«Nell’Agro Pontino come in Africa c’è la malinconia di un sogno infranto che si coniuga molto bene con l’atmosfera, appunto sognante, che è propria delle terre di bonifica» scrisse Alberto Moravia, che a Sabaudia si trasferiva ogni estate, nella villa sul mare acquistata con Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini, in via Lungomare 14074. Anche per Mario Schifano, tra i maggiori interpreti della pop art in Italia, la città «è come l’Africa, mare, dune e cielo, lidi immensi di alte dune bianche, cielo in perfetto movimento, qui sono nate le idee per i miei paesaggi italiani, astratti e concreti».
D’estate a Sabaudia si ritrovava buona parte della società letteraria e artistica che, nella Roma degli anni Sessanta e Settanta, affollava le strade del centro, tra via Margutta, via Veneto e piazza del Popolo, si ritrovava nei caffè Canova e Rosati, nelle osterie da Otello alla Concordia, da Cesaretto in Via della Croce, da Menghi in via Flaminia, o al Biondo Tevere su viale Ostiense, dove ancora sono conservati il tavolo e la sedia di Pasolini. L’ultimo libro di Paolo Massari, La vacanza degli intellettuali. Pasolini, Moravia e il circolo di Sabaudia (Utet), si presenta come un vero e proprio reportage di quelle estati. Massari, già autore del romanzo Tua figlia Anita (Nutrimenti, 2023), si è immerso completamente nel clima degli anni Sessanta e Settanta e ha ricostruito, come inviato speciale in un altro tempo, quella parte di storia, raccogliendo molti aneddoti che rivelano il lato umano di illustri intellettuali italiani. Del resto l’autore ha goduto di un punto di vista privilegiato: il suo prozio, Feliciano Iannella, è stato il fondatore della biblioteca di Sabaudia e ha incontrato e conosciuto personalmente molti degli scrittori e degli artisti di cui si parla.

«Il sole picchia forte e suscita sull’asfalto la fata morgana di pozze e laghi inesistenti»: con un’immagine mirabilmente sintetica, Moravia esprime l’essenza della città. Dato reale e fate morgane, Italia e Africa, realismo e metafisica, ognuno la chiamerà a suo modo, ma tutti gli intellettuali che vissero in quel tratto di costa laziale non poterono fare a meno di riconoscere una peculiare duplicità, una natura enigmatica e bifronte, in bilico tra elemento italico ed esotismo, realtà e sogno, storia e leggenda. Da un lato il promontorio del Circeo, dall’altro il mare; da un lato la spiaggia con le dune riarse, dall’altro la vegetazione rigogliosa e il lago di Paola che, prima della costruzione del ponte, bisognava attraversare con una barchetta o a nuoto; da un lato la storia delle città di fondazione, dall’altro l’epica del mito.
Così mentre le ombre di Ulisse e della maga Circe aleggiano sullo sfondo in ogni dove, Massari procede con il racconto dettagliato della nascita di Sabaudia, fondata da Mussolini nel 1934 con le operazioni di bonifica della pianura pontina. Nel dopoguerra, a poco a poco, Sabaudia inizia a essere vista da alcuni intellettuali non più solo come una città fascista, espressione della tronfia architettura di regime. Pasolini lo afferma chiaramente, attribuendole un’immagine nuova, finalmente liberata dallo stereotipo littorio: «Quanto abbiamo riso noi intellettuali sull’architettura del regime, sulle città come Sabaudia, eppure adesso osservando questa città, proviamo una sensazione assolutamente inaspettata: la sua architettura non ha niente di irreale, di ridicolo, il passare degli anni ha fatto sì che questa architettura di carattere littorio assuma un carattere, diciamo così, tra metafisico e realistico».
Tra gli intellettuali di stanza a Roma avviene, in questo modo, un vero e proprio «contagio», come Dacia Maraini racconta a Massari: «Tornabuoni ha contagiato Moravia, che a sua volta ha contagiato Pasolini, che ha contagiato Laura Betti, che ha contagiato Schifano, che ha contagiato Bernardo Bertolucci e così via. Una catena legata alla bellezza del luogo e al respiro di un mare pulito e poco frequentato». Non solo i personaggi menzionati da Maraini, ma anche Ian McEwan, Jean Genet, Dario Bellezza, Renzo Paris, Enzo Siciliano, Daniele Del Giudice, Elio Pecora e altri ancora attraversavano in quel periodo le strade di Sabaudia, si fermavano al bar Italia dove, al tramonto, si poteva incontrare Moravia a fare aperitivo con il Campari soda, o si ritrovavano nelle ville di proprietà e in quelle prese in affitto dagli amici intellettuali.
Francesca Marciano, che nella villa di Bertolucci ha scritto la sceneggiatura dell’ultimo film del grande regista, Io e te, racconta a Massari che, proprio in quelle stanze, Bertolucci si ritrovò con Ian McEwan per lavorare insieme alla trasposizione cinematografica di un romanzo di Moravia, 1934. Sulle prime i due erano entusiasti di quella collaborazione, ma di fatto il loro progetto non andò in porto: «Bertolucci si aspettava un segretario della sua immaginazione» disse McEwan, con tono un po’ polemico, tornando in Inghilterra.

Massari si dedica, in particolare, alla ricostruzione delle vicende legate alla casa di Moravia, di Maraini e di Pasolini, in cui si incrociarono le più grandi intelligenze dell’epoca. La villa che i tre scrittori avevano fatto costruire era un enorme edificio bianco a forma di cubo, accanto alla casa hollywoodiana di Anita Ekberg. Tra i tanti letterati loro ospiti, ci fu anche Jean Genet, in viaggio in Europa per la causa palestinese, giunto fin lì per ottenere la firma di Moravia in una petizione. Moravia, Bellezza e altri scrittori si erano riuniti in quella casa per accoglierlo, desiderosi di confrontarsi con lui su questioni squisitamente letterarie, ma Genet fece subito capire che non intendeva disquisire di argomenti del genere: ciò che stava accadendo al popolo palestinese era, in quel momento, molto più importante.
Sempre nella casa di Sabaudia, Moravia e Alain Elkann scrissero gli ultimi capitoli di Vita di Moravia, di cui lo scrittore, ormai anziano, riuscì a vedere solo le prove di copertina. Elkann ricorda i ripensamenti improvvisi del suo interlocutore, quando il libro era ormai quasi finito, ma anche i momenti di difficoltà incontrati quando gli chiedeva di rievocare alcuni passaggi dolorosi della sua vita, come quello della morte di Pasolini, un episodio ancora straziante per lui a quindici anni di distanza.
«Ho scelto Sabaudia come luogo dello spirito per i miei riposi forzati e le mie ansie di lavori futuri, sogni furiosi che mi tengono ancora al mondo» disse Pasolini nel documentario La forma della città. I lavori di costruzione di quella villa finirono nel 1974 e Pasolini nel novembre del 1975 venne ucciso. Poté godersi poco la casa ma quella stagione, seppur breve, fu particolarmente intensa: «La notte, Alberto e io spegnevamo tutte le lampade, ci mettevamo sul terrazzino a respirare quell’aria profumata […] – racconta Dacia Maraini – Pier Paolo invece era poco contemplativo, correva sempre anche di notte, sfrecciava via per le sue conquiste amorose». Quando «il delitto del Circeo» sconvolse l’Italia, nel settembre del ’75, infatti, Pasolini intervenne con passione ed energia, perché a essere stato toccato da quel crimine efferato era uno dei suoi luoghi dell’anima. Nella villa Pasolini e Maraini avevano lavorato alla sceneggiatura del Fiore delle Mille e una notte (1974): la mattina scrivevano separatamente e nel pomeriggio insieme. «Una fatica immensa, sembrava morso dalla tarantola» ricorda Maraini, che aggiunge: «Era bello lavorare con lui, era attento, preciso, non si arrabbiava mai, era tollerante, rispettoso, poi aveva un’energia e una capacità di lavoro incredibili».

Dunque le estati a Sabaudia per i nostri scrittori non erano periodi di vera e propria sospensione delle attività; il loro era l’«otium cum dignitate» della tradizione classica, un tempo in cui si intrecciavano momenti di riposo a ore di febbrile scrittura. «L’idea della vacanza mi è completamente estranea. Non capisco nemmeno bene che cosa voglia dire. A me pare di essere da sempre in vacanza. Faccio un lavoro che mi piace. Anzi quando lavoro è proprio il momento in cui mi sembra di godere di più di tutte le libertà possibili e di realizzarmi nella maniera più festosa» dichiarò Fellini in un’intervista del 1982. Non molto diverso doveva essere per gli intellettuali protagonisti del libro di Massari che, tra un bagno al mare e una cena con gli amici, elaboravano progetti da realizzare a settembre, abbozzavano sceneggiature, rilasciavano interviste, scrivevano. In fondo, per gli scrittori, la vacanza non è un tempo vuoto, come l’etimologia della parola suggerisce, ma uno spazio pieno di stimoli e suggestioni da rielaborare provenienti dalla vita che si agita tutt’intorno.
«Di mattina scrivevamo – dice Maraini – si sentiva il ticchettio delle macchine da scrivere, quasi un concertino ben ritmato. Nel pomeriggio facevamo il bagno in mare, la sera cucinavamo il pesce fresco in compagnia dei molti amici che venivano a trovarci». Lo scrittore napoletano Raffaele La Capria, ospite di Moravia insieme a sua moglie, la grande attrice Ilaria Occhini, raccontava che, mentre lui appena sveglio ancora sorseggiava il caffè, in quella casa già si sentiva battere furiosamente a macchina.
Nemmeno Mario Schifano in vacanza rinunciava a seguire l’ispirazione, la musa, la forza misteriosa che lo spingeva a dipingere. La moglie del pittore, Monica De Bei, ricorda veri e propri traslochi a Sabaudia in estate: «Mario voleva portarsi dietro tutto. Dopo ci raggiungevano le tele, bianche ovviamente, perché lui era certo che avrebbe lavorato, per un artista non c’è vacanza, sempre è vacanza, e sempre è lavoro. […] E non era raro tornassero nello studio di Roma ancora immacolate. A volte invece scattava qualcosa e dalla sera alla mattina il lavoro era compiuto».
A Sabaudia Moravia scandiva la propria giornata secondo una consolidata liturgia, all’interno della quale l’attività creativa occupava un posto privilegiato. Lo scrittore amava svegliarsi presto, poco dopo l’alba, per iniziare a scrivere il prima possibile: «Sono le sette e mezzo. Salgo al secondo piano della casa dove ho lo studio. Qui mi aspetta un grande tavolo di fronte ad una grande finestra dalla quale vedo soltanto il mare e il cielo».
Ancora oggi, solo poco più in là, su quello scorcio di terra si erge il promontorio del Circeo che, in un punto preciso, si acciglia a formare un’espressione umana. «Il profilo della maga Circe» dice Carmen Llera, ultima moglie di Alberto Moravia. Ma Alain Elkan ha un’altra idea: «Se lei è sulla spiaggia e guarda il monte Circeo, […] sembra la testa di Alberto, come una gigantesca scultura di lui che riposa sulla sua casa».
In copertina: Alberto Moravia sulla spiaggia di Sabaudia, anni Ottanta