02.04.2026

Per me è importante che le persone non si ricordino di me in segreto o con vergogna. Intervista a Tatiana Țîbuleac

Un dialogo su voce, appartenenza, identità e memoria

Questa intervista, firmata da Anastasia Condruc e pubblicata su Moldova.org, è qui proposta in traduzione dal romeno; le fotografie sono di Alexandru Vengher.

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Tatiana Țîbuleac ha appena presentato a Chișinău il suo terzo romanzo Când ești fericit, lovește primul (Quando sei felice, colpisci per primo). A sette anni da Il giardino di vetro (Grădina de sticlă), la scrittrice ritorna con il suo stile particolarmente riconoscibile: sembra incidere le frasi con un coltello più che con una tastiera e, dopo alcune frasi, senti il bisogno di imparare a respirare di nuovo.
Il romanzo racconta la storia di Mila, emigrata moldava a Parigi, e dei molti triangoli relazionali che si vengono a creare: tra Mila, suo padre e la madre adottiva; tra Mila e le amicizie dolorose che resistono agli anni e ai confini; tra Mila e i parigini presso cui lavora. La narrazione si muove tra la Chișinău degli anni ’90-2000 e la Parigi dei giorni nostri che rappresenta per Mila non solo bellezza, ma anche intollerabilità.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Tatiana nel weekend, nel parco centrale della città, lo stesso che attraversava ogni domenica quando lavorava, in un primo momento, a Flux e, in un secondo momento, a ProTV, redazioni in cui dice di essersi formata.

«Io sognavo solo l’halva. Tantissima halva da mangiare da sola fino alla nausea, e lì, in quel parcheggio miserabile, c’era l’unico sogno che si fosse mai avverato.»

Țîbuleac

Quando sei felice, colpisci per primo è il tuo terzo romanzo e mi sembra che, attraverso questo libro, ti avvicini di più a te stessa.
Sì. È vero che ci ho messo più tempo a scriverlo rispetto agli altri e l’ho notato solo alla fine. Questo ha reso la voce molto più frammentata perché il libro è nato attraversando stati d’animo diversi, non tutto d’un fiato come accadeva un tempo quando ancora ero più inesperta.
E, alla fine, mi sono resa conto che la voce era troppo densa, questo è accaduto perché ho iniziato a scriverlo quattro anni fa, poi l’ho abbandonato, poi sono tornata a lavorarci. Ogni volta questa voce era sempre più spietata e voleva dire sempre di più. Le frustrazioni si accumulavano e, credo, che questo si percepisca anche nel tono.
Ma sì, alla fine mi sono avvicinata molto a me stessa. Prima di tutto perché è proprio la mia voce e poi perché Mila ha più o meno i miei stessi vizi. Inoltre, le manca suo padre. Mila è, in un certo senso, la voce della donna che sono oggi, anche se il destino di Mila non coincide del tutto con il mio.

Come capisci quando hai trovato la voce giusta di un personaggio? Come lo senti?
Lo capisco quando non la trovo. Avverto immediatamente quando la mia voce è falsa. Per me questa ricerca è più importante di qualsiasi altra cosa. Più importante di fare una rivoluzione con un libro è rimanere fedele a sé stessi, sentire di non aver forzato, sentire di non essere troppo artefatti in quel libro. Ho capito che è una gioia, per uno scrittore, sentire la propria falsità. Ho lavorato come redattrice e il mio occhio da redattrice, oramai stanco e invecchiato, si rende immediatamente conto che se quel testo fosse stato scritto da qualcun altro, l’avrei tagliato e gli avrei detto “ripensaci”. E allora faccio lo stesso anche con i miei testi.

Hai sentito la pressione di pubblicare di nuovo dopo il successo dei primi due romanzi?
Ho sentito la pressione in diversi modi. In primo luogo uno dei temi presenti nel libro è l’invecchiamento o questa mancanza di senso e il rallentamento fisico di Mila che coincideva con ciò che stavo vivendo io come donna. Secondariamente, non scrivevo da molto tempo e ho avuto l’impressione che se non scrivi per un po’, devi poi scrivere il doppio. Ed è un grandissimo errore. La testa lo capisce, ma le mani non vogliono proprio fermarsi. E allora mi sono fermata io, affinché questo libro non uscisse come una doccia rotta.
E sì, ovviamente la pressione esiste. Perché quando non scrivi per due anni e poi compari con un libro, la gente dice: «Dai, leggiamolo». Ma quando non scrivi per cinque o più anni, molti si chiedono se lo scrittore uscirà con qualcosa di nuovo o se non tornerà affatto. O diranno che i primi due libri sono stati solo un caso.

«Lo stomaco mi va sottosopra quando i treni vanno al contrario, quando le persone e le case mi piombano addosso alle spalle all’improvviso e al posto di volti vedo solo nuche. Preferisco sapere in anticipo ciò che mi aspetta, ciò che viene verso di me, anche se da molto tempo non mi aspetta e non viene più nulla.»

Per te è importante ciò che dice la gente?
Vorrei poter dire che no, non conta, che scrivo per me.
Ma per me ha sempre contato ciò che dice la gente. Non quello che pensano tutti, però. (ride) Ci sono persone che ammiro. Ci sono persone da cui imparo. Ci sono persone che mi dicono «Bene, Țîba» e ciò per me vale come se ricevessi un premio.
Sono una scrittrice che capisce molto bene quanto sia importante la relazione vitale tra ciò che scrivo e ciò che la persona legge. Io scrivo per le persone. Il primo libro l’ho scritto senza sapere dove sarei arrivata, senza sapere se mai sarebbe stato pubblicato. Ma poi ho saputo che Il giardino (Grădina) sarebbe stato pubblicato. E ho saputo che anche questo sarebbe stato pubblicato. Se non mi importasse di pubblicare o del pensiero della gente, allora dov’è la fatica? Dov’è il blocco? Io potrei scrivere anche sui tovaglioli. Sì, le persone contano. Per i miei libri, per la mia vita. Ci tengo alle persone, anche se sono così, un po’ riservata e solitaria.

Quali posti a Chișinău ti piacciono ancora?
Mi piace (il quartiere) Botanica. Sono cresciuta lì, ma non è solo questo. Quest’estate ho dedicato una giornata per visitare soprattutto tutti i posti che ho descritto nel libro. Nei luoghi dove sono cresciuta: sono stata alla scuola materna, a scuola, al centro di raccolta delle bottiglie. È stata un’esperienza indimenticabile, perché credo che nel quartiere Botanica l’atmosfera di quegli anni si è mantenuta intatta. Non so se sia una cosa buona. Alcune case sono rimaste identiche, ma sono in uno stato di abbandono, perché non possono permettersi di ristrutturarle. Altre case, invece, si vede che sono passate a famiglie giovani. E allora sembra che siano quasi ringiovanite, perché è chiaro che sono vecchie, ma risultano curate. Si ha l’impressione che ogni piccola tessera del mosaico sia stata spazzata via e sono apparsi i gerani, le tende, sono apparsi i giovani, i bambini e mi ha fatto piacere, è come se anche ai nostri ricordi venga tolta un po’ di polvere.
Sono stata nella mia scuola materna che non visitavo da quando sono andata via da lì. Ho vissuto un’emozione strana: il mio corpo ricorda in modo più vivido rispetto alla mia mente. Non ricordavo nulla fino a quando non sono ritornata in questo corridoio nel quale passavamo per andare a mensa e, improvvisamente, mi è venuto spontaneo allungare la mano, prendere qualcun altro per mano per andare a mangiare il borș.
Credo che per qualsiasi persona sia importante tornare, giusto per ricaricarti. Per me, Chișinău è diventata una fonte di energia, qui mi sento bene e voglio tornarci.

«Quando bevo, mio padre si riversa in me e lì non può più morire.»

Quanto hai messo di tuo padre in questo libro?
Molto. Non ha proprio fatto tutto ciò che racconto, ma c’è mio padre, la sua ironia, il suo modo di essere, la sua resilienza. Credo che ci sia anche un tipo di tristezza che negli ultimi anni lo ha consumato, perché questo momento di buio dopo il cambiamento è stato duro per lui e per i suoi amici. Credo che gli sarebbe piaciuto questo libro, credo che si sarebbe divertito.

Credi che avresti potuto scriverlo se lui fosse stato ancora in vita?
Credo che anche in vita lui avrebbe apprezzato questo personaggio, ma di certo è stato più facile scriverlo ora. Ho iniziato a lavorare su questo libro quando ha iniziato a mancarmi moltissimo. Nel momento in cui ho capito davvero che non c’era più, credo di essere entrata in una specie di depressione. Quando quel pensiero “papà è morto” ti attraversa. E di conseguenza credo che anche la scrittura cambia in funzione di questo pensiero. All’inizio vuoi scrivere su un padre morto con molta cautela, quasi con i guanti. Ma a mano a mano che arriva la consapevolezza che non c’è più, ti rendi conto che vorresti scrivere di lui nel modo in cui avrebbe voluto lui.
Ed è allora, nel caso di mio padre, che sono apparsi l’ironia, il cinismo e quella pateticità che mi assumo completamente. L’ho aggiunta consapevolmente perché loro erano così. Le persone di quella generazione sono state un po’ patetiche, ma io credo che sia stato proprio questo a tenerli in vita. E mio papà ha parlato molto di ideali, di cose “immutabili” come le chiamava lui. E credo che parlarne utilizzando una voce delicata e piatta sarebbe stato un errore, perché non avrebbe reso loro giustizia. E io volevo rendere giustizia a mio padre. 

Vedi in te caratteristiche di tuo padre?
Io sono diventata mio papà.

Come ti fa sentire questa trasformazione? L’hai accettata facilmente?
Non troppo, perché noto soprattutto ciò che io consideravo le sue parti deboli o i suoi difetti, credo che mi sono stati trasmessi più queste parti rispetto alle altre. Certo, anche l’amore per la scrittura e per la lettura. Il modo di rapportarmi alla vita, l’idea che la scrittura sia talmente importante, tanto che solo lì puoi sentirti utile. Inoltre, credo di commettere con i miei figli i medesimi errori che lui ha commesso con me. E ancora li nascondo con eleganza dicendo che è temperamento. Non è temperamento, è educazione.
Assorbiamo molto sia in modo consapevole, sia in modo inconsapevole e quando non possiamo o non vogliamo fare uno sforzo, diciamo semplicemente che ciò si trasmette di padre in figlio, ma penso siano solo modelli educativi.

Ad un certo punto, nel libro, il padre di Mila le lascia in eredità l’idea di scrivere un libro sull’amicizia.
Sì, mio papà credeva nell’amicizia. Non mi ha mai detto di scrivere un libro sull’amicizia, ma era quasi sottinteso, perché l’amicizia è stata il fulcro della sua vita. Credo che per mio padre l’amicizia fosse persino più importante della famiglia. Per lui l’amicizia era l’istituzione suprema. Tutte le sue gioie di vita passavano inevitabilmente da quel tavolo di amici che ha avuto, perché mio papà viveva in redazione. Stava sempre là. Viveva per il suo lavoro. La famiglia era un qualcosa che lui aveva e, in qualche modo, doveva crescere da sola. Ma per il resto, gli amici sono stati tutto per lui.

Ma poi gli amici sono diminuiti e questa, credo, sia stata la mia prima vera lezione di vita: gli amici non aumentano mai. E alla fine rimani con i primi amici avuti. Mi sono resa conto, soprattutto dopo essermene andata, quanto l’amicizia sia diventata importante anche per me.

Quindi tuo papà credeva che gli amici siano più importanti della famiglia. Tu li metti sullo stesso piano?
Credo di sì. Perché voglio avere accanto i miei amici durante tutte le tappe della mia vita. Voglio che i miei amici mi vengano a trovare a casa, stiano con me in giardino, vedano i miei figli crescere.

Ma allo stesso tempo sto molto attenta. Ho notato, soprattutto quando ho iniziato a scrivere e quando sono apparsi i social, come, a un certo punto, tu venga assalita dagli amici, dalle persone che vogliono starti accanto, vogliono essere associati a te. Ma vogliono esserlo solo in determinati momenti. Poi succede qualcosa nella tua vita e allora rimane il vuoto attorno a te, dove prima c’erano tutti questi cuori pulsanti degli amici. Ed è allora che ti rendi conto che accanto a te restano quelli con cui hai fatto la fila per il pane o con cui sei andato all’università, o ancora quelli con cui hai fatto il primo reportage.

Per me è stato sorprendente vedere che, durante tutti quegli anni passati, Mila ha continuato a mantenere i rapporti, nonostante siano dolorosi per lei.
Perché la generazione di Mila teneva all’amicizia molto di più rispetto alle nostre generazioni o rispetto ai giovani. Perché i giovani, ora, creano gruppi basandosi su altri criteri rispetto ai nostri, non sempre loro hanno passato un brutto momento insieme.

Ho l’impressione che ora l’amicizia unisce maggiormente nel bene, nel successo. Io, invece, sono cresciuta con l’idea che l’amicizia si vede nei momenti difficili, quando piangi, quando stai male. Quando arriva un amico? Quando hai bisogno di lui, non quando vuoi vantarti. Ai miei tempi, l’amicizia era qualcosa da proteggere in qualche modo: ci raccontavamo i segreti e le cose di cui ci vergognavamo o chiedere soldi o avere una spalla su cui piangere. Ora l’amicizia è un po’ diversa, almeno vista così da fuori. È più legata all’apparenza, al modo di vestire, più “abbellita”. “Stai attento con chi esci.”

Noi non stavamo attenti. Qualche volta la vita ti metteva in fila con un uomo o ti portava in un cortile, o ti portava a finire in ospedale, o ancora ti faceva conoscere altre persone. Non cercavi tu con chi fare amicizia, la vita sceglieva per te. E se avevi abbastanza testa e fortuna, quella persona teneva a te, tanto quanto tu tenevi a lei. Io ho questo tipo di amici. Nella mia cerchia di amici ci sono ancori quelli del cortile del quartiere Botanica. Alcuni sono andati via, altri sono morti, ma restano ancora miei amici. Perché noi siamo capitati in quel cortile e abbiamo avuto cura di quell’incontro.

«Nina, una volta, mi ha detto che non c’è morte più orribile che essere sbranata da un cane rabbioso, ma quando sono diventata grande e ho conosciuto le persone, anche questa paura è sbiancata di fronte alla realtà.»

Il romanzo si svolge in due spazi sia fisici, sia mentali. Ci sono momenti in cui Mila si trova a Parigi e alcune cose scatenano in lei alcuni ricordi legati alla sua adolescenza a Chișinău. Come emigrata, capita anche a te di vivere in due spazi?
Sì e sempre di più. All’inizio Parigi mi ricordava molto Chișinău, nonostante suoni strano, ma io vedevo così le cose, lì volevo vedere Chișinău, dai castagni fino alle fontane. Ovvio che parliamo di due pianeti diversi, ma nel mio immaginario i due posti erano legati. Per un po’ di tempo ho portato Chișinău con me a Parigi. Ma ad un certo punto ho smesso di fare tutto questo, perché mi sono resa conto che non aveva senso. Era artificiale, non apparteneva a quel posto. Quella è casa mia e se proprio voglio vedere Chișinău, vengo a Chișinău. E quindi ho iniziato a venirci più spesso.

Non credo che mi trasferirei a Chișinău adesso, per molti motivi, ma è sempre una gioia tornare a casa.

Ho avuto l’impressione che, a tratti, Mila si ritrovi in una situazione di invisibilità. L’hai vissuta anche tu?
Sì, l’ho vissuta. Ma nel mio caso è stato quasi un vantaggio e, inoltre, io non ho avuto il percorso di Mila. Io sono andata via un po’ più tardi. Io sono passata da un posto dove tutti mi conoscevano, da una città dove non potevo camminare per strada senza essere riconosciuta, dove non potevo scrivere nulla senza che tutti iniziassero a dire: «ah, io so di chi parla Tania, ha soltanto cambiato il nome». Questo può essere stancante per un personaggio pubblico e io, in Moldavia, ero un personaggio pubblico. Ma quando sono partita, non ho più scritto per necessità, nel senso che la scrittura non era il mio lavoro. A quei tempi mi occupavo di comunicazione presso un ente europeo, utilizzavo l’inglese e quindi la lingua romena non veniva utilizzata, era solo mia. Potevo farne ogni cosa e allo stesso tempo nulla perché non la parlavo con nessuno. Da lì è cominciato il mio scrivere: dalla mancanza di uso di questa lingua, dalla nostalgia della lingua romena.

Poi sono arrivati i figli e questo ha dato una dimensione completamente nuova alla persona che sono. E anche il mio scrivere si è modellato partendo da queste due cose importantissime: la maternità e l’invisibilità.

Nella scrittura di Favole moderne ancora si notava la presenza del giornalismo. Ma in L’estate… non aveva nulla in comune con ciò che avevo scritto fino ad allora. Niente. Perché quella scrittura è già nata dall’anonimato. Gli occhi delle persone non erano più su di me e allora ho trovato queste risorse in me, è un qualcosa che non avrei mai scritto se avessi continuato a vivere in Moldavia.

«Penso, spesso, che la mia felicità consiste in questo: avere un luogo dove lamentarmi». Ti ritrovi in questa citazione del libro?
Non molto. Io, quando sto male, mi nascondo. Non cerco sostegno in pubblico, nemmeno dagli amici. Lo racconto ai miei amici solo dopo. Ci sono persone che diventano più forti e sentono il bisogno di condividere mentre attraversano un momento difficile. Io non sono quel tipo di persona. Io quando sto male, mi vergogno. Se non faccio qualcosa come si deve, significa che sto pagando per qualcosa o è un errore mio, una mia incapacità, una mia colpa. Ho ancora questa mentalità. Per questo non sono una persona da terapia. Perché andare in terapia significa condividere, raccontare a qualcuno il proprio errore. E io ammiro le persone che vanno in terapia. Per me uscire di casa e raccontare tutto a qualcuno è inimmaginabile.

Credi che ai moldavi piace lamentarsi?
Sì, credo di sì. Ma non solo i moldavi, tutti nei Balcani sono così. Alle persone della nostra zona piace lamentarsi perché ne hanno avuto motivo. Abbiamo attraversato così tante cose in quei dieci anni prima e dopo l’indipendenza, più cose di quante ne siano successe in cento anni negli altri paesi. E cosa puoi fare? Puoi bere, puoi lamentarti, puoi cantare. Questi sono i modi per uscire da qualcosa e va bene così. Non credo che questo sia un problema in Moldavia. Credo che il problema sia l’invidia. Questo non l’abbiamo superato, l’incapacità di provare ammirazione per un’altra persona, l’incapacità di imparare da qualcun altro, di ammettere che qualcuno faccia qualcosa meglio di te, di gioire per il successo di qualcuno. Credo che stiamo imparando questo.

Da dove viene questo?
Credo che venga dall’Unione Sovietica. Questi sono i resti dell’homo sovieticus, quando tutti dovevano essere uguali, quando tutti dovevano avere lo stesso stipendio, lo stesso televisore, lo stesso arredamento, la stessa vacanza. Tutto doveva essere uguale e qualsiasi cosa uscisse da questo modello, qualsiasi abito cucito in modo diverso, qualsiasi libro scritto diversamente doveva essere tassato o rimosso.

Ma spero che i giovani siano differenti.

«In Francia si guadagna bene con l’amore, ma ancora meglio con il senso di colpa.»

Hai paura della cancel culture?
Non ci avevo mai pensato fino a quando non ho scritto questo libro. E riconosco che questa volta ci ho pensato. Non credo che ci sia qualcosa in questo libro che possa iniziare una cancel culture. Almeno spero, non si sa mai. Spero di continuare a scrivere così, con il cuore aperto e nel modo migliore possibile.

Credo che questa sia una domanda che, oggi, ogni scrittore si pone. Bisogna vedere da dove nasce questa cancel culture, se è veramente qualcosa a cui uno scrittore deve pensare o solamente rancore di qualcuno. Perché ho visto accadere entrambe le cose: scrittori tassati perché non sono stati abbastanza sensibili ai bisogni degli altri e gli scrittori che sono stati sensibili sono comunque stati tassati. È una problematica relativamente nuova, ma credo che anche questa cultura debba essere in qualche modo rivista. Quali sono gli effetti della cancellazione? Il fatto di interdire uno scrittore o di impedirgli di scrivere o di essere pubblicato, porterà davvero a un cambiamento? Uno scrittore può venirne fuori da una punizione pubblica? Può ancora scrivere bene dopo ciò? Deve ancora scrivere?

Ne parlavo con diverse persone a una festa, che ci sono film, libri a cui, oggi, non possiamo avvicinarci perché gli scrittori ci hanno profondamente deluso. Tutti abbiamo vissuto qualcosa del genere, soprattutto con la guerra, ma non solo. Mi vengono in mente gli abusi sessuali o le accuse di ogni genere. Penso ad Alice Munro. La sua prosa è diventata meno interessante? Più importante? Come la leggiamo? La leggiamo ancora?

Io stessa ho avuto alcuni casi, all’estero, in cui sono stata interrogata, cioè accusata per alcune parole presenti nel mio libro. Mi sembrava che i cambiamenti che mi venivano proposti, non fossero migliori. Sono quindi rimasta alla prima scelta. Ma mi sono resa conto che il mercato internazionale è la prima che tassa perché lì questo tipo di cose sono molto importanti.

E qui nasce la domanda dello scrittore: per cosa scriviamo? Scriviamo per spuntare delle caselle? Non tocchiamo certi temi e scriviamo qualcosa di tiepido, comodo? La letteratura deve anche essere scomoda. Io la penso così. La letteratura deve stravolgere, non necessariamente deve renderti migliore perché puoi imparare anche da altre cose.

«Nel suo libro, una donna deve necessariamente avere figli, mentre un uomo può fare qualsiasi cosa che rimane comunque. E allora, penso, come si ricorderà il mondo di me? E chi è questo mondo?» Un altro passo del libro. Come rispondi a questa domanda?
È molto complicata questa domanda, ma credo che prima o poi ce la poniamo tutti. Non so chi si ricorderà di me, ma spero che avranno un buon ricordo di me. Per me è importante che le persone non si ricordino di me in segreto o con vergogna. Sarebbe arrogante sperare che la gente si ricordi di me per i miei libri, questo significherebbe che non ho fatto nient’altro in questa vita e che sono molto, molto sola. Perché se la gente si ricorda di qualcuno solo per il suo lavoro, credo che significhi che non ha fatto nient’altro al di fuori del lavoro. E io spero di aver fatto anche altro.





In copertina: l’autrice Tatiana Țîbuleac fotografata da Alexandru Vengher

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