La lapide posta nel cimitero in cui riposa riporta il nome di Ernst Ahlgren, lo pseudonimo che Victoria Benedictsson utilizzò per pubblicare romanzi e racconti sul finire dell’Ottocento, in una società, quella scandinava, che stava perdendo i suoi punti fermi, uno su tutti la fede religiosa. Ne stava nascendo un profondo dibattito nel quale si distinguevano gli scritti di Ibsen, Brandes e Strindberg, ma Victoria Benedictsson dalle profondità della Scania, in cui risiede, con i suoi scritti tenta di affrancarsi dal pensiero comune. Al centro temi scottanti come la libertà sessuale e l’autodeterminazione femminile, il corpo quale laboratorio in cui scoprire e appropriarsi di se stesse. In libreria con Il mio grande, bellissimo odio (Iperborea), Elisabeth Åsbrink ha scritto del profondo cambiamento che attraversa una donna e il suo paese in un momento di rottura e fragilità storica, ne parliamo nel corso di questa intervista.

Il mio grande, bellissimo odio, il titolo del suo libro, è una frase intima e allo stesso tempo secolare. In poche parole racchiude l’ebbrezza e il tormento di un sentimento di profondo cambiamento che agisce lungo il corso della vita di una donna e di quella del suo paese. La sua è una serie di scatti fotografici che mettono in movimento i soggetti inquadrati: Victoria Benedictsson, l’ambiente che la circonda, le persone che intrecciano la propria esistenza con la sua. Che cosa l’ha colpita, più di tutto, nel raccontare la sua storia?
Molte cose mi hanno sorpreso, sia a livello personale che politico. Una rivelazione è stata la franchezza riguardo a questioni intime e sessuali di quel periodo. Victoria Benedictsson viveva in una società in cui le donne, in Scandinavia (o nel resto del mondo) non godevano dei diritti umani e la morale degli anni Ottanta dell’Ottocento nei confronti della sessualità, soprattutto femminile, era repressiva. Ma Victoria – questa donna straordinaria – si unisce al movimento radicale che vuole che Dio sia escluso dalla vita sessuale e che gli individui siano liberi, alle stesse condizioni, indipendentemente dal fatto che siano donne o uomini. Così parlano di queste questioni intime: sesso tra coniugi, sesso tra non sposati, malattie sessualmente trasmissibili e masturbazione. Non avevo idea che un dibattito aperto in Scandinavia a quel tempo potesse affrontare questi argomenti. Ma naturalmente, i liberali come Victoria incontrarono anche una grande resistenza da parte della Chiesa e dei conservatori. Un’altra cosa che mi ha sorpreso è la meravigliosa leggerezza con cui Victoria e il suo amico Axel Lundegård si muovono tra le diverse concezioni di genere. Lei si definisce “fratello”, lui si riferisce a lei come a un ragazzo e scrive saggi con uno pseudonimo femminile. Lo adoro, e a volte è più moderno di quanto lo siamo oggi.
In terzo luogo, sono rimasta sorpresa da una parte della storia che non mi aspettavo, ovvero la trasformazione di un essere umano comune in un artista. Gli appunti privati di Victoria trattano spesso questo argomento: come trasformarsi in una persona creativa. Si rende conto che conoscenza, pratica e duro lavoro sono i fondamenti per diventare un’artista e di conseguenza, si mette all’opera. Qui ho riconosciuto il mio stesso processo creativo, e le mie paure! Perché non c’è un singolo artista che non abbia paura di fallire, ogni volta che si inizia un nuovo lavoro.
Le lettere e i diari di un’artista sono ciò che di più intimo ci possa raccontare qualcosa di loro, eppure leggerli postumi lascia sempre una sorta di imbarazzo, come spiare da un buco della serratura. Leggendo il suo libro, mi sono venute in mente diverse artiste i cui diari sono stati dati alle stampe dai propri familiari dopo la loro morte mettendo mano ai documenti, filtrandoli e dando, infine, una loro versione ai lettori. Victoria Benedictsson fa l’esatto opposto, lei scrive che diversi passaggi dei suoi diari sono stati scritti affinché venissero letti da persone terze, in qualche modo ha voluto lasciare lei stessa la versione di se stessa. Questo dettaglio quale aspetto del carattere di Victoria ci racconta?
Questo ci dice che è una persona estremamente ambiziosa, si potrebbe persino dire presuntuosa. Sa di avere del materiale esplosivo nei suoi quaderni, poiché si occupa di un uomo famoso (Georg Brandes), del desiderio e della collera femminile. Sa anche che questo non può essere pubblicato finché è in vita: ne sarebbe completamente sconvolta, così come suo marito (anche se sono separati) e i suoi figli. Quindi lascia tutto ad Axel Lundegård, un amico leale che lo pubblica un pezzo alla volta per i successivi trent’anni.
Questo ci dice che è molto consapevole dei limiti e delle restrizioni a cui deve sottostare, ma anche che ha una mente rivoluzionaria.
Il corpo di Victoria sembra essere uno spazio in cui inizia a conoscere l’evoluzione della vita di un essere umano: l’amore, la morte, lo smarrimento, l’eccitazione, lo sconvolgimento, la delusione, la perseveranza. Il suo corpo, un laboratorio in itinere, cresce attraverso un’educazione sentimentale mancata e rimediata sul campo con tutte le sue lacune e le sue incomprensioni. Le sue esperienze passano per il corpo e attraverso una frattura. Questo è un percorso che da scrittrice sente di condividere con lei?
È un’affermazione meravigliosa, e sono d’accordo. Come scrittrice, mi identifico completamente in questo: non si può essere bravi scrittori se la vita non passa attraverso tutti i sensi, e anche attraverso il dolore/la frattura, in un modo o nell’altro.
È qualcosa su cui ho riflettuto molto negli ultimi anni; nei miei scritti mi occupo principalmente di materiale storico perché sono costantemente curiosa di sapere «Come siamo arrivati qui, dove siamo oggi?». E leggendo gli storici, buoni e cattivi, hanno tutti qualcosa in comune. Ignorano uno degli impulsi e degli istinti più forti dell’essere umano: l’istinto corporeo, l’istinto sessuale. Questo è stato una forza trainante in molti dei cambiamenti storici più importanti della storia umana, tuttavia è sempre stato ignorato. Scrivere di Victoria Benedictsson mi ha dato l’opportunità di esplorare una fase importante della formazione dell’identità e delle caratteristiche scandinave, il modernismo, il secolarismo, l’individualismo e la libertà sessuale, attraverso la forza della sessualità. Si potrebbe dire che il desiderio di sesso libero e felice è una forza trainante quando Georg Brandes, Ibsen, Strindberg, Victoria Benedictsson e i loro amici uniscono le forze per cambiare la società.

«Per tutti questi secoli le donne hanno svolto la funzione di specchi, dotati della magica e deliziosa proprietà di riflettere la figura dell’uomo a grandezza doppia del naturale», è d’accordo con Virginia Woolf?
Assolutamente. Ma oggi, anche se viviamo in un sistema patriarcale, direi che non deve essere per forza così. Le donne possono scegliere di non rispecchiare gli uomini in quel modo, OPPURE possono scegliere di rispecchiare altre donne in modo positivo. Quando le donne non dipendono dagli uomini per i diritti legali, sociali o economici, sono loro stesse responsabili del cambiamento di questo particolare aspetto delle relazioni tra uomini e donne.
Victoria dice: «Posso parlare. A chi? Al mio altro io». La scrittura di Victoria Benedictsson è effettivamente una sala degli specchi, un luogo in cui dialoga con se stessa come nessuno è mai stato in grado di dialogare con lei oppure è una porta verso gli altri, verso coloro con cui condivide lo stesso linguaggio? In questo senso, qual è la portata della sua scrittura?
Credo che se si parla partendo dal profondo di sé, si comunicherà con il profondo degli altri, ed è così che si crea un vero scambio. Per diventare uno scrittore bisogna conoscere se stessi, come l’oracolo di Delfi aveva scritto sul muro, per scrivere partendo dal profondo. Credo che Victoria Benedictsson lo abbia capito istintivamente e quindi abbia parlato e scritto per esplorare questo profondo e raggiungere gli altri.
Il racconto Felicità, come scrive nel suo libro, ribalta il punto d’osservazione: non è felice la donna che si sposa, ma lo è quando si riappropria di se stessa, circondandosi di persone con le quali condivide la sua visione del mondo e non trasformandola in base ai voleri di un uomo. Eppure questo racconto è scritto a quattro mani con Axel Lundegård e pubblicato in una raccolta uscita a suo nome, di Victoria ufficialmente non c’è traccia, agli occhi dei lettori a trattare questi temi caldi è un uomo a tutti gli effetti. Come reagisce la società alla pubblicazione di Felicità? Quanto il fatto che a scrivere la storia fosse un uomo può aver indotto i lettori a riflettere sulla critica messa in luce?
Beh, le persone che conoscevano Axel Lundegård si saranno stupite che improvvisamente avesse capito così tanto sull’essere una donna fragile!
E i recensori hanno elogiato in particolare questo racconto, per il linguaggio di qualità superiore e per i pensieri più maturi. In questo caso il contenuto era provocatorio ma non in senso negativo.
Se fosse stata Victoria a firmare il racconto, sarebbe cambiata la percezione sul tema?
In realtà non credo che abbia avuto un grande significato. Molte donne scrissero storie o drammi importanti e sorprendenti a loro nome in quel periodo.
Infine, c’è un punto d’incontro tra la sua scrittura e quella di Victoria Benedictsson? Qual è il punto di vista che sente di avere in comune con lei?
Forse ho già risposto a questa domanda? Ma vorrei tanto incontrarla. Vorrei parlare di sorellanza con lei, una prospettiva ancora piuttosto carente. Credo fermamente che le donne debbano sostenersi a vicenda in modo attivo e aperto, dovrebbero fare riferimento al lavoro delle altre, menzionarsi a vicenda e creare reti. Questo è uno dei principali strumenti che opprimono le donne: farle competere tra loro quando si tratta di intelligenza, aspetto fisico, essere madri o essere attraenti. Questo è qualcosa che Victoria non è riuscita a vedere: era una feroce individualista, come lo sono anch’io. Ma vedo ancora le conseguenze politiche del non sostegno reciproco delle donne: vince solo il patriarcato.
La tomba di Benedictsson si trova in un luogo bellissimo e sereno. Le persone che trovano la sua lapide – dove c’è scritto Ernst Ahlgren, il suo pseudonimo maschile – lasciano lì delle penne in omaggio alla sua scrittura, le piantano nel terreno. È bellissimo. Ora è ricordata come una scrittrice, non come una donna, una moglie o una madre. Ne sarebbe felice, e abbiamo questo in comune.
Immagine copertina: foto di Nadja Hallström