli infiniti intrecci relazionali possibili, e alle infinite loro metamorfosi in ogni istante della vita. Ogni persona, quando è giunta alla sua maturità, e diviene presso i Canachi  “Do Kamo”,  raggiunge la pienezza della sua realizzazione attraverso l’integrazione e partecipazione attraverso il mito popolare alla vita sociale e culturale della comunità, incorporandolo e ridando ad esso nuova vita.

Il personale e il quotidiano che si riversano nel mito lo arricchiscono e rivitalizzano.  Il mito a sua volta, in una sempre risorgente ulteriorità, ridice e reinterpreta  la vita ordinaria, e la porta in una dimensione che è al di là del tempo e di ogni definizione. Sarà forse per questo che ciascuno sembra cercare nel mondo, che è soggetto come la persona a una costruzione soggettiva e sociale, qualcosa di indefinito che lo chiama, o in cui si vede, che lo attrae, e che è nel mito, senza poter dire di cosa realmente si tratti. Siamo alla ricerca di un oggetto speciale di cui sentiamo una struggente nostalgia senza che lo abbiamo mai conosciuto né avuto o incontrato, che Jacques Lacan chiama l’oggetto “a”. Sarà forse per una ragione simile che nel romanzo di Murnane il protagonista vuol realizzare un film che rappresenti l’irrappresentabilità e l’impensabilità delle pianure che da sempre affascinano lui e i loro abitanti.  Perché queste pianure sono  figure  che acquistano la loro significazione nel mito. Gli abitanti delle pianure tuttavia credono che esse siano qualcosa che esiste con il suo enigma e la sua fascinazione solo in virtù del loro pensiero su di esse, si chiudono ciascuno in un mondo a parte per non riconoscersi in una cultura collettiva che potrebbe deteriorarsi per l’influsso di gusti e mode estranei. Nel suo mondo privato ciascun abitante delle pianure è solo, e ha una sua idea esclusiva, l’unica che ritiene valida, di come si potrebbe pensare l’impensabile, cioè l’essenza, la “cifra” delle pianure, quasi jamesiana nascosta e sfuggente “cifra nel tappeto”. Essa potrebbe essere colta nei modi vari che ciascuna immaginazione produce, e si lega a propaggini di possibilità che si infiltrano nel reale, e si situano ad esempio in una fascia ristretta di spazio al di sopra dell’orizzonte, verso cui rivolgere lo sguardo. Il mondo degli osservatori delle pianure, e fra essi del regista, è un mondo incantato e sospeso, è fatto di vedute senza confini nell’interno dell’Australia, o forse anche fuori di essa, perché si può smarrire cammin facendo, come anche nella scrittura del libro, questa e forse anche altre distinzioni a un certo punto, come accade al protagonista, e non sapere più dove ci si trova, per le infinite congetture e visioni che nel frattempo sono state prodotte. Gli abitanti di questo mondo delle pianure, che sono poi tutti poeti-filosofi, secondo Ben Lerner, frequentano periodicamente in massa enormi bar e hotel in cui soggiornano a lungo bevendo, teorizzando e fantasticando fino a svenire, per incontrarsi e confrontarsi sulla loro caccia di oggetti e di idee insensate su cui si accaniscono, che servono solo a coprire la loro ossessione: poter cogliere l’essenza nascosta delle pianure, e forse, chissà qualcosa d’altro che essa adombra. Di fatto si ha l’impressione, nella lettura del libro, che qualcosa aleggi nell’aria e resti in attesa di essere riconosciuto, anche solo come remota ipotesi. Sul potere del suo film il regista per parte sua non ha dubbi, e si esprime in un modo che lascia intravedere il potere delle immagini sulla psiche e sul mondo. A uno di questi latifondisti, il settimo là incontrato, il protagonista dichiarò che «fra tutte le forme d’arte solo il cinema poteva mostrare il remoto orizzonte dei sogni come un paese abitabile, e al tempo stesso trasformare paesaggi familiari in uno scenario vago, adatto solo ai sogni». I latifondisti delle pianure vivono per il resto del tempo, quando non si riuniscono per qualche ricorrenza, in case enormi con sterminate e solitarie biblioteche che ospitano anfratti, postazioni di lettura e contemplazione dette alcove, sature di ombre dell’immaginazione e della memoria, forse del desiderio. In esse si raccoglie la conoscenza oggettiva e l’idea che ad essa si possa sfuggire, l’intuizione attesa ma sempre fuggitiva e imprendibile, il mistero entro cui accade di incrociare la visione della pianura con quella di una silente donna delle pianure che si trasfigura in altre o diventa ella stessa quella che si sarebbe potuto, o si potrebbe, incontrare e amare per la vita, e che forse solo in una di quelle biblioteche si può avere la ventura di trovare. Ciò nella consapevolezza, dice il regista protagonista, anche di un aspetto paradossale che inverte i termini della questione: «Perché anch’io sapevo che ogni volta che mi avvicinavo a una donna  non volevo altro che apprendere il segreto di una particolare pianura». Come suggerisce Murnane:

«La gente, qui, concepisce la vita solo come un altro genere di pianura».

Anche questi uomini delle pianure, e fra essi il regista nel suo viaggio e nella sua permanenza interminabile presso di loro, forse come i Canachi della Nuova Caledonia,  inverano peraltro la loro persona «dividuale» perché plurale e aperta al molteplice e alla trasformazione, nel mito, presi come sono dalla malia di quell’osservazione permanente e rituale. Leggiamo infatti in questo romanzo che il compito di una vita è «dare a giorni monotoni su un panorama piatto sostanza di mito». Essere nel mito, e crearlo, farne parte attiva, lasciare traccia in esso, trasumanare il quotidiano nel verbo senza fine e senza inizio, nella parola che per prima risuonò nel cosmo.

Riservare alla psiche un ruolo nella creazione del mondo, accogliere nel progetto la sua creatività, accettare come parte del nostro orizzonte anche ciò che ci rimane oscuro, significa dare spazi sempre nuovi all’umanità. L’immaginazione potrebbe essere quel reame indipendente e assoluto in cui non valgono le leggi ordinarie dell’esistenza, bensì quelle dell’incantesimo, e di un giorno impossibile, ma che crediamo ciononostante che verrà. Essa sarebbe allora corrispondente alle pianure di Murnane, che sfuggono alla presa dei sensi e dell’intelletto, o  al bosco di certe meravigliose commedie di Shakespeare, zona franca in cui un’altra realtà si accosta alla realtà ordinaria, zona incantata in cui per magia tutto può accadere, sovvertendo ogni previsione, ogni ordine costituito, ogni arbitrio e dominio stabilito dalla forza e da ingiuste consuetudini, e perfino dall’avversa sorte, dal tempo che fuggendo insegue gli umani. 

Immagine di copertina: Foto di Matthew Smith su Unsplash

  1. Valéry , P. , (2024) Ciò che scrivo non è scrivere (modelli di pensiero, problemi di poesia), a cura di Andrea Franzoni, revisione dal francese di Bianca Martino,  Ancona, Argo Libri in collaborazione con la casa editrice Industria e Letteratura. ↩︎
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