29.06.2026

La malattia giusta. Ernst Bernhard e la cura come spostamento

Un ritratto dello psicanalista, tra archetipi cosmici e destini personali

Di Ernst Bernhard bisognerebbe forse cominciare dicendo che non si lascia cominciare. Ogni ingresso sembra subito una deviazione, ogni data una porta laterale, ogni notizia biografica una scheggia di un’altra biografia possibile, già attiva sotto la prima, pronta a complicarla con quella mite perfidia delle cose che non amano essere archiviate. Berlino, 18 settembre 1896; Roma, 29 giugno 1965. Medico ebreo-tedesco, psicoanalista, socialista, profugo, allievo eccentrico di Jung, lettore di sogni, mani e destini, frequentatore dell’I Ching, maestro di scrittori e registi: una vita al plurale incapace di consegnarsi a un solo ritratto.
Nelle immagini che lo fissano nel suo studio, Bernhard appare circondato da un ordine quasi sospetto: libri allineati, scrivania composta, orologio vigile. Tutto lascia pensare a un sapere custodito con accuratezza, alla stanza di un medico che abbia disposto l’anima in scaffali e cassetti, pronto a estrarne, con garbo tedesco e mano rabbinica, un nome, una figura, forse una diagnosi. Eppure, chi varcò quella soglia racconta una faccenda meno ordinata: là dentro l’anima perdeva le buone maniere, il sintomo smetteva di presentarsi con i documenti in regola, il sogno saliva in cattedra con aria sfrontata, l’errore reclamava una sua competenza. Bernhard sembrava avere questo talento, quasi sconveniente: accordare la cittadinanza a ciò che una ragione ben educata avrebbe lasciato in anticamera. Faceva parlare l’irragionevole finché, nella sua grammatica storta, cominciava a rivelare una necessità.

Bernhard nasce a Berlino nel 1896, in una famiglia ebraica dove la medicina ha quasi il rango di una consuetudine ereditaria (medico il padre, medico il nonno). La religione, soprattutto per via femminile, si trasmette meno come dottrina che come temperatura del mondo: una fiducia sorgiva nel fatto che il visibile non esaurisca il reale, che le cose, anche le più minute, custodiscano una risonanza ulteriore. Prima vita, dunque: Berlino, famiglia ebraica, medici in casa e Dio nei paraggi.
La Prima guerra mondiale lo trova volontario nella Sanità – dentro la guerra, dalla parte dei corpi, lì dove il massacro si ricuce come può. Al fronte legge Martin Buber da cui trae un ebraismo meno libresco che relazionale, una disposizione a cercare il sacro nella polvere ordinaria del vivere: nelle mani, nei gesti, negli incontri, in tutto ciò che spiriti troppo igienici scambierebbero per assenza di mistero. Seconda vita: soldato con Buber in tasca.
Finita la guerra si forma in ambito medico, apre a Berlino uno studio di pediatria, milita in un partito socialista. Terza vita, quarta, quinta – e qui la numerazione comincia a balbettare, non perché le vite si esauriscano, ma perché il soggetto che le abita le eccede tutte, simultaneamente e senza scuse.

Ernst Bernhard

A incrinare definitivamente ogni contabilità biografica intervengono due incontri, due maestri irregolari, due figure che Bernhard non eredita pacificamente, ma assume come materia viva, da attraversare, consumare, piegare alla propria necessità: Julius Spier e Carl Gustav Jung. Il primo, chirologo, figura da romanzo iniziatico, gli insegna a leggere nella mano la traccia carnale di una forma, la tensione tra ciò che ci precede –famiglia, popolo, epoca, destino collettivo – e ciò che in noi domanda di differenziarsi. Il secondo gli offre la lingua decisiva del simbolo, dell’individuazione, del destino psichico, ma dentro una relazione fatalmente asimmetrica: Bernhard cerca nel maestro una legittimazione quasi febbrile; Jung rimane più freddo, laterale, difficilmente sequestrabile da quell’allievo troppo acceso.

Intanto la Germania si fa invivibile, poi impossibile. Bernhard, ebreo, tenta la via dell’Inghilterra. Nel formulario d’espatrio, là dove un uomo accorto avrebbe indossato il miglior vestito della rispettabilità scientifica, dichiara il proprio interesse per l’astrologia. Gli inglesi lo respingono. Si potrebbe allora dire che la psicologia analitica italiana nasca anche da questa scena originaria: da una frontiera incapace di accogliere il linguaggio delle stelle e da un uomo che, davanti alla domanda dell’altro, non seppe mentire abbastanza.
E se non è soltanto di una biografia che qui si intende parlare, converrà indugiare ancora su qualche evento, non già per stringere Bernhard in una fisionomia conclusa, ma per provare a restituirne il paesaggio: il territorio mobile e insidioso in cui, per Bernhard, la Storia e l’anima non cessano di contaminarsi.
Verso il Natale del 1936 Bernhard arriva a Roma con Dora Friedlaender, compagna viennese e futura moglie, e si stabilisce in via Gregoriana 12, a pochi passi da Trinità dei Monti. In una lettera a Jung scrive che forse, finalmente, è arrivato alla «Terra». Ma per Bernhard la terra non è mai soltanto un luogo, né un indirizzo, né una tregua geografica: è il punto in cui il destino, dopo avere trafficato con i segni, gli esili e le coincidenze, chiede di farsi corpo. Via Gregoriana diventa così, senza proclami, una piccola capitale dell’inconscio italiano. Vi passano Edoardo Weiss, Bobi Bazlen, Cristina Campo, Federico Fellini, Giorgio Manganelli, Natalia Ginzburg, Adriano Olivetti: ciascuno portando con sé la propria fame, la propria ferita, il proprio sogno nel cappotto. Ma una terra, quando è davvero tale, deve poter resistere anche alla sua smentita. Le leggi razziali lo sospingono così in nuove peregrinazioni: Regina Coeli, Ferramonti, infine il ritorno a Roma, ma nella forma mutilata e allarmata del nascondimento. E tuttavia nulla, nemmeno la Storia quando si fa macchina persecutoria, riesce davvero a separarlo da quella città né dalla domanda che proprio il nascondimento rende più corrosiva: che cosa impedisce a una vita di ridursi alla pura successione dei fatti? Quale filo segreto, quale necessità invisibile, continua a legare gli eventi quando tutto sembra consegnato alla violenza del caso?

Ernst Bernhard

È in questa zona che si rapprende Mitobiografia. Il libro uscirà postumo nel 1969, a cura di Hélène Erba-Tissot, paziente e discepola: oggetto tardivo, composito, felicemente inobbediente alla forma del trattato. Una raccolta di carte vive – pensieri, sogni, annotazioni, conferenze – al cui centro lavora la teoria dell’entelechia, parola che Bernhard preferisce al junghiano, forse perché meno psicologica, più antica, più pericolosamente verticale.¢Eν τέλος ἔχειν: avere in sé il proprio compimento, portare iscritta non una meta scelta dall’io, ma una necessità più vasta, sovrapersonale, che abita il soggetto senza appartenergli del tutto. Bernhard ne distingue tre strati: cosmico, là dove le tradizioni hanno detto Dio, Tao, Atman; collettivo o karmico, dove agiscono famiglia, popolo, tempo storico; individuale, cioè quel nucleo irripetibile che preme per differenziarsi dalla pasta comune dell’eredità.

«L’entelechia è libera», scrive. «Il suo ultimo rappresentante in me è la tendenza all’individuazione». Qui la psicologia analitica diventa faccenda più aspra, quasi iniziatica. Individuarsi non significa correggersi, adattarsi, trovare un posto decoroso nel mondo; implica piuttosto obbedire a una vocazione anche quando essa esige il congedo dall’ethos collettivo, dall’inserimento, dalla prudenza, da tutto ciò che protegge una vita a patto di non farla accadere. Processo simbolicamente mortale, nota Bernhard. E infatti ogni vera individuazione ha in sé qualcosa del decesso: muore il soggetto adattato, quello garantito dallo sguardo degli altri, perché possa emergere la forma che, da sempre, lo attendeva. Ma l’elemento più bernhardiano di Mitobiografia rimane la sua forma e il paradosso che la genera. In un sogno dell’ottobre del ’46 Bernhard si ritrova tra le mani il proprio libro e, subito, la decisione: non pubblicarlo prima della fine, perché farlo implicherebbe dichiarare estinto un processo che non può chiudersi finché si è vivi. Fu uomo di sedute, conversazioni, appunti, seminari, sogni annotati a margine; un pensatore che si accendeva nel rapporto, nell’attrito con l’altro, nella materia viva del dialogo. La pagina, con la sua pretesa di compiutezza, gli appariva insieme necessaria e sinistra. Mitobiografia è dunque l’unica forma di libro che potesse onestamente firmare: non un’opera ma una traccia, non una conclusione ma un deposito.

Giorgio Manganelli è forse, tra tutti, il testimone più bernhardiano, proprio perché trasforma Bernhard in una macchina letteraria. La sua testimonianza non vale come ricordo affettuoso, ma come diagnosi di stile. Bernhard aveva, dice, la capacità di introdurti «ad una geografia totalmente non tolemaica. Improvvisamente ci si scopriva tolemaici. Ci si diceva: “ma no, questa mappa è sbagliata, non è mica così – qui non ci sono i mari, ci sono i monti!”. E tutto questo era insieme fiabesco ed estremamente pertinente, perché dopo un po’ ci si accorgeva di percorrere un territorio estremamente familiare. Venivano recuperate le schegge, le amigdale, le narici – tutto ciò che si era abituati a buttare via come secondario, e da cui invece comincia il discorso».
Da qui la formula della «malattia giusta». Non si tratta di estetizzare il dolore, né di fare del sintomo un’araldica dell’eccezione. La malattia giusta è la malattia pertinente, quella che finalmente parla la lingua del soggetto che la abita. Bernhard aveva compreso, scrive Manganelli, che il problema della malattia psichica era anzitutto un problema di spostamento: non era quella, era un’altra. Lungi dal rientrare nel docile consorzio dei normali, guarire è imparare ad abitare la propria dislogica senza scambiarla per quella di un altro. Trovare, nella ferrea incongruenza che ci costituisce, l’adito nel muro.   
Sempre da Manganelli conviene prendere in prestito un’altra immagine, forse la più adatta a illuminare Bernhard: nello psicoanalista, come nello scrittore, egli riconosce una strana mescolanza del fool e del prete, del vescovo e del ciarlatano. Formula perfetta. Il fool, perché serve una quota di stoltezza autorizzata per accostare sogni, mani, astri, I Ching senza farsi paralizzare dal tribunale della serietà. Il prete, per l’oscurissima liturgia che l’analisi conserva: stanza, tempo, confessione, attesa. Il ciarlatano, perché ogni vero commercio con le immagini impure espone al sospetto di impostura. È qui che psicoanalisi e letteratura si toccano: non nella rispettabilità del metodo, ma nella loro comune pratica dell’indizio apocrifo, del segno minore, della coincidenza apparentemente ridicola.

Ernst Bernhard
In alto: Giorgio Manganelli; In basso: Cristina Campo

Ecco allora che, proprio quella mistura di liturgia e azzardo, di serietà e impostura, di intelligenza e stoltezza consente a Bernhard di accostarsi a personalità diversissime senza imporre loro una medesima via: la cura, in lui, cambia forma secondo la ferita che incontra.
Così, se a Cristina Campo Bernhard restituisce un lembo di terra– «un pezzetto di terreno su cui posare i piedi» – e con esso la possibilità di recuperare un rapporto ancora possibile con il reale, a Fellini offre il movimento opposto: non un appoggio, ma una discesa più fiduciosa nella piena delle immagini. L’immaginazione, che nel regista rischiava di farsi assedio e persecuzione, non viene corretta né prosciugata, bensì autorizzata a parlare come lingua autonoma, più antica e più precisa del concetto – da qui il Libro dei sogni, atlante privato delle sue apparizioni notturne.
Bernhard muore a Roma il 29 giugno 1965, avvolto, per sua richiesta, nel Talèd, il mantello ebraico di preghiera. Ricordarlo come il medico berlinese che portò Jung in Italia e contribuì alla nascita dell’AIPA, prima associazione italiana di psicologia analitica, è vero e insufficiente. Bernhard fu anche il pioniere scomodo di un Oriente psichicoI Ching, Tao, meditazione, sogno, immagini – che oggi rischiamo di consumare in forma addomesticata, quasi ornamentale, e che in lui serviva invece a dislocare l’anima, a sottrarla alla sua compostezza occidentale, a restituirle la parte eccentrica, inservibile, indecorosa.

A sessant’anni dalla morte, il lascito maggiore di Bernhard – anche per chi, come la scrivente, è solito frequentare altre lingue – rimane una pratica dello spostamento: l’arte di dubitare delle mappe troppo nitide, dei centri troppo centrali, dell’io quando si presenta ragionevole, educato, proprietario del discorso. La vera questione non è rimuovere la malattia, ma sottrarsi a quella sbagliata: alla sofferenza incongrua, impersonale, indossata per obbedienza al destino collettivo. Occorre trovare, o lasciar emergere, una ferita più precisa, una forma di sofferenza che non ci falsifichi ma ci riguardi. È qui che la malattia giusta lambisce, con nome quasi scandaloso, ciò che talvolta – per ottimismo, per distrazione, per bisogno di parole meno dure – chiamiamo salute.
Ed ecco che, in chiusura, qualcosa comincia a incrinarsi: la frase perde il suo asse, la strada la sua buona segnaletica, il pensiero il suo contegno. Resta una domanda, meno composta, forse più esatta: se la nostra carta fosse sbagliata, e proprio lì, nel suo errore, cominciasse finalmente il discorso?

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