14.04.2026

La solitudine della caverna. Malefica di Nicole Trevisan

Nel panorama della provincia veneta, rabbia latente e incomunicabilità nel romanzo d’esordio di Trevisan

Il 27 febbraio la casa editrice romana Fandango ha pubblicato Malefica, il romanzo d’esordio di Nicole Trevisan, nel quale vediamo la protagonista Aurora tornare nel proprio luogo di origine – un paesino non ben definito nel basso Veneto – per un evento più che spiacevole: il funerale del suo migliore amico Andrea. Questo ritorno è l’occasione per fare i conti con un passato irrisolto, perché è risaputo: scappare dai propri problemi non vuol dire affatto risolverli.
Abbiamo intervistato Nicole su questo suo testo d’esordio per comprendere qualcosa di più del romanzo, delle sue origini, ma anche del rapporto che l’autrice ha con la scrittura.

copertina malefica

Raccontaci un po’ di te per iniziare: chi sei, che lavoro fai, come ti sei avvicinata alla scrittura.
In seconda media la professoressa di lettere (Signora Bergo, se mai fosse ancora al mondo: la ringrazio per l’ostinazione) è venuta a cercarmi in bagno per complimentarsi per il tema che avevo scritto e insultarmi. A differenza del resto dei miei compiti era molto buono, e ci avevo lavorato con impegno solo per ripicca a qualche frecciatina sulla mia inedia. Amavo leggere e odiavo la scuola. Ho scoperto che amavo anche scrivere, tanto da farlo senza minacce. Da adolescente ho iniziato una decina di libri, tutti abbandonati al capitolo due. Poi mi sono votata ai giochi di ruolo e per un po’ ho scritto di streghe, fate e vampiri: tra amici ci divertivamo tantissimo e nonostante sia un ambito a sé rispetto alla narrativa pura, è stato un passaggio formativo essenziale. Alla fine, dopo la laurea in ingegneria (attualmente lavoro nel settore delle telecomunicazioni) e qualche esperienza avvilente tra cantieri e false partite iva, ho deciso di fare qualcosa che mi piaceva davvero: mi sono iscritta a un corso di pittura. Dipingevo a olio, e l’olio mi piace perché impiega tempo ad asciugare, a un quadro ci si lavora per settimane, mesi. Il problema era che dopo aver copiato un po’ di paesaggi e volti, ho cominciato a voler dire qualcosa e con i colori non ci riuscivo. Mi sentivo senza lingua. Perché il problema era che volevo raccontare storie. Accettarlo mi ha fatta sentire in grado di scriverle.

Come nasce Malefica? Intendo: qual è lo spunto originario, e che lavoro è stato fatto per arrivare alla forma attuale?
Nel 2022 ho scritto un racconto, Io e Roberta V. Avevo scelto come protagonista una ragazza che ricordava un episodio d’infanzia tra malinconia e desiderio di vendetta. In quel periodo, tra un racconto e l’altro, pensavo a un progetto più esteso e sapevo di voler recuperare la voce odiosa e tenera di quella protagonista. Stavo cominciando a conoscere il mondo delle riviste letterarie e dell’editoria indipendente e mi domandavo cosa avessi da dire in un mondo già saturo di spunti. C’erano i problemi che io e i miei amici affrontavamo tutti i giorni e che ci raccontavamo il venerdì, in cerchio attorno a un cerchio di spritz, al freddo perché arrivavamo tardi dopo il lavoro e il bar era già pieno. Non avevamo certezze, spesso ci sentivamo soli e non riuscivamo a dirlo. Guadagnavamo troppo poco per fare la vita che ci si aspettava e passavamo più tempo a sperare di arrivare da qualche parte che a capire cosa ci circondava. Eravamo veneti di provincia, educati a cercare il benessere a ogni costo: non potevamo fallire la risalita della vetta (che poi: è mai esistita una vetta? Più passa il tempo più mi rendo conto che è una falsa prospettiva da cui è difficile distogliere lo sguardo. Eppure siamo gente di pianura). C’era un’altra questione, decisamente strisciante, riservata alle ragazze: oltre a raggiungere il successo economico e sociale, era raccomandabile trovare marito e avere figli. Essere sì indipendenti, ma superficialmente dovevamo inserirci in un tessuto familiare tradizionale, dove l’uomo vede, provvede e domina. Aurora è un personaggio che non finge, non resta due passi indietro rispetto a nessuno ed è insieme tenera e caustica come la protagonista di Io e Roberta V. Quando ho delineato Aurora, il resto si è costruito intorno, al prezzo di un paio di stesure buttate. La terza, letta e vegliata da Lorenzo Vargas, è scivolata liscia dalla tastiera alla valutazione della casa editrice.

Mi sembra che uno dei temi principali riguardi la difficoltà che riscontrano i personaggi nel comunicare il proprio malessere. Pensi sia qualcosa che colpisca soltanto i Millennial – la generazione a cui appartiene Aurora – oppure è una condizione quasi esistenziale?
Credo che il problema nasca proprio dal fatto che la nostra generazione (i Millennial) abbia fatto la tragica scoperta della comunicazione e dell’assoluta incapacità di esprimersi. Non sono un’esperta del settore, ma se riavvolgo i miei ricordi fino alla quinta liceo, quando stavamo comprando i primi iPhone e passavamo da MSN a Facebook, mi rendo conto che in quel periodo avevamo tantissime cose da dire (a tutti, contemporaneamente) e lo facevamo nel modo peggiore. Ma la pulsione a comunicare c’era, ed era esplosiva. Eravamo come dei primitivi, gioiosi e coperti di colore nelle nostre nuovissime caverne digitali. Poi abbiamo scoperto di essere in una caverna, e che eravamo soli. Quindi abbiamo cominciato ad andare in terapia, a guardare Fleabag e sentirci capite, a comunicare con i meme, con le foto della colazione, con la perfomance dei viaggi estivi. Mi fermo o rischio di divagare, ma era una premessa utile al ragionamento dietro alla scrittura di Malefica. I personaggi del romanzo soffrono un’estrema incapacità di esprimere ciò che sentono e vogliono. Si sono arresi e hanno smesso di confrontarsi con l’altro: Aurora parla con una persona morta, Andrea non è riuscito a chiedere aiuto, Isabella esegue e giudica, Sofia è un mistero. Non va meglio ai personaggi più adulti, inscalfibili nei propri ruoli tradizionali ma non privi di sentimenti. Ho voluto che di alcuni non si sentisse mai la voce, che di loro venisse restituito un ricordo – forse nemmeno così attendibile – o solo alcune risposte per bocca altrui. Volevo ricostruire la solitudine di questa caverna in cui siamo scesi e lasciare un indizio per uscirne. Forse.

Il romanzo è ambientato in Veneto, fra città ben riconoscibili (Padova, Rovigo) e una provincia che invece sembra un’unica, grande distesa di nulla. Che rapporto hai, come persona e come autrice, con i tuoi luoghi di origine? E in che modo hai trovato differenze con un’altra città presente nel romanzo, ossia Roma?
Ho descritto la provincia veneta senza caratteri identitari specifici, l’ho appiattita e ho volutamente sfumato i confini dei paesi tra campi e capannoni. Avrei potuto chiamarli per nome, inventarli per non rischiare una denuncia, ma per dare un volto a questa terra, la scelta più coerente mi è sembrata quella di restituirne i lineamenti, rinunciando ai toponimi. Il basso Veneto è una terra splendida, ricchissima. L’assalto industriale l’ha deformata e l’inurbamento disordinato e vorace consuma ettari su ettari di terreno agricolo ogni anno: i confini del paesino dove sono cresciuta, ad esempio, sono cambiati, confusi col nuovo tracciato autostradale, la zona industriale e quartieri accresciuti a ridosso delle strade vicinali che percorrevo in bicicletta da bambina. C’è nostalgia, sì, ma anche rabbia, perché non c’è rispetto per la terra, ridotta a dato economico da sfruttare. Quando ero più giovane, detestavo il provincialismo e il senso di isolamento che mi suscitava. Ora, un po’ come l’adolescente che smette di ribellarsi alla madre e si permette di amarla, la difendo e ne scrivo, in ogni possibile occasione. Roma, invece, è una città che ho frequentato tanto, che mi ha tentata e che in Malefica rappresenta una fuga e un’occasione di indipendenza, in parte illusoria, perché tutt’altro che esente da problemi; inoltre, tende a isolare, non meno che la provincia, sebbene in modi diversi. Infatti, Aurora è sempre la stessa, ovunque si trovi. Trasporta la sua rabbia da un luogo all’altro, è scomoda ovunque si trovi.

Quali sono stati i tuoi autori di riferimento per il romanzo? E, restando in tema, puoi suggerirci tre testi che in qualche modo dialogano con Malefica?
Sono molto grata di aver potuto scrivere questa storia, che la mia casa editrice l’abbia capita e pubblicata, perché temevo che la provincia veneta fosse un milieu poco accattivante, con dei precedenti, in termini narrativi, nobilissimi e di cui non mi sentivo all’altezza. Impossibile non nominare Vitaliano Trevisan, Ferdinando Camon e Andrea Zanzotto. Un altro padre spirituale di Malefica è Irvine Welsh, che col Veneto non c’entra niente ma in quanto a scrittura di personaggi ai margini e province dell’esistenza è un assoluto maestro. Come Virginie Despentes: le protagoniste di Scopami sono devastate e struggenti e sono state un’ispirazione potentissima. Tra le contemporanee italiane, mi hanno insegnato molto Ginevra Lamberti e Veronica Raimo. Se devo scegliere tre libri che dialoghino con Malefica, oltre a quelli degli autori già nominati, direi Medea di Euripide, Cartongesso di Francesco Maino e Parlarne tra amici di Sally Rooney. Non so se prendo un malus per aver nominato Rooney, però. Aggiungo un bonus: Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij.

Malefica è il tuo romanzo d’esordio con Fandango ma in precedenza hai pubblicato diversi racconti online. La pubblicazione su rivista ha influenzato la scrittura di questo testo?
Assolutamente. Ora dirò che il motivo è che scrivere racconti permette di provare voci e stili narrativi diversi, ma non voglio fermarmi all’associazione (vera, assolutamente ovvia) tra racconto e sperimentazione. Scrivere un racconto breve costringe a uno sforzo di concentrazione notevole, perché la direzione del testo deve essere sempre definita, come l’equilibrio chimico tra la prosa, i personaggi, la trama, i punti di vista, incipit e conclusione. Questo mi ha insegnato a essere rigorosa, quando sono passata alla scrittura del romanzo, che mi permetteva sì di spaziare ma che mi costringeva anche a cercare una coerenza assoluta tra i temi che volevo trattare, la voce e le scelte stilistiche che erano scelte formali: tutte cose provate e riprovate nei racconti che avevo scritto. C’è molta più varietà e contaminazione di generi nella forma del racconto rispetto a quella del romanzo, sia tra autori celebri che pubblicati su rivista. Ne ho letti tantissimi. Ne ho pubblicato qualcuno e mi sono innamorata di questa forma narrativa. Tanto da parte di Spaghetti Writers. Occasionalmente collaboro anche con altre riviste letterarie online, perché valorizzare i racconti e supportare chi si avvicina alla scrittura è quasi una missione personale.

E ora una domanda di rito: stai scrivendo qualcos’altro? Dove si volge il tuo sguardo di scrittrice?
Al momento non me la sento di dire nulla, perché l’etichetta della gestazione richiede di evitare annunci prima dei tre mesi e nel caso dei libri sono convinta che fino alla conclusione della prima stesura sia raccomandabile una buona dose di riservatezza (o scaramanzia). Posso dire di avere da qualche mese un nuovo progetto, diverso da Malefica per toni e punti di vista, un po’ americano, un po’ sfaccettato. Il Veneto sarà ancora centrale. Ora che ho iniziato a parlarne, che in tanti hanno iniziato a parlarne, non ho alcuna intenzione di smettere.

Nicole Trevisan è nata nel 1989 in provincia di Padova, è laureata in ingegneria edile e architettura e lavora nel settore delle telecomunicazioni. Dal 2022 scrive racconti, recensioni e articoli su riviste letterarie online e cartacee (per citarne alcune: Altri Animali, Blam, malgrado le mosche, Nazione Indiana, Turchese). Attualmente è editor e redattrice del collettivo Spaghetti Writers e contributor per la rivista letteraria malgrado le mosche.


In copertina, Monk by the Sea di Caspar David Friedrich

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