22.03.2026

La cura del cane e altri rimedi

Il nuovo libro di Silvia Bortoli è una storia di iniziazione alla vita canina, ma anche di salvezza

«E se prendessimo un cane? ho chiesto al Principe.
Non mi ha risposto, ma non mi è sembrato nemmeno contrario».

Silvia Bortoli, Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto

I primi due anni di vita di un cane, lo sa bene chi convive o ha convissuto con i cani, sono i più faticosi: prima il cane è un cucciolo, e i cuccioli, che siano d’animale o d’uomo, hanno bisogno di attenzioni continue; e quando il cane cresce e ci appare più autonomo, o forse addirittura coscienzioso, si trasforma a tradimento in un adolescente ribelle. Se poi il cane in questione è un Jack Russell, tra i più giocherelloni della sua razza, quella indomita dei Terrier, e non solo della sua razza, non pensino i suoi proprietari di poter appendere la pallina al chiodo. E nemmeno di abbassare la guardia. Mai!

Così Silvia, la protagonista di Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto, nuovo libro di Silvia Bortoli per Quodlibet (2025), si ritrova le giornate prima squadernate e infine rigorosamente scandite dall’arrivo di un cane che peraltro è lei stessa ad aver deciso di portare a casa, come se prendersi cura del marito affetto da Alzheimer – nel testo il Principe – non fosse già abbastanza complicato e doloroso: «Aveva ragione Ludmila, non dovevo far entrare in famiglia un bambino che non crescerà mai, non posso permettermelo».

Il cane, il più timido e insicuro della cucciolata, secondo la descrizione dell’allevatore, si rivelerà subito per quello che è: un terrier, ovvero un terremoto, un mix di simpatia e testardaggine. E a scanso di equivoci Silvia gli cambia pure il nome da Pippo a Jack: «Jack, il Jack Russel», a ribadirne la natura.

Dal primo istante in cui entra in casa, la vita di Silvia viene sconvolta: è una vera e propria iniziazione alla vita canina con tutta la sua imperscrutabile psicologia, all’area dei cani con le sue regole segrete e ai proprietari dei cani che preferiscono farsi chiamare genitori di cani, ai passanti che si fermano per complimentarsi con il piccolo Jack ma pure dispensano consigli non richiesti su come affrontare le sue resistenze e paure, alle “canare” di turno sempre pronte a intervenire in difesa degli animali. E in men che non si dica sarà il piccolo cane a dettare i tempi, dalla sveglia del mattino al riposo serale. La stessa architettura del libro segue la scansione temporale: dopo il prologo il testo è diviso in primo e secondo anno del cane, separati da un breve e necessario intermezzo, e ogni anno è a sua volta suddiviso in mesi. Ogni tanto nel testo compare anche un annuncio in corsivo in cui si scatena la volontà da parte della proprietaria/mamma, comprensibilmente stremata, di sbarazzarsi del cucciolo. Ma è solo un gioco, anzi un esorcismo: il cane resta, eccome, Bortoli ce l’ha promesso sin dal titolo.

«Cedesi cane parlante, affettuoso, avido mangiatore
di probiotici, moderato distributore di peli, poco vocale.
Cedesi cane cuor di leone.
»

Come si vede già dagli annunci, in cui vero e falso convivono spiritosamente, il tono scelto dall’io narrante per raccontare le avventure di Jack, è sempre ironico, a tratti comico: «Questo cretino di un Terrier, gli avevo tolto il guinzaglio senza accorgermi che c’era un grosso Amstaff maschio al guinzaglio, e lui che cosa ha pensato bene di fare? Di corrergli incontro tutto scodinzolante. L’ho acchiappato appena in tempo».

Se dovessi scegliere una colonna sonora per accompagnare il libro di Bortoli sarei indecisa tra la canzoncina Poor little Jack suggerita ad un certo punto nel testo dalla stessa autrice e quella di Giorgio Gaber ispirata da Snoopy di Schultz, che racconta appunto di «storia di piccolo cane» alle prese con il temibile Barone Rosso. Se infatti il cane protagonista del libro è una povera vittima incompresa degli umani, dall’altra come Snoopy ha la capacità di trasformare qualsiasi evento in un’avventura, qualsiasi oggetto, persino un vasetto di yogurt, in nemico acerrimo.

Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto è un libro divertentissimo, eppure oltre a raccontare con leggerezza e ironia come si costruisce una relazione con un cane, e di quale amore, rispetto, fedeltà sia fatta questa relazione, l’autrice ci parla anche di malattia, sofferenza, morte. Lo fa in punta di piedi, disseminando poche ed essenziali informazioni nel testo, o piccoli dettagli che nel bel mezzo di una descrizione esilarante ci riportano alla dura realtà di una malattia spaesante per chi la subisce, ma anche per chi ne assiste la parabola:

«Ha sventrato per la seconda volta il cuscino della cuccia ed è rimasto a scodinzolare aspettando che lo lodassi, poi ci ha fatto la pipì dentro e si è preso due scappellotti e non ha capito perché, inoltre crede che la traversina sia un quadrato intorno a cui fare la pipì perché coli bene sotto e intorno, ma assolutamente MAI al centro. E poi teme il traffico, ringhia alle biciclette, va in ansia di fronte ai passeggini, vorrebbe suicidarsi se passa una moto o un camion. Ma, a parte questo, è adorabile. Il Principe ha raccolto una cacca di Jack dal tappeto, gli è sembrata fuori posto, e l’ha posata sul ripiano della libreria. Per fortuna era solida, asciutta, compatta, poteva sembrare un bastoncino».

Ma è sulla figura di chi si prende cura di una persona malata, in questo caso la stessa Silvia, che l’autrice si sofferma più volte, colpendo direttamente nel segno:

«Il veterinario è esigente a tutela della salute del cane, il neurologo è esigente a tutela della salute di E., voglio un silviologo che sia esigente a tutela della mia salute».

E allora di cosa parla questo libro? Parla del cane, senza dubbio, ma parla anche di vita e di morte. Il libro di Bortoli si inserisce a pieno titolo in una tradizione letteraria, che ha indagato la relazione con il cane, da Virginia Woolf a Elizabeth von Arnim, senza dimenticare l’imperdibile Marie Bonaparte di Topsy. Le ragioni dell’amore, e che negli ultimi anni in Italia ha visto alcuni interessanti e raffinate pubblicazioni: Nella notte il cane di Fabrizio Coscia (Editoriale scientifica, 2021), Autobiografia dei miei cani di Sandra Petrignani (Feltrinelli, collana Gramma, 2024)  e Dries, I giorni del pensiero cagnolino (Luca Sossella Editore, 2025).

Con apparente semplicità – frutto invece di un controllo ricercato della lingua e della stessa dispositio – il libro se da una parte si presenta come una sorta di diario dall’altra è un libro di frammenti che a tratti assumono la precisione e l’intensità della scrittura aforistica: 

«Ufficialmente la demenza è sempre lieve. Resterà lieve per un pezzo, ma il vero significato della parola «lieve» mi diventa sempre più oscuro».

È Bortoli stessa verso la fine del libro a riflettere un momento sul suo pensare e scrivere per appunti, a cui aggiunge con un paragone con la musica classica l’importanza di arrivare sia all’ascoltatore ingenuo sia a quello colto. E la letteratura? La letteratura ancora una volta dimostra la sua capacità di impastare la vita, non solo trasformando il Principe, Piccolo Faber, Adorata Mammina, Jack, e Silvia stessa in veri e propri personaggi, ma consentendo ai lettori di entrare in quelle vite e farle proprie, o quantomeno sentirle vicine, familiari.

Immagine di copertina: Francis Barraud, La voce del padrone (1899), Public domain, via Wikimedia Commons

"Francis Barraud, Public domain, via Wikimedia Commons"
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