02.04.2026

L’avvenire di Pier Paolo prima di Pasolini e i ragazzi sulla soglia

Giorgio Ghiotti racconta Pier Paolo pre-Pasolini attraverso la precisione dello studioso e la libertà del narratore

Seguire la parabola da romanziere di Giorgio Ghiotti è essere testimoni di un’evoluzione. Non già qualitativa, se fin dal suo esordio, appena maggiorenne, l’autore romano ha dato prova di essere uno degli autori più raffinati e maturi della sua generazione, quanto di una maturazione esistenziale, attraversata insieme dai suoi personaggi, del tutto libera, sia dalla sovrapposizione con la biografia personale sia dalla rincorsa al presente. Anche l’apertura della nuova collana di Carabba, su invito di una compagna di strada risalente come Angela Bubba (insieme nel 2016 hanno firmato per Giunti il volume Via degli Angeli) si inscrive su questo solco, coerente coi precedenti sia negli intenti sia nei temi e nella postura. I debiti di L’avvenire, uscito a novembre, sono pagati con elegante precisione, in primo luogo alla stessa Bubba. L’avvenire — nella consueta densa agilità di pagine tipica della prosa di Ghiotti — è parente del bellissimo libro della stessa Bubba dedicato a Morante, Elsa (Ponte alle Grazie): come quello, questo usa la biografia accuratamente maneggiata come strumento, innesco e traccia da cui però sciogliere le briglie della creazione narrativa, non soltanto per riempire i vuoti ma per dare forma a un mondo possibile.
Laddove però in Elsa Bubba faceva per Morante un lavoro che provava ad essere quanto più possibile completo, se non enciclopedico, quando gli viene richiesto di raccontare Pier Paolo Pasolini, nell’anniversario della sua uccisione, Ghiotti sceglie un angolo di osservazione che è forse il più interessante perché meno esplorato. Vale a dire il “Pier Paolo prima di Pasolini”, il giovane uomo alla soglia dei trent’anni che giunge nell’agro romano per costruirsi un futuro frequentando una Roma vivida e fervida in cui Pasolini prova a entrare con una fatica per molti versi non lontana da quella dei suoi coetanei d’ogni tempo, combattendo tuttavia con l’esigenza di dover mantenere se stesso e la madre Susanna in qualche modo, che per lui significa — ancora una volta, in molti oggi non ne sono lontani — la docenza in una scuola privata aperta da una coppia illuminata a Ciampino, nella convinzione che a tutti — anche ai figli dei contadini — si debba garantire il diritto a costruirsi mediante la cultura.

Il Pasolini che arriva a Ciampino e quello costretto a fuggire dal Friuli in seguito alla cacciata dal PCI dopo che l’incontro con alcuni ragazzi a margine di una festa di paese a Ramuscello ne aveva resa pubblica l’omosessualità: una pagina, anche quella privata, del poeta di Casarsa che Ghiotti rilegge con garbo e — vien da credere — la volontà di ripulirla da morbosità e retorica, e anche da quella dimensione sottilmente discriminatoria che ancora lo accompagna. Questo Pasolini è un uomo alla soglia della vita adulta che scopre se stesso e affronta i propri desideri, le frustrazioni e le ambizioni di chi sa di essere nell’istante della sua vita in cui è chiamato a costruire un futuro fino a quel punto solo immaginato.
Un momento dell’esistenza delicato e intenso, che Ghiotti affronta con una prosa — come gli è abituale — intrisa di lirismo e vicina alla sua abituale postura di poeta, secondo quella pulizia del verso, tutt’altro che leziosa, che appartiene alla scuola romana di cui anche in poesia ormai è un solido esponente. Sono in effetti tante, le contiguità tra questo libro e i precedenti, che, iscrivendolo in un corpus autoriale solido, contribuiscono a confermare una volta di più un autore che ha ormai da tempo mantenuto le promesse e si può tranquillamente riconoscere come un romanziere di razza. Anche L’avvenire è una storia di ragazzi — “bandiere tratte nella raffica dei giorni, con un carico di giovinezza in dote” — e delle loro domande, e come già Atti di un mancato addio e poi Casa che eri, è una storia in cui un singolo individuo, che qui giova soltanto di un nome più noto degli altri, diventa un pretesto per raccontare il coro di tutti coloro che lo circondano e ne compongono il vissuto — ne sono, secondo la luminosa definizione coniata dallo stesso Ghiotti, “testimoni” coloro ai quali lungo una vita si consegna, appunto, un avvenire da avverare.

Pier Paolo Pasolini negli anni Cinquanta

Persone di cui a sua volta diventa testimone, nei passaggi di soglia a cui l’esistenza di ciascuno ci mette periodicamente di fronte. Altre vite, altre storie, a cui la prosa di Ghiotti offre una vividezza nuova. Valga ad esempio la straziante tenerezza con cui ritrae Susanna Colussi, la madre di Pasolini, con la sua fronte alta da guerriera e le labbra dritte e sottili, che lasciandosi alle spalle tutto per costruire l’avvenire del figlio rimasto porta con sé, avvolto da una nebbia fatta di devozione, il dolore indicibile per la morte dell’altro, Guido, ucciso dal fuoco amico dei partigiani titini, come una cupa prefigurazione di quel che ancora le toccherà attraversare di nuovo. La morte di Guido e la sua mancanza di senso è ferita e una verità mai raggiunta di cui Ghiotti riesce, con garbo, a illuminare la profondità e la centralità per l’uomo che Pier Paolo diventa, come raramente è stato fatto prima. Vite ricostruite con il rigore dello studioso e la libertà aggraziata dell’autore, che lo portano a immaginare anche una corrispondenza dello stesso Pasolini col poeta e cugino Nico Naldini, tanto sincera e vivida da lasciar credere che si tratti di scoperta d’archivio anziché di invenzione letteraria — e che dà forma a un tempo e a un contesto che va molto oltre quello geografico di Roma e dei castelli, perché “cosa sarebbe una città senza i ragazzi che la avverano?”. È un romanzo d’autore di cui, per una volta, ringraziare l’occasione di un anniversario per aver dato modo di produrre parole che resisteranno, come il loro protagonista, nella durata.

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