02.02.2026

La grazia è delicata e crudele. Malaparte straniero nella Ville Lumière

Sul "Giornale di uno straniero a Parigi" di Curzio Malaparte

«Non siamo stati bravi, siamo stati eleganti». Con questa frase il Presidente della Repubblica, interpretato magistralmente da Toni Servillo, si congeda dal suo Segretario di Stato, suo nemico interno durante tutto il mandato.
Avevo avuto modo di assistere alle anteprime napoletane del film di Sorrentino La grazia, nella manciata degli ultimi giorni dell’anno e la “corrispondenza” con la lettura appena finita del Giornale di uno straniero a Parigi di Curzio Malaparte è risuonata in me chiara, evidente. Un Malaparte in stato di grazia, emerge da queste pagine del suo Journal, assai inspiegabilmente silenziate, inedite per più di mezzo secolo e ora riemerse grazie all’edizione bilingue pubblicata da Adelphi a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo.

La definizione che dà della grazia lo stesso Malaparte è precisa, chiara e ci fa capire non solo l’intensità del suo rapporto con Parigi e con i francesi, ma proprio la natura di una storia d’amore e d’amicizia totale.
«Parlate della grazia a un francese, vi risponderà: “Abbiamo altre qualità”. Certamente. Ma a queste qualità l’Europa preferisce la grazia francese. E per grazia intendo qualcosa di squisitamente morale, la coscienza della propria superiorità intellettuale, della propria forza, della propria potenza, della propria libertà, della propria ricchezza. La grazia è l’equilibrio tra tutte le forze, tutte le qualità che si posseggono. Ci sono popoli più forti, più ricchi: la Germania, la Russia, la Spagna di Carlo V, l’Inghilterra di Pitt. Ma questo equilibrio, questa grazia, è soltanto francese.»
La citazione è in un lungo passaggio dedicato a Jean Cocteau, da Malaparte considerato tra i pochi autori in grado di disinnescare il “troppo cartesiano” presente nell’esprit français, e la stessa tracotante grandeur, con «l’immaginazione, la grazia, la follia senza passione del XVII, del XVIII secolo».

In un certo senso Malaparte sembra fare allusione anche alla propria visione della letteratura, della propria scrittura: immaginazione, grazia, follia senza passione, attraversano tutta l’opera dello scrittore, che si tratti di pamphlet, saggi, corrispondenze, romanzi. È il suo marchio di fabbrica delle parole, lo stile. Prendiamo per esempio il suo romanzo più contestato, La pelle (Adelphi). Non si tratta soltanto di un capolavoro ma di un manifesto di scrittura che si vuole tenere alla larga dalla retorica delle passioni, altro grande correttivo della tirannia del logos .
Come scrive nel suo Journal, a proposito di Cocteau e, aggiungiamo noi di se stesso, è «la follia fredda, chiara (se può avere un colore), magra, azzurra e bianca, secca e levigata come un osso, come un osso di seppia, che è lo spirito segreto che anima tutto il congegno della civiltà francese».

Nel rileggere più volte questo passaggio ho sentito di nuovo l’eco di una delle pagine più insostenibili e allo stesso tempo folgoranti che un romanziere, di qualsiasi epoca o origine, abbia potuto mai scrivere. Una pagina che sarebbe costata a Malaparte la messa a bando dalla città di Napoli nel 1950:

 «È una vergogna che ci sia al mondo un cielo simile. È una vergogna che il cielo, in certi momenti, sia com’era il cielo in quel giorno, in quel momento. Ciò che mi faceva correre per la schiena un brivido di paura e di schifo, non erano quei piccoli schiavi appoggiati al muro della Cappella Vecchia, né quelle donne dal viso scarno vizzo incrostato di belletto, né quei soldati marocchini dai neri occhi scintillanti, dalle lunghe dita ossute: ma il cielo, quel cielo azzurro e limpido sui tetti, sulle macerie delle case, sugli alberi verdi gonfi di uccelli. Era quell’alto cielo di seta cruda, di un azzurro freddo e lucido, dove il mare metteva un remoto e vago bagliore verde. Quel cielo delicato e crudele che sulla collina di Posillipo dolcemente incurvandosi si faceva rosso e tenero come la pelle di un bambino».

La Grazia, nelle opere di Malaparte, è delicata e crudele. Gli autori che celebra nel suo Journal sono autori delicati e crudeli. E i numerosi passaggi poetici, forti di questo libro, sono quelli in cui la Grazia non solo domina la frase, il sentimento, ma ammanta gli stessi protagonisti, sia che ci si ritrovi davanti a un paesaggio o nei ritratti delle persone, non sempre personalità, ma semplici persone incrociate sul proprio cammino.
È la grazia di un autore sconfitto che ritorna nella propria seconda patria sconfitta nel 1947. È a Parigi che sedici anni prima aveva scritto e pubblicato il suo rivoluzionario pamphlet Tecnica per un colpo di stato (Adelphi), opera che gli sarebbe costata l’arresto prima e il confino poi nell’Italia fascista. La Francia, Parigi è più di una seconda patria:

«Conosco l’Africa, l’Europa, l’Asia. In nessun paese al mondo mi sono mai sentito libero come in Francia. Che sia la natura, il cielo, la disposizione delle case? Che siano gli uomini, i francesi? Che sia l’acqua, il vino, il pane, l’aria, la luce, il colore della Francia? Che ne so? Fatto sta che mi sento libero, in Francia.»

Per tornare alla Grazia tutta francese e qualità imprescindibile degli uomini e le donne che abitano Parigi, vale la pena soffermarsi sul ritratto che Malaparte fa di Jean Cocteau:

«Non vedo rughe nella sua maschera grigia e pallida: ma qualcosa di argenteo, di impalpabile, di fremente come se avesse appena attraversato un bosco, e gli fossero rimaste sul viso delle impalpabili ragnatele.»

Disinganno, di Francesco Queirolo

Questa descrizione mi riporta nuovamente a Napoli – città che ricorre più volte nel journal parisien – e in particolare alla Cappella San Severo. Del gruppo scultoreo che comprende il famoso Cristo velato del Sanmartino, fanno parte anche due bellissime opere, la Pudicizia  realizzata nel 1752 dal veneto  Antonio Corradini, e il Disinganno di Queirolo, descritta come «L’ultima pruova ardita, a cui può la scultura in marmo azzardarsi » secondo Giangiuseppe Origlia Nell’Istoria dello Studio di Napoli (1753-54).

Pudicizia, di Antonio Corradini

Senza entrare nel merito dell’opera, nella sua storia, mi piace vedere in quell’uomo che squarcia la rete scolpita sulla pelle, lo stesso gesto evocato da Malaparte, in quel volto “gelido” – la somiglianza tra Cocteau e Keaton mi ha sempre impressionato – che appare ancora avvolto nelle maglie della tela, dei solchi lasciati sul volto all’uscita dal bosco. Gesto che mi pare tenti di fare lo stesso Malaparte rispetto alle fronde di liberatori e resistenti da una parte della storia e dall’altra i collabo. Malaparte trova un paese sicuramente disilluso, che se da una parte vorrebbe credere alla storia inventata della liberazione, dall’altra non riesce a tacere lo smacco della disfatta del proprio esercito di fronte alle armate naziste e soprattutto della lunga occupazione della Capitale. Ecco allora che la seconda scultura da me evocata aggiunge un tono a questa visione duplice della grazia, delicata e crudele. Crudele quando si confronta alla verità della sconfitta e del tradimento, e pudica nel ricordare a sé stessa la natura più profonda di un uomo e di una donna, quella che fa capo all’eleganza.

Due sono gli episodi raccontati nel journal e che mi hanno particolarmente colpito. Il primo in cui Malaparte racconta di un teatro messo in scena nei giardini accanto a Place de la Concorde da un anziano e da un bambino, entrambi ciechi:  

« “Mi piace molto il Cyrano” dice il bambino.
“Taci” dice l’uomo.
I due guardano fisso davanti a sé, seguono con lo sguardo lo spettacolo sulla scena invisibile. Di tanto in tanto il bambino applaude, pazzo di gioia.
“Ah, come recita bene!” dice l’uomo.
D’improvviso comincia a piovere.»

E ancora di più in un secondo passaggio quando racconta dell’incontro casuale con una signora già anziana e che lui ha il torto di non avere ricordato essere stata una donna da lui amata molto meno di quanto non l’avesse amato lei:

«È bruna, con i capelli argentati sulle tempie. Il suo volto è bello, ma solcato da rughe. La bocca è stanca, cadente. La fronte rivela la sua età. La guardo, cercando di scoprire dove ho già visto quel volto.»

È lei a farglielo capire mostrando quanto l’appartamento in cui si trovano le ricordasse quell’altro abitato dallo scrittore:

« “L’ho molto amata  mi dice sottovoce.”
La guardo, il suo volto non mi dice nulla.
“Lei è stato crudele con me,” mi dice sottovoce “mi ha presto dimenticata. Il suo amore non è durato un mese. Ho molto sofferto quando ho letto che lei era in prigione. Perché non ha risposto alle mie lettere?”
Non avevo mai ricevuto quelle lettere. I prigionieri non ricevevano lettere, soprattutto quelle provenienti dall’estero
Le prendo la mano, sento che trema.»

E innumerevoli sono le scene, gli incontri tra amici e non più amici, in cui come lettore ti senti davvero presente, testimone di quanto sta succedendo, di volti dimessi, guance arrossate dall’imbarazzo. Come non ravvisare nello stesso Malaparte una forma di pudicizia, velata rassegnazione morale quando si sente rifiutato, quasi dileggiato da Albert Camus, che lo accusa apertamente di collaborazionismo. Malaparte incassa il colpo senza rinunciare a preferire l’autore de L’étranger a Sartre e compagnia.

Il journal ci mostra tantissimi aspetti dell’autore che non necessariamente conoscevamo, come il suo abbaiare alla luna la notte dalle camere degli alberghi o la particolare avversione ai borghesi che scimmiottano i proletari.
Però più di tutto e di tutti è ancora quel cielo, unico che a Parigi senti prima ancora di vedere come un profumo che contenga colori mai visti, un cielo pieno di Grazia.

«È la sola gentilezza rimasta in Europa, ormai, la gentilezza del popolo parigino della Rive Gauche, la gentilezza e la dolcezza di queste voci dolci, e delle foglie nuove. Un cielo un po’ increspato laggiù, verso la cupola degli Invalides, verso quel dolce ondeggiare nel cielo. No, non è il cielo di Utrillo, né di Apollinaire, né di Baudelaire, né di Verlaine, non è quel cielo, è un altro cielo, senza tristezza, senza rimorsi, senza amore, persino.
Un cielo di una gentilezza che non conosce né l’amore, né i sentimenti tristi, e neppure la gioia un po’ vagabonda di questi poeti, di questi pittori.»

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