«Divento io nel tu; diventando io dico tu. Ogni vita reale è incontro». Così scrisse in L’io e il tu il filosofo austriaco Martin Buber. Il nostro essere io non è altro che dato dall’insieme delle relazioni che nel tempo instauriamo con gli altri: le loro storie e le loro memorie cominciano a diventare parte della nostra esistenza, ci arricchiscono e ci insegnano come affrontare le difficoltà. L’occhio dell’altro ci permette, quindi, di esistere, e una volta percepiti la nostra esistenza è garantita nel passato e nel futuro. Che cosa resta, però, di noi quando il mondo che ci ha generati scompare? Quando una città viene sommersa, una famiglia dispersa, una lingua trasformata in reliquia e la storia stessa diventa un archivio incompleto? Attorno a queste domande ruota Il libro dei ricordi di Madeleine Thien (66thand2nd, 2026), che usa la frase di Martin Buber come citazione in esergo. Attraverso l’elemento fantastico e la fusione fra realtà e finzione letteraria, il romanzo creato da Thien ragiona sul modo in cui il passato continua a vivere dentro il presente grazie alla forza della scrittura e della memoria che gli dà forme nuove nel momento in cui viene negato, censurato, dimenticato o semplicemente perduto.

Il libro dei ricordi ha per protagonista Lina, una bambina che a causa delle inondazioni scappa con il padre, ingegnere governativo incaricato di gestire le strutture del cyberspazio, da Foshan, villaggio cinese nei pressi del Delta del Fiume delle Perle, in un luogo chiamato il Mare, un’enclave sospesa tra geografia e metafisica dove il Mare Cinese Meridionale e il Mar Baltico si incontrano. È uno spazio di transito per rifugiati, esuli e sopravvissuti, ma soprattutto è un luogo costruito dal tempo e dalla memoria. «Gli edifici del Mare sono fatti di tempo», dice il padre a Lina: la bambina impara a conoscere le storie di rifugiati come la filosofa tedesca Blucher, il poeta cinese Giove e l’erudito ebreo Bento, ma allo stesso tempo, grazie a quei pochi volumi delle Grandi vite dei viaggiatori che lei e il padre si sono portati dietro durante la fuga, impara a preservare la memoria di chi prima di lei è scappato in cerca di condizioni di vita migliori, ma anche di chi non è riuscito a salvarsi, come la madre, il fratello Wei e la zia Oh, vittime di un mondo che cambia e un tempo che scorre e porta tutto via con sé come un fiume in piena. Lina fa esercizio della memoria e della scrittura grazie alle storie di persone e intellettuali realmente esistiti come Hannah Arendt, Baruch Spinoza e Du Fu, le cui storie si fondono con quelle dei protagonisti di questo libro dando universalità alla condizione del rifugiato da un lato e del potere catartico della memoria e della scrittura dall’altro.
Nel precedente romanzo dell’autrice sino-canadese, Non dite che non abbiamo detto niente (66thand2nd, 2017), un elemento fa da filo conduttore alle vicende delle protagoniste Marie, una ragazza di origine cinese residente a Vancouver, ed Ai-Ming, rifugiata cinese in fuga dopo i fatti di piazza Tienammen: una serie di taccuini noti come Il libro dei ricordi, lasciati a Marie dal padre, morto suicida a Hong Kong in circostanze misteriose e di cui poi si scoprirà il legame con la storia del padre di Ai-Ming. Il libro dei ricordi legato ad Ai-Ming e Marie è totalmente incentrato sul contesto storico cinese e sul legame fra la famiglia delle due ragazze. Quello del romanzo omonimo, invece, non è altro che la storia che stiamo leggendo, che leggiamo, però, in fieri, in quanto si tratta di una storia soggetta a manipolazione. Entrambi i libri dei ricordi fondono passato, presente e futuro in un continuo alternarsi, che rende la storia raccontata universale nel tempo. Il passo che compie in più la storia di Lina è, invece, l’universalità nello spazio: la condizione del rifugiato non riguarda, infatti, soltanto la Cina, ma anche il resto del mondo. Il romanzo suggerisce così che la storia umana non proceda in linea retta ma per ritorni, risonanze, ricorrenze. Gli stessi drammi assumono volti diversi nei secoli: cambiano i regimi, le tecnologie, le frontiere, ma resta l’esperienza dello sradicamento.

Per comprendere al meglio la storia di Lina, suo padre e tutti i rifugiati – fittizi e reali –, bisogna prima di tutto concentrarsi sulla struttura del Mare. Questo luogo, dal sapore fantastico, ci viene descritto come un labirinto borgesiano in cui perdersi per ritornare sempre al punto di partenza, dove si fondono storie passate e presenti, infinite storie che plasmano e riplasmano la storia dell’umanità. Questa struttura è ispirata, come scrive l’autrice nelle note in appendice, al Cheonhado coreano, la Mappa di tutto sotto il cielo custodita alla New York Public Library che Thien descrive così:
«In questa carta geografica circolare coreana, i nomi dei luoghi nel continente interno, presi dalla storia, sono considerati come noti e reali; i nomi dei luoghi nel continente esterno, tratti da miti e leggende, sono considerati ignoti e inventati; tutto l’insieme è circondato da un mare esterno senza nome, su cui non compare nessun nome. Il Libro dei ricordi, sebbene legato alla storia, si sofferma su momenti per i quali le certezze biografiche sul conto di Du Fu, di Spinoza e di Arendt sono inesistenti, insufficienti o labili. In questo modo ho voluto esplorare non solo le vite dei singoli ma i tempi, l’assenza di tempi, l’assenza di nomi».
Il Mare è una struttura che ospita persone da tutto il mondo e da tutte le epoche che nell’incontro si lasciano il passato alle spalle e si scambiano storie fino a unirle in un’unica grande storia, ovvero quella dell’umanità, che permette loro di continuare a vivere nella memoria delle generazioni future che, grazie al loro sacrificio e al loro dolore, possono vivere il futuro. Fin dall’inizio, infatti, Lina ci racconta come i rifugiati che andavano e venivano al Mare inventassero storie epiche di fuga ed evasione con la speranza di creare un punto di partenza verso un luogo dove rincontrarsi e riconoscersi. La cosa interessante è come anche suo padre abbia inventato delle storie a partire dai libri delle Grandi vite dei viaggiatori come modo per intrattenere la figlia e, in un certo senso, mantenerla viva e speranzosa nei confronti del futuro:
«Aveva inventato cose e in tal modo aveva rallentato il tempo, assicurandosi che per quanto a lungo durasse il nostro viaggio non saremmo mai rimasti senza una storia, fedele o imprecisa che fosse».
Da qui prende piede la riflessione di Madeleine Thien sul senso di raccontare e ricordare, che ricorda l’opera di un altro grande scrittore che ha affrontato il tema della memoria e della fuga: W.G. Sebald, per il quale la scrittura non è altro che un innesto che mantiene viva la memoria attraverso l’immaginazione per rendere vive nel tempo le storie di chi ha perso la propria identità e la propria vita a causa della forza dirompente della Storia. Sempre per l’autore di Wertach, la scrittura prende la forma del ricordo, la razionalità discorsiva che permette al perturbamento della memoria di esprimersi e sottrarre, quindi, le vite del passato all’oblio della Storia. Questa idea della scrittura come innesto ci viene proposta subito attraverso le parole di Blucher quando discute con Lina della storia di Hannah Arendt e sull’impossibilità di ricordare tutta la sua storia anche in età avanzata:
«“Impossibile” disse lei, quasi arrabbiata. “Non lo farai. L’unico modo di ricordare davvero è dimenticare tutto e lasciare che sia il tempo a riempire quel racconto. A raggiungerlo passando da una diversa entrata. Le cose devono dimorare nei viventi, per non scomparire dal mondo e cessare di esistere. Se le cose sopravvivono, non è mediante il pensiero astratto ma nelle realtà che hanno suscitato quei pensieri”».
Sempre parlando con Blucher, Lina capisce come la memoria sia sempre soggetta a cambiamenti, soprattutto perché a cambiare è il mondo a cui Lina si deve rivolgere per raccontare certe storie. Le storie si devono adattare allo scorrere del tempo e «l’immaginazione è un modo per trovare il posto nel mondo che emerge tra una persona e l’altra». Per questo motivo a un certo punto nel romanzo il padre di Lina dirà che «il modo più etico di predire il futuro è inventarlo»: il futuro non è altro che il risultato della somma di eventi passati e presenti, è il mondo che emerge fra la persona che ha esperito la condizione di rifugiato e quella che vive in un presente da cui ancora non è fuggito, un po’ come Ai-Ming e Marie in Non dite che non abbiamo detto niente. Il presente si trova infatti a ereditare storie che in realtà non sono intese per sé, ma deve prendersene comunque cura in quanto «le nostre vite sono la redenzione del passato. E le generazioni future verranno a maturità nella forma che noi ci siamo lasciati dietro». La memoria dà riscatto e giustizia a chi non c’è più, e le generazioni future creano un mondo più etico e armonioso a partire dalla memoria di chi, col proprio sacrificio e dolore, ha reso possibile il futuro.
Con Il libro dei ricordi, Madeleine Thien si conferma ancora una volta un’abile narratrice e custode della memoria. Mescolando passato e presente, finzione e realtà, l’autrice sino-canadese riesce a rendere la condizione del rifugiato una condizione universale, che accomuna chi fugge a chi resta e a chi verrà dopo di noi. L’umanità ha quindi il compito di preservare attraverso la narrazione la memoria del passato, per creare e garantire un futuro. Raccontare è un modo per salvare, generare, dare senso e orientare la vita contro la distruttività della Storia.
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In copertina Cheonhado coreano da leventhalmap.org