Tulemond è una casa editrice indipendente che nasce in Romagna dal recupero di una collana degli anni ’90, che fra le prime si dedicava esclusivamente ai testi delle letterature africane. E che oggi si propone come alternativa postcoloniale al modo in cui il mondo editoriale italiano tratta le letterature americane, africane e asiatiche. Con un ritmo volutamente lento e fuori dalla grande distribuzione, sceglie autori del Novecento e contemporanei non necessariamente celebri in Europa ma centrali nei rispettivi paesi d’origine. Un progetto che si muove nel solco di Orientalismo di Edward Said e sulla scorta del saggio Meraviglia e possesso teorizzato da Stephen Greenblatt: cogliere un oggetto culturale senza appropriarsene tramite stereotipizzazioni.
Abbiamo intervistato i responsabili Nicola Morganti (NM) e Rachele Spizzo (RS). Interrogandosi sulle criticità dell’editoria italiana in quanto a letterature dell’Altro, i due giovani mostrano come questa postura teorica diventi pratica editoriale concreta.
«Tulemond, Tulémond, Tùlemond, Tulemònd… qualsiasi pronuncia è quella giusta» scrivete sul vostro sito. Ci spiegate il perché?
NM: Nasce dal francese tout le monde, ma la pronuncia è adattata a come diciamo qui in Romagna. Volendo considerare il punto di vista della lingua coloniale, che viene presa e poi adattata in base alla pronuncia di chi la parla, abbiamo stabilito di non avere una pronuncia ufficiale.
Come nasce questo progetto editoriale?
NM: Tulemond nasce come recupero di Melting Pot, una collana di Aiep Editore che era nata negli anni Novanta ed una delle prime a portare in Italia le letterature africane, rimanendo comunque un po’ di nicchia. Banalmente, nel momento in cui abbiamo trovato i libri vecchi, siamo rimasti affascinati dalla grafica. A quel punto li abbiamo letti e ci siamo detti ‘Accidenti, erano attuali allora e lo sono ancora oggi, ha senso provare a riproporli’.
Nel vostro catalogo si trova sia Il testamento del sig. Napumoceno da Silva Araújo del capoverdiano Germano Almeida, tradotto in 15 lingue, che Anima batti le mani e canta della statunitense Paule Marshall, tradotto in sole 3 lingue. Come scegliete gli autori?
RS: Da Melting Pot abbiamo ricevuto in eredità, per così dire, 6 dei 24 titoli originali che la componevano, il cui valore di fondo è rimasto lo stesso dagli anni Novanta, ma il modo in cui veniva comunicato allora non ha retto ai cambiamenti del tempo e delle nuove: perciò abbiamo cercato di rielaborarli in una forma più attuale. Poi, l’anno scorso, abbiamo aggiunto una novità, Chromatismi, del brasiliano Paolo Scott, che abbiamo incontrato grazie al traduttore che ci ha contattato e ci ha fatto una proposta.
NM: Per quanto riguarda Almeida, il suo è uno dei libri più conosciuti dell’intero continente, mentre Marshall è una di quelle stranezze che fai veramente fatica a spiegarti: un’autrice famosissima negli Stati Uniti, con una forte presenza storica, poco conosciuta nel panorama internazionale. Quindi è un processo non sistematico: ci arrivano proposte, le leggiamo attentamente – tutte – e poi prendiamo una decisione, oppure ci rifacciamo ai nostri background personali: entrambi ci siamo formati in letterature comparate coloniali e post-coloniali ed abbiamo esperienze pregresse nell’editoria.

Quali critiche, dal punto di vista postcoloniale, rivolgete al sistema editoriale italiano?
RS: Il primo punto è che continua a pubblicare raramente le letterature africane o asiatiche, e la maggior parte delle volte lo fa con autori in vita vincitori di premi o identificati come classici: si perde gran parte della produzione dagli anni Venti del Novecento in avanti, che costituisce la base di insegnamento nei diversi paesi di origine delle opere. Lo stesso concetto di “classico letterario” è legato a un canone che è stato molto selettivo e autoreferenziale rispetto alla letteratura italiana, europea e statunitense: se c’è, è perché è una scelta stabilita tavolino. Sebbene sia utile a mettere in luce dei punti fermi nella storia anche delle diverse letterature, lascia un segno negli immaginari: è anche un’operazione di potere. Alle volte, poi, c’è anche un’idea di “autenticità” del testo proposto, quando invece una traduzione è sempre una mediazione: se uno si vuole leggere roba autentica si impara la lingua e legge in lingua originale.
NM: Ultima cosa, in Italia c’è ancora una certa tendenza a non voler riconoscere il proprio passato coloniale.
Come la vostra linea editoriale affronta queste criticità?
RS: Abbiamo un occhio di riguardo per tutte le espressioni letterarie meno battute dall’editoria italiana: abbiamo selezionato pochi titoli che cercassero di rispondere anche a questo bisogno di leggere tutto ciò che viene letto effettivamente nei paesi di riferimento, non per forza i nomi che vincono i grandi premi letterari. Il nostro pilastro è Orientalismo di Edward Said, cioè l’intento di decostruire uno sguardo stereotipico ed esotico sull’Altro: un tentativo di proporre nel modo più consapevole libri che ti danno una prospettiva, invece che parlarti essi stessi di quella prospettiva. Il nostro mantra guida, invece, che dirige il nostro metodo, viene dal saggio Meraviglia e Possesso di Greenblatt: cerchiamo la scoperta che riesce a cogliere un oggetto culturale senza appropriarsene.
Venendo alla traduzione: In Soncente. Racconti d’oltremare della capoverdiana Orlanda Amarílis, l’autrice ibrida sapientemente il creolo con il portoghese. Prediligete una versione che faccia da ponte – chiedendo al lettore/lettrice di spostarsi verso il testo – o di filtro, facendo sì che sia il testo ad avvicinarsi a chi legge?
RS: Abbiamo mantenuto le traduzioni originali dei libri di Melting Pot, mettendo mano soltanto ad espressioni obsolete. In generale, le traduzioni vengono incontro al lettore, ma rispettando i vari registri: in Soncente c’è questo aspetto molto interessante tra il portoghese letterario novecentesco e il creolo capoverdiano e si percepisce nella traduzione senza che sia un ostacolo. Ma altre volte i testi sono estremamente semplici dal punto di vista della costruzione della frase, ad esempio in diverse letterature africane: in Un bambino nero, il guneyano Camara Laye cerca di elaborare uno stile in cui riprendeva le scansioni dell’oralità. Quindi cerchiamo di mettere a testo una traduzione che non appiattisca lo stile, e renda le eventuali ibridazioni linguistiche.

Vi rivolgete, quindi, ad un pubblico non specificamente di nicchia, mi pare di capire.
NM: Il pubblico che ci risponde è molto vario. Durante le prime fiere, vedevamo gli studenti universitari e ci aspettavamo che si fermassero a prendere i libri, invece solo qualche volta. Ad oggi riusciamo a parlare molto con tutta una fascia generazionale che ci ha sorpreso, che sono i quaranta-cinquantenni provenienti dai background più diversi, ma non riusciamo a parlare ancora con i giovanissimi. Pubblichiamo testi adatti alla lettura di chiunque, ma ovviamente ci può essere differenza da volume a volume: Un bambino nero è decisamente scorrevole, ma il libro di Amarílis difficilmente può andar bene per una persona che legge sì e no un libro all’anno.
Se il pubblico che identificate è generalista, vedo che anche la “geografia” delle opere pubblicate è molto varia, abbracciando Americhe, Asia ed Africa. Avete mai ricevuto la critica di essere una casa editrice che generalizza l’Altro?
RS: Per il momento, abbiamo indicato determinate aree geografiche perché sono quelle che finora abbiamo pubblicato, ma non saranno per forza solo quelle in futuro. Il concetto di Altro cerchiamo però di evitarlo perché personalmente, da lettrice, in quei libri ho trovato dei richiami alle mie esperienze, quindi l’Altro non sempre è solo spaziale e soprattutto non così lontano. Ed abbiamo scelto di dichiarare le aree geografiche di cui pubblichiamo i titoli perché quando presento un volume devo inquadrarlo nel contesto da cui proviene, e volevamo evitare termini generalisti. Concettualmente, infatti, a noi non interessa pubblicare il Sud America: ci interessa che quando si parla di America si parli di Americhe. E così per le letterature africane ed asiatiche. Anche perché – almeno in Italia – posizionarci come casa editrice di letterature africane, a livello di marketing, ci ammazzerebbe.

A proposito di marketing: nell’ottica di un progetto indipendente, come la sostenibilità economica si concilia con la coerenza politica?
RS: Veniamo da un’esperienza editoriale che ci ha abbastanza insegnato quali sono i limiti del settore, quindi sappiamo a che gioco stiamo giocando. Non abbiamo molti fondi, cosa che ci costringe a fare scelte ma ci offre anche l’occasione per interrogarci su cosa sia giusto fare. Il nostro modello di business, che poi è anche un principio, è quello di cercare pubblicare libri che durino, che non si esauriscano nel giro di pochi mesi, come spesso accade a quelli di narrativa. Avendo un budget contenuto, chiaramente guardiamo poco ai vincitori di premi, ma allo stesso tempo abbiamo stabilito di cercare voci non per forza famose per far conoscere una letteratura al pubblico italiano. Per le stesse dinamiche, non ci appoggiamo alla grande distribuzione, per cui le librerie le scegliamo e gestiamo in autonomia, e partecipiamo a poche fiere: non si può andare a tutte ma, allo stesso tempo, nemmeno si deve. Sostanzialmente il nostro obiettivo economico di fatto è cercare di far conoscere veramente pochi titoli – circa uno all’anno –, ma farli conoscere tutti, senza abbandonarli e mantenendo vivo l’interesse.
Quali errori vi è capitato di commettere, in ottica postcoloniale?
NM: Ci sono successi un po’ di incidenti di terminologia. È veramente difficile trovare il bilanciamento tra mantenere la correttezza del discorso e comunicare con le persone: o faccio un discorso rigoroso e le persone non mi capiscono più, o parlo solamente alle persone che già capiscono quel discorso, o parlo solamente a persone molto istruite.
R.S: Ad esempio, inizialmente nella nostra divisione per contenitori, che sono i continenti, avevamo identificato l’Africa, le Americhe e il Medio Oriente, per poi incontrare la questione del fatto che Medio Oriente è un termine prettamente coloniale, perché indica la meta dell’Oriente rispetto alla Gran Bretagna. Ci sono venuti i sudori freddi e abbiamo corretto rapidamente, cambiando in Asia Occidentale. Ovviamente dispiace, però la cosa che ci siamo detti è che succede, fa parte della nostra crescita, possiamo sempre correggerci e cambiare direzione – senza farci venire le paturnie.