Giugno 2025 è passato. Tra di noi chi poteva è scesa in strada* e insieme abbiamo marciato, sfilato, manifestato, urlato e danzato nella ricorrenza dei moti di Stonewall.
Non sono mancate le riflessioni su quale significato hanno oggi queste nostre manifestazioni. Tante di noi si sono chieste se nei nostri cortei, patrocinati da diversi enti e istituzioni e sponsorizzati da aziende e multinazionali, non abbiamo perduto il senso profondo della lotta, la prospettiva di come agisce l’oppressione. La co-presidente del partito di estrema destra tedesco AfD, Alice Weidel, convive con la sua compagna e i loro due figli adottivi, e vivono apertamente la loro omosessualità anche il delfino della destra francese Jordan Bardella e il presidente della sezione giovanile di Forza Italia, Simone Leoni. Eppure, contemporaneamente, le destre al potere in tutto il mondo ostacolano il diritto a esistere delle persone trans e non binarie. Alla luce di questo, e di troppe altre violenze e ingiustizie per poterle elencare tutte, se crediamo davvero nell’intersezionalità della lotta, forse possiamo domandarci se non sia rimasta giusto qualche traccia di rivendicazione politica in questo nostro Pride capitalista. Se ci muoviamo in spazi autorizzati, addirittura promossi da chi detiene il potere (che si tratti di potere politico-istituzionale o economico), se non diamo fastidio a nessuna, può dirsi ancora il nostro un atto di protesta e di ribellione? La componente gioiosa delle nostre manifestazioni è vitale, va salvaguardata, non dobbiamo e non possiamo perderla, ma se ci lasciano solo quella, forse ci hanno ridotte a belve ammaestrate da circo, a curiosità circoscritte da freak show, siamo tornate al ribaltamento del Carnevale, tollerato perché dura un giorno e poi si ritorna all’ordine.
La cattiva notizia è che abbiamo perso, la buona notizia è che il senso possiamo ritrovarlo proprio schierandoci dalla parte di chi subisce la sconfitta.
Che fare, allora? L’azione è importante, ma in quest’epoca di iperproduzione, di iperattività, di concitazione, di rinuncia a una progettualità sul lungo termine in favore di una modalità emergenziale perenne, in cui le sorti del mondo sono finite in mano – se le sono prese? gliele abbiamo affidate? non è chiaro, è stato tutto troppo turbinoso – ad autoproclamati “uomini del fare”, che governano in modo impulsivo, smanioso, capriccioso, forse un momento di riflessione sul come, prima di agire, potremmo prendercelo.
Una buona fonte di ispirazione su come (e sul perché, non scordiamoci il perché) agire il cambiamento può essere per esempio I froci & i loro amici tra le rivoluzioni di Larry Mitchell con le illustrazioni di Ned Asta, riproposto quest’anno nella traduzione di Matteo Pinna da WoM Edizioni.

Scritto negli anni Settanta a Lavender Hill, la comune che Mitchell aveva fondato insieme ad Asta e ad altri nei pressi di Ithaca, nello stato di New York, il libro racconta di come vivono e resistono nel regno immaginario di Virilia, dominato dagli uomini, appunto le frocie e le loro amiche – le donne forti, le fate, le regine…
Pensato in origine come una fiaba per bambine, il testo si impregna di pensiero controculturale, psichedelia e fricchettonaggine e finisce per assumere una forma che lo colloca nel filone dei manifesti tipici del contesto e della temperie culturale in cui è concepito. Lo pubblica Mitchell stesso nel 1977 con la Calamus Press, l’impresa editoriale che aveva fondato. La versione anni Settanta dell’autopubblicazione: più romantica, più militante, più artigianale. Non proprio a sorpresa quindi I froci & i loro amici tra le rivoluzioni non circola nelle camerette delle bambine, ma diviene un testo di culto per una generazione di persone queer, che, come testimonia nella sua bellissima postfazione Morgan Bassichis, se lo scambiano, se lo leggono e rileggono, ne incorniciano le pagine e ricopiano le massime di “saggezza frocia”.
«L’amore romantico, l’ultima illusione, ci tiene in vita fino all’arrivo delle rivoluzioni».
«Quando senti dolore, lasciati andare all’amore dei tuoi compagni».
«C’è più da imparare indossando un abito per un giorno che indossando un completo per una vita».
Il testo si presta molto a questa iconizzazione, perché ha, come si è detto, l’energia, il tono enunciatorio e proverbiale del manifesto, il linguaggio semplice della fiaba e l’andamento della parabola, ma in sostanza si tratta di un’ecoanarcoutopia queer, militante, esoterica e psichedelica, che promuove un ideale di coesistenza armoniosa e celebra il valore della comunità.
«I froci vivono al ritmo della routine della comunità e della strada: visite, pranzi in piccoli caffè, tè pomeridiani, passeggiate, incontri casuali, organizzazioni, pubblicazione di manifesti, rappresentazioni teatrali, sostituzioni di amanti, nuove alleanze e stili di vita in continuo mutamento e pettegolezzi, infiniti pettegolezzi. Condividono nozioni mutevoli sugli uomini e sul potere e su come sottrarglielo. Prendono la routine delle loro vite collettive e le trasformano in rituali. Hanno creato il rituale dell’incontro fugace, il rituale dell’amore che muore e il rituale dell’oltraggio. Vivono in un mondo invisibile agli uomini».
Non a caso il titolo non è I froci, bensì I froci e i loro amici. Come osserva molto a proposito Matteo Pinna nella sua nota di traduzione, forse se Mitchell l’avesse scritto oggi avrebbe usato il linguaggio inclusivo di genere, perché il testo non diverge dai concetti di inclusività e intersezionalità così come sono stati teorizzati in anni più recenti. Riconoscere a quale sottogruppo della comunità LGBTQIA+ si fa riferimento quando si parla di “fate”, di “regine”, di “donne forti”, di “Bardasse” o di “Lilline” è un gioco e può avere un suo senso documentario, ma in ultima analisi non è il punto: la storia parla di potere, di chi lo esercita con violenza, per accumulare, opprimere, escludere, per imporre divisioni e gerarchie e di chi invece celebra la condivisione, il benessere collettivo e la partecipazione di tutte. I cattivi di questa fiaba, gli uomini, sono chiaramente tali non per distinzioni anatomiche, di orientamento o identità sessuale, ma nel senso della bio-politica di Focault.
«Gli uomini vogliono che tutti ricordino e commemorino solo i loro momenti di vittoria e abbondanza. Gli uomini sperano di essere gli unici ad aver vissuto simili momenti. Così la storia diventa una cronaca di guerre, brutalità e splendore dello Stato. L’arte cerca di trasformare la brutalità degli uomini in benevolenza. Ma i froci non si lasciano infinocchiare. Sanno che la vittoria di un uomo significa la disfatta degli altri e che l’abbondanza di alcuni uomini significa che altri restano affamati. I froci si rifiutano di celebrare le menzogne degli uomini.
[…]
I froci non bramano il potere. […] Gli uomini si accaparrano il potere e lo usano brutalmente per dimostrare di essere uomini.
I froci deridono tutta questa avidità di potere e cercano l’amore.»
È un libro ricco di autoironia, a tratti quasi lirico, di frequente buffo, talvolta sibillino, ma sempre godibile, con personaggi amabili come Pomodorino Libertino, Raggio di Luna e Lillà e luoghi irresistibili come il “Palazzo della Scopata Frocia” o la “Casa dei Grossi Fustacchioni Arrapati, conosciuta nel quartiere come Paradiso Porno”.
Un libraio di fiducia mi ha confidato tempo fa: «Tutti questi recuperi… non so. A volte i libri sono stati dimenticati e non ripubblicati per un motivo». Tutto sta nel comprendere per quale motivo.
Il modo in cui lavora WoM già di per sé nobilita qualsiasi riedizione, anche solo per la cura con cui è confezionato l’oggetto libro. I froci & i loro amici tra le rivoluzioni, inserito nella loro collana erotica contraddistinta dalle copertine rosa, si presenta invece nero, ma ecco voltandolo la spiritosa sorpresa: è la quarta di copertina, il retro, a essere rosa, con il foro circolare, il buco, marchio di fabbrica della casa editrice, posto sul didietro del libro, irriverente e sbarazzino. Sempre libridinose le carte, la font, l’impaginazione che esalta anche i disegni di Asta, elementi grafici co-protagonisti e non accessori. Preziose la prefazione di Maya De Leo e la postfazione, che contestualizzano il testo, lo corredano di informazioni che aiutano a comprendere il valore e il significato che ha avuto per una comunità di persone in passato.
È in casi come questi che il recupero editoriale si esprime appieno come operazione non solo commerciale, ma culturale: se la storia la scrivono i vincitori e il canone lo stabiliscono parametri di successo e un’élite accademica e culturale espressione di una classe dirigente e quindi del potere, allora il ripescaggio di un libro rifiutato dalla grande editoria, un libro che è circolato solo attraverso il prestito e il passaparola di una comunità discriminata, al margine, significa aprire i riflettori su quel margine, sulla parte della storia che i vincitori e i potenti non avevano interesse a tramandare.

I froci & i loro amici tra le rivoluzioni è stato un libro sovversivo e questo è un momento in cui della carica sovversiva del passato possiamo nutrirci, in cui le idee sepolte al margine possono essere le nostre fondamenta. In un mondo di uomini, questo è per chi sceglie di essere frocia, fata o regina. Per chi, come Pomodorino Libertino, «danza costantemente sul confine tra l’eccentricità e la follia» e coltiva una «forma di spontaneità e di inatteso che possono portarlo ovunque». Compratelo, leggetelo, regalatelo, mandiamolo a memoria, recitiamolo insieme, riconosciamoci perché per il fatto stesso di esistere, con la nostra frociaggine indisciplinata e i nostri legami di affetto, reciprocità e mutualismo, siamo i semi di una rivoluzione possibile. Evochiamola. Germogliamo.
* In questo articolo si usa il femminile sovraesteso.
Credits
Copertina – Illustrazione di Ned Asta