Ci sono romanzi che raccontano l’amore come promessa. E poi ce ne sono altri che provano a capire che cosa resta dell’amore quando le promesse non esistono più. La via delle stelle di Sandro Frizziero (nottetempo, 2026) appartiene alla seconda specie: libri che non cercano l’epifania sentimentale, ma si interrogano su una forma più minima, quasi elementare, dell’amore. Quella che resta quando il mondo non sembra più avere un ordine leggibile.
Il romanzo si apre all’interno di una scena domestica che è già un piccolo manifesto poetico: la notte, Ludo dorme accanto al protagonista e digrigna i denti nel sonno: «La notte, i denti di Ludo battono quasi avesse freddo». Non è un’immagine romantica: è un gesto meccanico, nervoso, quasi animale. Ma è proprio da questo dettaglio imperfetto che Frizziero costruisce il suo modo di raccontare l’intimità. L’amore non appare come armonia, ma come convivenza con le inquietudini dell’altro. Ludo e il protagonista – nel romanzo, mai chiamato per nome – appartengono a quella generazione di trentenni sospesi che la narrativa italiana degli ultimi anni ha osservato con sempre maggiore precisione. In filigrana si intravedono gli stessi paesaggi morali raccontati in Le perfezioni di Vincenzo Latronico (Bompiani, 2025) o in Spatriati di Mario Desiati (Einaudi, 2021): vite colte, ironiche, politicamente disilluse, che galleggiano in una specie di presente permanente.

Ma Frizziero aggiunge a questo scenario qualcosa di più antico e più perturbante: la questione dei padri. Il padre del protagonista è un meccanico con una passione quasi mistica per il cielo. Quando osserva le stelle con il figlio non cerca poesia ma vertigine: «Non vi è nulla di poetico nel cielo stellato, piuttosto vi è il nulla». È una frase che risuona come un controcanto nichilista alla tradizione romantica del cielo notturno. E tuttavia, proprio dentro quel nulla, il padre continua a guardare. Con la pazienza di chi sa che «l’uomo può vedere a occhio nudo più di tremila stelle» se solo ha la costanza di aspettare che la vista si abitui al buio.
È forse in questa differenza di postura che si gioca il vero nucleo del romanzo. I padri alzavano lo sguardo cercando un ordine; i figli sembrano farlo sapendo già che quell’ordine potrebbe non esistere. In questo senso La via delle stelle entra in dialogo anche con un altro grande romanzo italiano degli ultimi anni, La ferocia di Nicola Lagioia (Einaudi, 2014), dove il rapporto con il padre diventa una lente per osservare l’intero paesaggio morale contemporaneo. Ma se in Lagioia il padre è una figura da affrontare e decifrare, qui è soprattutto una presenza che continua a irradiarsi anche dopo la sua assenza. Una costellazione domestica che sopravvive nei gesti, negli oggetti, nei ricordi.
Dentro questo cielo interiore si muove Ludo, figura insieme ironica e misteriosa che, a un certo punto, racconta al protagonista di essersi fatta leggere le carte da una zingara a Rialto. Il responso è surreale e tenerissimo: «Il mago ha tutti gli strumenti che gli occorrono per far bene, per vivere bene, ma è impegnato a guardare altrove, non sa che strada prendere o forse, semplicemente, è un cretino». È difficile immaginare una descrizione più precisa della condizione maschile nel romanzo: uomini pieni di strumenti e incapaci di usarli, distratti da qualcosa che sta sempre altrove. La papessa, invece, cioè Ludo, resta. Lo aspetta. Custodisce qualcosa che somiglia a un uovo, dice la zingara, come se l’amore fosse soprattutto un gesto di pazienza. È qui che il libro trova il suo punto più sorprendente. Perché La via delle stelle non racconta l’amore come rivelazione, ma come persistenza. Come una forma elementare di compagnia dentro un universo che non promette nulla.
A un certo punto il romanzo lo dice quasi esplicitamente, in una delle sue pagine più limpide: «Potrebbe essere questa l’essenza del cosiddetto amore: limitare i discorsi, anzi, proprio non farli, rinunciare alle parole, camminare solo vicini e trovare nel contatto con un altro corpo la felicità». È una definizione sorprendentemente antieroica dell’amore. Non il grande sentimento che ordina il mondo, ma una forma di prossimità ostinata tra due esseri umani che continuano a camminare uno accanto all’altro.
Alla fine il romanzo sembra suggerire che forse i padri cercavano nel cielo qualcosa che i figli cercano altrove: non una risposta, ma una compagnia contro il vuoto. Se il cosmo rimane indifferente, se le stelle non dicono nulla, allora resta soltanto questo gesto minimo. Tenere la mano di qualcuno nel buio. Perché, come scrive Frizziero in uno dei passaggi più disarmanti del libro, «la catena universale del bene è l’unica cosa che conta: voler bene fino alla fine».
Immagine di copertina: Notte stellata sul Rodano, Vincent van Gogh, via Wikimedia Commons