Un libro dalla copertina azzurra che può essere considerato un piccolo dono: Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa di Mara Sabia e Emilio Fabio Torsello, i fondatori del progetto culturale La setta dei poeti estinti. In questo testo, edito da Solferino, si è concretizzato il lavoro di anni svolto da due persone appassionate e molto competenti. Mara Sabia è docente, poetessa e attrice, con un dottorato in italianistica alla Sapienza, mentre Emilio Fabio Torsello è giornalista professionista, autore televisivo e consulente di comunicazione, entrambi coltivano un rapporto stretto e quasi simbiotico con le parole, l’arte, la letteratura, che diffondono tramite i social con approfondimenti e interviste di qualità. È bello che il loro impegno nella divulgazione sia finalmente alla portata dei lettori grazie a questo libro – speriamo il primo di una lunga serie. Ho conosciuto per la prima volta Emilio e Mara dieci anni fa, nel luogo più impensabile per un incontro, ovvero un cimitero: ero arrivata da pochi mesi a Roma e fui incuriosita dalla loro proposta di leggere l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters nel Cimitero Acattolico degli Inglesi. Nel corso del tempo ho visto il loro progetto ampliarsi e trovare riscontro crescente, quindi vedo la pubblicazione di questo saggio divulgativo di poesia come un traguardo meritato.

Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa è un testo approfondito, colto e, al contempo, di agile lettura che dona uno sguardo inedito persino sugli autori in apparenza più conosciuti e riesce a offrire una prospettiva fuori da ogni retorica calando la poesia nel quotidiano e ponendola in dialogo con ogni aspetto del vivere. Dalla rivalutazione di Neruda come “poeta del dolore” al racconto true crime della vita di Pascoli; dalla passione per la fotografia di Antonia Pozzi alla ribellione al patriarcato di Sibilla Aleramo, sino al contemporaneo e alle poesie su Gaza, in queste pagine si dipanano riflessioni, incontri, curiosità e un vivace intrico di storie.
Ne abbiamo parlato in questa intervista.
Credo che Sono tornato perché c’eri tu sia un libro che può essere letto in vari modi. È un saggio, un’antologia di poesie, ma anche un sostegno, una lezione di scrittura e di lettura, forse persino un manuale di auto-aiuto per affrontare momenti difficili. Qual è l’intento principale che vi ha guidato nella scrittura?
Emilio Fabio Torsello: È un libro che vuol ricordare alle persone, che forse hanno dimenticato la poesia, quanto nelle parole altrui ci si possa ritrovare. Questo ritrovarsi nelle parole che altri hanno scritto da un lato ci fa sentire meno soli, dall’altro ci mette davanti quelli che sono i confini dei nostri problemi, dei nostri dolori, delle difficoltà che stiamo attraversando. L’intento del libro è sottolineare alle persone l’importanza di leggere le parole dei grandi poeti, perché in qualche modo ci illuminano. Le poesie giocoforza ci interpretano, quando noi leggiamo le poesie lo facciamo perché speriamo che quelle poesie diano parole a quello che abbiamo dentro, altrimenti non leggeremmo mai nulla. Credo sia questa la funzione principale della letteratura: darci parole che ci interpretano. L’obiettivo del libro è proprio questo, dimostrare che la poesia non è solo scolastica, ma necessaria, perché ci fa sentire meno soli.
Mara Sabia: L’idea della salvezza attraverso la poesia ci ha accompagnato in tutti questi anni, da quando abbiamo dato vita a La setta dei poeti estinti. Nel senso che ci siamo resi conto, volta per volta, di quante opere letterarie siano nate da situazioni di difficoltà. Quindi quando è nata l’idea di scrivere un libro, la «salvezza» è stata un tema che abbiamo voluto affrontare. Spero che il messaggio che giunga al lettore alla fine di questo libro sia che se sono riuscite a scrivere persone nei lager, nelle prigioni, durante l’esilio o in condizioni di malattia, probabilmente la poesia può essere d’aiuto a tutti.

«Sono tornato perché c’eri tu», da cui il titolo, è il verso di una poesia di Primo Levi. È interessante il legame tra Levi e la Divina Commedia che, nel campo di concentramento, diventa per i prigionieri «la voce di Dio». La Commedia di Dante è un libro che ritorna, quasi come genere di conforto, in diverse situazioni di esilio o prigionia. La legge Primo Levi nel lager, la legge Mandel’štam in esilio. È una sorta di libro amuleto, un libro che salva?
Mara Sabia: Anche la Divina Commedia è un’opera straordinaria scritta durante l’esilio, quindi in un momento difficile. È una catabasi, un viaggio negli inferi che poi riporta alla luce ed è questo il suo significato profondo. Credo che questo sia il senso che vi abbia ritrovato anche Primo Levi nell’inferno dei lager, che torna dalla prigionia con l’intento di mettersi a scrivere, di rendere testimonianza, di narrare. Torna con un’urgenza di salvezza e quella salvezza, come dimostrano i suoi scritti e le sue poesie, la ritrova nella scrittura. La Divina Commedia sia per Levi che per Mandel’štam diventa una nenia da ripetere a memoria, qualcosa cui aggrapparsi quando si è faccia a faccia con la morte.
Mi ha colpito la maniera in cui siete riusciti a intrecciare le vite dei poeti alle vostre vicissitudini private. Il libro inizia con Amelia Rosselli e Raymond Carver, due autori significativi per entrambi che, in qualche modo, hanno segnato il vostro percorso di vita. Mara, io ti ho conosciuta come studiosa di Alda Merini, qual è la traiettoria che lega Merini a Rosselli?
Sono oltre vent’anni che studio Merini, per me è sempre stata un’autrice di riferimento. Ancora oggi se devo pensare a un’autrice salvata dalla poesia penso a lei, perché Alda Merini diceva che la poesia l’aveva salvata «dalle braccia del demonio». Amelia Rosselli è stata l’autrice che ho introdotto nei miei studi per il dottorato sulla rappresentazione per la malattia mentale in letteratura, quando ho vinto il dottorato in Sapienza nel 2021. Quella per Rosselli è stata davvero una folgorazione, in questi anni di studi sono riuscita a rivelare anche aspetti della sua vita poco noti, che ho presentato in convegni internazionali. Quindi mi è sembrato naturale introdurla in questo libro. È come se per Rosselli la vita fosse degna di essere vissuta finché c’era la poesia, nel momento in cui la sua ispirazione è sfumata, è sfumata anche la sua vita, questo mi ha colpito tantissimo. Il collante tra Merini e Rosselli è sicuramente la rappresentazione della malattia mentale, che però tra le due è molto diversa: Merini riesce a rendere sacra anche la malattia mentale, mentre Rosselli la nasconderà per tutta la vita, arriverà a scrivere «la malattia era la CIA» e la schermerà sotto varie espressioni, ma non la esprimerà mai in maniera chiara, sebbene la traccia del suo vissuto sia rintracciabile in tutte le sue opere.
Emilio, invece tu all’inizio ti focalizzi su due autori americani: Carver e Bukowski, che in qualche maniera si pongono in dialogo con la tua biografia. Cosa li accomuna? La scrittura come combattimento quotidiano?
Raymond Carver l’ho scoperto grazie a un altro scrittore, Luca Ricci. Una volta volevo inviare una proposta di articolo per L’Espresso, sperando di poter collaborare anche per la parte culturale oltre a quella giudiziaria e così incontrai Luca per parlare di un suo libro appena pubblicato. In quell’occasione lui mi disse: «Se ti piacciono i racconti, leggi Carver e Buzzati», che poi sono diventati i miei grandi amori letterari. Carver mi piace molto perché non ti consola. Non lo leggi per evadere dalla realtà, ma per immergerti nel reale, perché con i suoi racconti ti riporta a situazioni quotidiane, si parla di coppie, di lavoratori, di bambini malati. Abbiamo inserito Carver nel libro perché lui ha iniziato scrivendo poesia ed è riuscito ad affrancarsi dai lavori più umili attraverso la poesia. Bukowski è simile, ma in qualche maniera è diverso: perché per Carver la scrittura non è un combattimento, mentre per Bukowski sì, lui tenta in ogni modo di scrollarsi dalla schiena la «tigre» come la definisce in un racconto che si intitola La mia pazzia. Per Bukowski la necessità di scrivere è la «tigre», ma la scrittura è anche un faro rispetto a tutto ciò che gli accade intorno e che deve attraversare.
La poesia si lega alle vostre biografie private, ma anche alla vostra relazione. A un certo punto citate un poeta per voi fondamentale, Ghiannis Ritsos, le cui parole hanno fondato in qualche modo la vostra coppia. Vi siete conosciuti grazie a Ritsos?
Emilio Fabio Torsello: La poesia è stata sicuramente al centro della nostra relazione. Ci siamo conosciuti attraverso La setta dei poeti estinti, quando in realtà il progetto era in una fase di stallo, perché non stavo più organizzando eventi dal vivo o circoli di lettura, era diventata più che altro una pagina di citazioni sui social. Senza saperlo entrambi stavamo cercando una raccolta di poesia, Erotica di Ghiannis Ritsos, edita da Crocetti. Grazie all’incontro con Mara La setta dei poeti estinti è cresciuta, perché Mara aveva anni di recitazione e teatro alle spalle e allora, dato che lei era così brava nell’interpretazione dei testi dal vivo, le ho proposto di organizzare dei reading letterari. Da quel momento, ormai sono passati dieci anni, non abbiamo più smesso e parliamo di poesia ogni giorno. Addirittura la nostra bomboniera di matrimonio è stata un libro di poesie, una sorta di antologia privata con tutte le poesie per noi importanti, da Ritsos a Neruda.

Un aspetto interessante del libro è la capacità di concentrarsi su aspetti forse meno noti della poetica degli autori. Ad esempio Pablo Neruda viene presentato non come poeta dell’amore, ma del dolore. Nel libro si narra la vicenda tragica della figlia Malva Marina, che di solito è considerata un capitolo oscuro della biografia del poeta.
Emilio Fabio Torsello: È centrale nella biografia di Neruda e spesso viene utilizzata per denigrare il poeta sui social da persone che non approfondiscono o si basano sulla vulgata dominante. La necessità di approfondire la vicenda mi è nata da un interrogativo: come è possibile, mi sono detto, che un uomo che ha scritto poesie così profonde, capaci di rendere le sfumature segrete dell’animo umano, possa aver fatto una cosa del genere? Mi sembrava un paradosso e infatti avevo ragione. In realtà Neruda ha amato moltissimo questa bambina, Malva Marina, nonostante la malattia. Era affetta da idrocefalia, lui all’inizio non lo dice, passerà del tempo prima che riesca a mostrarla agli amici, che ne rimangono inorriditi come dimostrano le varie testimonianze, parlano di «una creatura che non si poteva guardare senza provare dolore». Lui invece usava per la figlia solo parole bellissime, la descrive come una creatura angelica. Quando scoppia la guerra civile spagnola Neruda, che era antifascista e comunista, è costretto a fuggire in Cile, mentre la moglie e la bambina vanno in Olanda. Neruda non ha abbandonato la moglie, ma è stato costretto a separarsene, poiché non poteva rimanere in Europa. Di contro ha sempre garantito la sicurezza economica di moglie e figlia. Riesce persino a trovare un lavoro alla moglie e a fare in modo che la bambina venga accolta e curata da una famiglia olandese. Insomma, lui non si è sbarazzato della figlia, anche se è vero che nel frattempo in Cile aveva intrecciato una relazione con Matilde Urrutia. Io dico sempre che i poeti d’amore sono bellissimi da leggere, ma probabilmente conviverci era molto più complicato: Hikmet e Neruda lo dimostrano, insieme sommano sette matrimoni.

Il capitolo dedicato a Pascoli diventa quasi un giallo sulla morte del padre, la ricerca della verità che il poeta persegue per tutta la vita. Emerge un Pascoli oscuro, diverso da quello che ci hanno raccontato a scuola. Il Pascoli delle antologie scolastiche è un poeta edulcorato, distante dalla realtà?
Emilio Fabio Torsello: Il capitolo su Pascoli è molto particolare, è un po’ la testimonianza di ciò che ci è accaduto quando abbiamo visitato casa Pascoli. Siamo andati a San Mauro Pascoli nella convinzione di visitare la casa del poeta del nido, del fanciullino, ma ci sbagliavamo. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Rosita Boschetti, la direttrice di Casa Pascoli, che ci ha mostrato un poeta diverso da quello raccontato nelle antologie. La vita di Pascoli è in realtà un giallo moderno, aveva lottato tutta la vita per scoprire la verità sulla morte del padre. In effetti leggendo La cavalla storna se ne può trovare traccia: la cavalla è l’unica ad aver assistito all’assassinio di Ruggero Pascoli, eppure è un testimone muto. In questa poesia Pascoli fa quasi eco alla famosa frase di Pasolini: «Io so, ma non ho le prove». Siamo davanti all’unico testimone, che però non può parlare, addirittura il poeta la incalza, in pratica le dice: «Tu ce l’hai ancora negli occhi, cavalla, quello che è successo». In questa poesia c’è tutta la rabbia di Pascoli, un poeta che verrà distrutto poi dall’alcolismo, dalla cirrosi, in fondo una conseguenza del trauma subito nell’infanzia. Nella prefazione dei Canti di Castelvecchio lui racconta che la famiglia fu devastata da questo omicidio, scrive: «Io non voglio. Non voglio che siano morti» e in questa ribellione c’è anche un tratto fondamentale della sua poetica.
Nel libro ci sono anche le testimonianze dei lettori, gli incontri. Compare persino una donna che aveva conosciuto di persona Neruda. Qual è l’incontro più strano e inusuale che vi è capitato durante le vostre serate di lettura?
Mara Sabia: La setta dei poeti estinti con gli eventi dal vivo ci ha portati a fare tanti incontri. Ricordiamo questa signora molto anziana che ci raccontò di aver conosciuto Neruda a Capri, quando aveva quindici anni. Un’altra persona invece ci raccontò che il nonno aveva ospitato Neruda nell’atrio di casa, permettendogli di fare le sue letture, quando il poeta era ricercato dalla dittatura e dai suoi oppositori. Poi ogni incontro è diverso: alcune persone magari ci ringraziano perché abbiamo fatto scoprire loro una poesia speciale e la legano alle proprie storie di vita, altre ci raccontano di aver incontrato il fantasma di Giacomo Leopardi. Capita di tutto, anche incontri straordinari come quello con il traduttore e poeta Riccardo Duranti che poi ci fece conoscere Tess Gallagher, la moglie di Carver, che abbiamo intervistato.
Nella parte finale del libro avete intervistato poeti contemporanei che non hanno dovuto affrontare il carcere, la guerra o l’esilio ma spesso un’altra forma di prigionia più esistenziale, come la malattia o un trauma. Cosa vi ha spinto a includere queste voci?
Emilio Fabio Torsello: Il contemporaneo è un aspetto che abbiamo voluto investigare molto. Abbiamo voluto che non fossero solo “estinti” i poeti di cui parlavamo, questa scelta rimarca il fatto che la poesia può aiutare ad affrontare le difficoltà del presente, del quotidiano. Quindi compare Pierluigi Cappello, che grazie alla poesia ha sviluppato una forma di resistenza alla malattia. O Giovanna Rosadini, finita in coma per un errore medico, che è tornata alla vita anche grazie alla poesia, perché come lei ci disse: «Ho un quaderno di logopedia sul quale ho annotato le prime poesie che ho scritto dopo il coma, quando ho dovuto reimparare tutto». C’è Maria Grazia Calandrone che ha una storia tremenda di vita personale alle spalle ma grazie alla poesia ha trovato una forma di espressione. Alfonso Guida, finalista al Premio Strega Poesia lo scorso anno, che vive in un paesino della Basilicata e considera la poesia una terra di salvezza, un altrove diverso da quello in cui lui abita. Il contemporaneo ci fa capire che, anche in questo nostro secolo caratterizzato dal progresso, dalla tecnologia, la poesia costituisce un approdo, un punto in cui tornare e in cui specchiarti.

Avrei una domanda sulla scrittura: come vi siete divisi le parti da scrivere? È stato difficile scrivere un libro a quattro mani?
Mara Sabia: Ognuno ha scritto dei poeti e degli autori che ha amato di più, quindi è stata una divisione naturale. L’indice è stato modificato diverse volte, come spesso accade in questi progetti, ma abbiamo lavorato ciascuno sugli argomenti sui quali avevamo più competenza. Quindi è stato un lavoro condiviso, fatto insieme, senza alcun attrito, con un certo equilibrio. La difficoltà principale è stata lavorare sui dettagli, sulle fonti, trattandosi di un saggio divulgativo.
Come avete selezionato gli autori da includere e quelli da escludere? C’è qualche autore che avreste voluto inserire e che, invece, siete stati costretti a sacrificare o a escludere per necessità?
Emilio Fabio Torsello: Avremmo voluto inserire anche Leopardi, Dante, che a loro modo sono stati salvati dalla poesia. Dante è stato salvato dalla Divina Commedia, un’opera in cui sperava di trovare giustizia e vendetta dall’esilio. Leopardi ha liberato la poesia italiana, è un autore cardine. Però a un certo punto, per l’economia dei tempi e per limite del numero di battute, abbiamo dovuto fare una scelta e ci siamo focalizzati sul Novecento. Magari faremo un prossimo volume.
Mara Sabia: L’indice è stato rielaborato diverse volte. Per esempio abbiamo escluso Dino Campana, l’abbiamo sacrificato perché a un certo punto mi sembrava un saggio troppo focalizzato sulla malattia mentale, c’erano già le voci di Merini, Rosselli. Quindi abbiamo lavorato il più possibile per dare una varietà tematica e argomentativa.
Infine ho una domanda cui dovete rispondere entrambi, ciascuno per sé. C’è stato un momento in cui hai sentito che la poesia ti ha salvato?
Mara Sabia: Onestamente non credo ci sia stato un momento preciso, nel senso che la poesia mi salva da sempre, ogni giorno. È un filo che ha condotto tutta la mia vita, influenzando anche gran parte delle mie scelte. Da che ho memoria la poesia l’ho sempre letta e ho cercato, anche da bambina, di scriverne. Credo che se sono la persona che sono lo devo anche alla poesia. Se devo isolare una voce, penso a Isabella Morra, una poetessa lucana che visse la sua breve vita salvandosi e sostenendosi attraverso la poesia.
Emilio Fabio Torsello: La prima volta che mi sono reso conto del valore salvifico della poesia è stato con Carver. Perché avevo perso il lavoro, avevo chiuso una relazione importante, e lui mi ha accolto letteralmente con le sue poesie e con i suoi racconti. In quel momento mi sono accorto che non ero solo nelle difficoltà che vivevo. Ma un po’ tutti gli autori di cui abbiamo parlato ci hanno salvato, ciascuno a modo suo, perché ciascuno ci ha fatto capire che se un giorno ci capiterà qualcosa, c’è chi lo ha già affrontato e gli ha dato parola.
Immagine di copertina: La setta dei poeti estinti, foto © Pasqualini/MUSA