14.01.2026

Joyce e le lettere a Nora. Fra eros e immortalità

"Semplice", musa e oggetto del desiderio: sesso ed esilio nella corrispondenza fra James Joyce e sua moglie Nora

Una coppia moderna nella sua complessità, e complessa nella sua modernità, fin dalla gioventù.
Lui, originario dei quartieri settentrionali di Dublino – la seconda città dell’impero britannico – educato dai gesuiti e laureato in lingue; lei, nata a Galway, nella provincia dell’Irlanda occidentale, educata in convento e poi impiegata come cameriera al Finn’s Hotel di Dublino. Entrambi destinati all’autoesilio da un’Irlanda intrappolata nelle sue stesse involuzioni sociali, religiose e politiche, in cerca di “sfortuna” (per usare le parole di Dedalus) lontano dal tetto familiare, verso l’Europa.

Di Joyce hanno parlato in tanti in passato e mai quanto oggi: conviene allora tornare alle sue parole, tratte da queste lettere, in cui si definisce «un povero poeta, impulsivo, peccatore, generoso, egoista, geloso, insoddisfatto, gentile», ma non «una persona cattiva e disonesta», semmai «troppo geloso, troppo orgoglioso, troppo triste, troppo solitario!». 

E lei? Un mistero. Disponendo di poche sue lettere – e pochissime edite – la si fa parlare in absentia, per interposte testimonianze (spesso ambigue o scarsamente verificate, se non addirittura romanzate), fra cui la sorprendentemente corposa – considerate le esigue fonti disponibili – biografia di Brenda Maddox. Laddove langue l’informazione, prolifera l’insinuazione: Nora la vittima, l’innamorata, l’ingenua, la ribelle, l’ignorante, l’emancipata, la sacrificata…
In che modo, allora, questa raccolta epistolare Le lettere a Nora (Alter Ego 2024) può aiutare noi a capirli e poté aiutare loro a capirsi? La risposta è complessa come complessa era la coppia stessa.

Nora considerava complesse le lettere di James; a volte non le comprendeva: «Sono rimasta a leggere le tue lettere tutto il giorno visto che non avevo nient’altro da fare ho letto quella lunga lettera più e più volte ma non riuscivo a capirla penso che te la porterò domani sera – e forse potresti farmela capire». Che fosse un legame moderno è evidente già fra gli inciampi del linguaggio: attraverso il linguaggio non si comprendevano le coppie di allora, anzi si fraintendevano, così come accade in quelle di oggi. Eppure, fra le trappole comunicative, furono proprio questi scambi epistolari a tenere insieme non solo la coppia, ma anche la vita e l’arte di James Joyce. Le vicissitudini del loro rapporto (incontri, attrazioni, gelosie) si trasferivano via via dalla vita reale alle lettere e, di conseguenza, dalle lettere alle opere, disseminate di riferimenti più o meno riposti a Nora (primo fra tutti Molly Bloom). Furono proprio le lettere – e le incomprensioni che vi occorsero – ad avvicinarli nella vita: «Non è attraverso queste [lettere] che ci siamo avvicinati così tanto l’un l’altra?». Sosteneva un altro grande artista dublinese, Oscar Wilde, che fosse «l’opera a ispirare la vita» e non il contrario.

Il loro primo incontro avvenne per caso nelle strade di Dublino. «Devo essere cieco. Ho guardato a lungo una testa dai capelli bruno-rossicci e ho dedotto che non era la tua. Sono andato a casa alquanto abbattuto. Vorrei fissare un appuntamento ma potrebbe non andarti bene. Spero sarai tanto gentile da fissarne uno con me – se non mi hai dimenticato!». Sono le parole che Joyce scrisse il 15 giugno 1904, il giorno prima del Bloomsday, a colei che, rendendogli possibile non solo l’amore ma anche l’esilio, sarebbe diventata la sua epifania più significativa. Di allontanamenti lei ne aveva già vissuti alcuni quando si conobbero: a cinque anni lasciò la casa dei genitori, troppo affollata, per vivere con la nonna; poi lasciò Galway neanche ventenne, per sottrarsi a uno zio violento, dopo che il padre alcolista era stato mandato via di casa. Poi a Dublino incontrò casualmente James, il cui primo tentativo di fuga verso Parigi era fallito. Lui sapeva di dover partire definitivamente ed era pronto a farlo, eppure ciò non bastava: gli era necessaria una complicità che scatenasse l’impresa. In questo senso Nora fu epifanica: non solo per la sua pulsionalità, la sua spudoratezza, la sua espressività non erudita, il suo accento di Galway che richiamava toni del gaelico sepolto – una lingua che lo stesso Joyce ignorava, ma perché Nora lo rese uomo nel sesso e nella fuga.

Tutto cominciò con Dublino, punto di partenza per loro al tempo e per noi oggi. Joyce aveva trovato in Nora l’anima che finalmente lo avrebbe compreso, dopo essersi sempre sentito estraneo nella propria città: «Mi sono sentito (come mi sento sempre) uno straniero nel mio Paese. Eppure se tu fossi stata accanto a me avrei potuto dirti all’orecchio l’odio e il disprezzo che sentivo bruciare nel mio cuore. Forse mi avresti rimproverato ma mi avresti anche capito (…) Detesto l’Irlanda e gli irlandesi. Loro stessi mi fissano per strada sebbene io sia nato in mezzo a loro. Forse hanno letto il mio odio nei miei occhi. (…) Non mi fa bene venire qui o restare qui. Forse se tu fossi con me non soffrirei così tanto». Tutto continuò abbandonando Dublino, estromettendo la città anche dalla coppia stessa. Lacanianamente, quel vuoto in cui si colloca la causa del desiderio per loro fu la mancata Irlanda, mai colmabile, sempre presente/assente. L’esilio rese il legame indissolubile nella sua perenne insoddisfazione. Restando a Dublino nulla sarebbe stato attuabile: né la storia d’amore fra i due, né l’opera di lui. Disinnescando Dublino – lasciandola come vuoto inesploso fra loro – tutto divenne possibile, certamente non senza ostacoli; come nell’amata Trieste, dove vissero a lungo prima di stabilirsi a Parigi: «La nostra bella Trieste! (…) Vorrei vedere le luci scintillare lungo la riva mentre il treno passa per Miramare. Dopotutto, Nora, è la città che ci ha ospitato». Nella città ancora austro-ungarica nei primi del ‘900, Nora veniva criticata per il suo abbigliamento inadeguato e al contempo si ritrovò ad affrontare le minacce di sfratto e la convivenza allargata con il fratello e le sorelle di James. Lui invece faticava a procurarsi denaro, soffriva di problemi di salute e alcolismo, si sentiva sminuito come scrittore e poco valorizzato da Nora: «Sono una persona difficile da sopportare ma non ho alcuna intenzione di cambiare. Nora non sembra fare grande differenza tra me e gli altri uomini», confessò nel 1905 alla zia Josephine.

Erano anime diverse, Nora e James, accomunate però dal trascendere ogni appartenenza attraverso l’individualità. Joyce amava l’anima semplice di Nora, lo ripeté più volte nelle lettere: «La tua anima mi sembra l’anima più bella e semplice del mondo», «Sii felice, mia Nora dal cuore semplice», «Ho un’enorme fiducia nel potere di un’anima semplice e onorevole. Tu lo sei, vero, Nora?». In una cartolina del 1904 cita la poesia Down by the Salley Gardens di Yeats: «She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree / Lei mi invitò a prendere l’amore semplicemente, come le foglie che crescono sull’albero». Ma non era una semplicità solamente da contemplare quanto da plasmare affinché «l’anima dell’amata fosse tutta una lenta e penosa creazione della sua» (come affermerà nella conferenza del 1912 a Trieste su William Blake). Difatti nella corrispondenza del 1909 le scriveva: «Per favore obbediscimi nelle piccole cose che ti chiedo di fare. Prima di tutto, di mangiare più che puoi in modo da poter diventare più simile a una donna che alla cara ragazzina snella e semplice dall’aspetto goffo che sei», «Non mi stancherò mai di te, carissima, se solo sarai un po’ più educata», «Ti ho insegnato quasi a estasiarti nel sentire la mia voce che canta o mormora alla tua anima la passione e il dolore e il mistero della vita». 

Impossibile non notare una decisa possessività dietro le attenzioni di James per l’anima di Nora. La gelosia è uno dei fili conduttori di tutta l’opera di Joyce e, di certo, di tutta la vita. È evidente nei carteggi dell’estate del 1909, sospettando che l’avesse tradito con un suo vecchio amico dello University College, Vincent Cosgrave. Per non parlare degli spietati interrogatori sugli amanti passati di Nora :«Ti ha messo la mano o le mani sotto le tue gonne, ti ha solo fatto il solletico da fuori o ti ha infilato il dito o le dita? (…) Ti ha chiesto di toccarlo e tu l’hai fatto? Se non l’hai toccato ti è venuto addosso e tu l’hai sentito?». James era ben consapevole delle proprie ossessioni, dichiarando apertamente: «Ti chiedo, mia cara, di essere paziente con me. Sono assurdamente geloso del passato». Fu anche la gelosia ad aver innescato le celebri “lettere oscene” di questa corrispondenza che il filosofo Slavoj Žižek, da acuto lettore, interpreta come «reciproca accettazione attraverso la volgarità dei corpi». Per riferirci alle accezioni di Jacques Lacan, il quale aveva studiato Joyce tanto a fondo da farne la propria guida, Nora serrava James come un guanto nell’aprirsi alla corrispondenza erotica. Il godimento per Nora derivava dall’accostamento all’altro, non per coincidenza (proprio come la non sovrapponibilità per simmetria dei guanti), ma per rovesciamento del guanto stesso; mentre per Joyce era invece l’accostamento delle forme (maschile e femminile) a generarlo. Il rapporto sessuale si fa non-equivalente e dissimmetrico: «Il tuo guanto mi è stato disteso a fianco tutta la notte – sbottonato – pur tuttavia si è comportato proprio come si deve – come Nora», «Spero che tu abbia ricevuto senza problemi il mio piccolo regalo con i guanti. (…) sono foderati con la loro stessa pelle, semplicemente rovesciata e dovrebbero essere caldi, caldi quasi come certe regioni del tuo corpo». Nora rappresentava ogni forma di causa di desiderio da un estremo all’altro: «Un momento ti vedo come una vergine o una Madonna, un momento dopo ti vedo svergognata, insolente, seminuda e oscena!», ma questo valeva anche per lui a momenti invertiti: «Tutto quello che ho scritto sopra è solo qualche momento di brutale follia. L’ultima goccia di seme è appena stata spruzzata nella tua fica prima che finissimo e il mio vero amore per te, l’amore dei miei versi, l’amore dei miei occhi per i tuoi strani occhi seducenti, viene a soffiare sulla mia anima come un vento di spezie. (…) Nora, mia fedele cara, mia cattiva scolaretta dagli occhi dolci, sii la mia puttana, la mia padrona, tanto quanto vorrai (mia piccola padrona segatrice! Mia piccola puttana scopatrice!) sei sempre il mio bel fiore selvatico delle siepi, il mio fiore blu scuro intriso di pioggia». 

Malgrado le incompatibilità, le difficoltà, i contrasti della vita di coppia, dal ciclo delle lettere oscene del dicembre 1909 sembrerebbe che nonostante tutto, e ormai assieme da 5 anni, fosse proprio sessualmente che la coppia andasse d’amore e d’accordo. Accondiscendendo a farsi oggetto del suo godimento, Nora diventava destinataria e co-protagonista delle sue fantasie oscene che la confinavano in un posto deciso da lui e a cui lei diceva sempre sì: «Scopami, tesoro, in tutte le nuove posizioni che la tua lussuria suggerirà. Scopami vestita come per uscire con il cappello e il velo addosso, il viso arrossato dal freddo, dal vento e dalla pioggia e i tuoi stivali infangati, o a cavalcioni sulle mie gambe mentre io sono seduto su una sedia e cavalcandomi su e giù con i pizzi delle tue mutande in mostra e il mio cazzo ficcato su per la tua fica o montandomi sullo schienale del divano». Riferendoci ancora a Lacan, il rapporto sessuale e il godimento non portano mai alla soddisfazione bensì a una ricerca ripetitiva verso una pienezza irrealizzabile, una ricerca di unione oltre la distanza fra il soggetto e l’oggetto perduto che non potranno mai più ricongiungersi. L’amore ci apre alla relazione con l’altro laddove il godimento ce ne separa; mentre sul piano del desiderio ci si può offrire alla presenza del rapporto, sul piano del godimento il rapporto non sussiste. Si resta appunto in esilio: l’amore fa tendere verso quell’uno che il godimento mantiene separato, può far ritrovare l’altro al di là del livello del godimento in seno al quale non lo si potrebbe trovare davvero. Si tratta di riscoprirsi non solo come soggetti alla ricerca della soddisfazione, ma come desideranti e aperti all’incontro con l’alterità.

Eppure Nora in quella stessa Trieste, all’amato uomo inaffidabile, alcolista, malato, scialacquatore, frequentatore di bordelli, amante delle sue studentesse, ossessionato dal suo lavoro e dal suo genio, avrebbe dato anche due figli. C’era spazio per loro in quella famiglia a patto che l’amore per i figli non rimpiazzasse il sentimento fra madre e padre, così come lui la ammonì: «I nostri bambini – per quanto io li ami – non devono mettersi fra noi». Ma se Joyce non fece mai di Nora l’oggetto causa del suo desiderio, tanto meno fece di se stesso il padre dei propri figli, (Giorgio e Lucia), i bambini a cui volente o nolente – come ogni padre, non per sforzo di volontà, bensì per incarnazione del desiderio – avrebbe dovuto destinare le proprie cure paterne. Joyce al contrario si fece figlio a sua volta: «Il mio corpo presto penetrerà nel tuo, oh anche la mia anima potrebbe! Oh potessi annidarmi nel tuo grembo come un bimbo nato dalla tua carne e dal tuo sangue, nutrirmi dal tuo sangue, dormire nella calda oscurità segreta del tuo corpo!». Mentre il figlio Giorgio faceva sentire Nora più completa nell’instabile e inaffidabile storia d’amore con James, non accadde lo stesso con Lucia, con cui aveva invece un rapporto conflittuale e irrisolto, tanto che la giovane, soffrendo di forti disagi psichici, fu infine isolata in un ospedale psichiatrico, dove sempre sola successivamente morì. Proprio lei che avrebbe invece voluto completarsi col padre – obiettivo irrealizzabile – che la amava molto, pur non sapendo come curarla o farla curare.

In Joyce è l’opera a essere padre, madre e figlio. La gestazione per Joyce era quella del processo di rinascita artistica dell’anima, rifacendosi giovane come il ritratto dell’artista che Dedalus eredita dal Dorian Grey di Wilde e si propone di incarnare. Il XIV episodio di Ulysses, ambientato in un ospedale, realizza tale gestazione in chiave filologico-letteraria cosicché nel XV episodio il protagonista Leopold Bloom possa partorire: «O, I so want to be a mother». L’artista rinasce attraverso la maternità, quella “great sweet mother” dei versi di Swinburne che incontriamo nel primo episodio di Ulysses; in sostanza è proprio attraverso le generazioni che si può raggiungere l’immortalità. Assieme a una copia manoscritta di Chamber Music, il suo primo libro di poesie, Joyce inviò a Nora questo messaggio: «Forse questo libro che ti mando adesso sopravviverà sia a te che a me. Forse le dita di un giovane uomo di una giovane donna (i figli dei nostri figli) possono girare con riverenza le sue pagine di pergamena quando i due amanti le cui iniziali sono intrecciate sulla copertina saranno da tempo scomparsi dalla Terra. Nulla rimarrà allora, carissima, dei nostri poveri corpi umani passionali e chissà dove saranno allora le anime che si guardarono con i loro occhi».

Nulla rimarrà se non le parole scritte e queste lettere che li fecero incontrare e plasmarono le loro anime.



[Le citazioni della corrispondenza epistolare sono tratte dal volume “Le lettere a Nora” di James Joyce, a cura di Andrea Carloni, Alter Ego Edizioni 2024]

Foto in copertina: da liguriaday.it

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