«Storie bellissime, intense e piene di vita […] che esplorano esistenze femminili, diritti riproduttivi, fede, caste, potere e oppressione»: con queste parole Max Porter, scrittore inglese e presidente della giuria dell’International Booker Prize 2025, ha descritto Heart Lamp, la raccolta di racconti vincitrice dell’ultima edizione. Originariamente pubblicati in lingua kannada tra il 1990 e il 2023, i dodici racconti sono stati scritti da Banu Mushtaq, scrittrice, attivista e avvocata indiana, e sono stati selezionati da un corpus di oltre cinquanta testi distribuiti in sei raccolte. La traduzione in inglese, firmata da Deepa Bhasthi, accompagna un’edizione del premio che segna diversi primati: è la prima volta che viene premiata un’opera tradotta dal kannada, la prima in cui a vincere è un’antologia di racconti e la prima in cui il riconoscimento viene assegnato a una traduttrice indiana. In Italia il volume esce oggi, nella nuova veste del marchio Frassinelli (Piemme), con la traduzione di Tiziana Lo Porto e il titolo Interno indiano. Senza nessun intento di spettacolarizzazione ma con uno stile asciutto, vivido e umoristico, Banu Mushtaq mette in scena la quotidianità di bambine, adulte e anziane all’interno delle comunità musulmane patriarcali dell’India meridionale. Private sin dalla nascita di ogni diritto, e ridotte alla mera funzione riproduttiva, le protagoniste di queste storie praticano una resistenza silenziosa, intima, che si muove negli stretti confini dello spazio domestico.

Il primo racconto dell’antologia, Lastre di pietra per Shaista Mahal, si apre con le riflessioni della protagonista, Zeenat, su quale sia l’appellativo più appropriato per definire e rivolgersi al proprio marito. «Se usassi il termine yajamana, padrone, allora io dovrei essere una creatura al suo servizio, come un animale o un cane» riflette tra sé e sé la giovane sposa la quale però, consapevole del proprio grado di istruzione, rifiuta questa visione e si dichiara contraria ad attribuire all’uomo – peraltro non scelto – uno status equiparabile a quello di Allah. A questa presa di coscienza si affiancherà, nell’ultimo racconto, la voce di un’altra donna segnata da un destino simile: strappata al grembo materno e diventata a sua volta madre, la giovane ragiona con lucidità su come il matrimonio le abbia tolto ogni identità, trasformandola in una serva devota, «senza nome, meno di una persona».
Se vivere un’intera esistenza confinata negli spazi domestici non è una prospettiva incoraggiante, ancora più drammatica è la possibilità che le mura di quella prigione familiare possano, per un’improvvisa volontà del marito, diventare inaccessibili. È la verità devastante a cui giunge la protagonista di Sii donna almeno una volta, oh Signore!, la quale, dimessa dall’ospedale dopo un’operazione, viene ripudiata dal marito perché malata di tumore e letteralmente scagliata in strada come «spazzatura». Piena di rabbia e di disperazione, la donna si rivolge ad Allah, domandogli perché abbia creato una creatura tanto arrogante come l’uomo e pregandolo di sperimentare, «almeno una volta», l’esperienza crudele dell’essere donna.
Alla grande porta della casa di Allah, bussano anche le nocche di Aashraf, rinnegata dal marito per non avergli dato un figlio maschio. Con la neonata malata sulle spalle, Aashraf consegna decine di petizioni al comitato della moschea nella speranza di ottenere un aiuto economico per le cure della bambina. Non è gelosa e non le importa che il marito si risposi – secondo la Sharia, la legge islamica basata sul Corano, un uomo può avere fino a quattro mogli contemporaneamente – ma vuole solo le medicine necessarie per salvare la figlia in fin di vita. «Non supplicare. Pretendi giustizia. Sai chi ottiene giustizia? Solo chi la pretende. Quelli come te non otterranno giustizia se non la pretendono», la esorta Zulekha, consapevole dell’erronea e distorta interpretazione a cui gli uomini hanno piegato il Corano per rafforzare il patriarcato e la sottomissione delle donne. Dietro questa figura di donna istruita, pare nascondersi il riflesso della stessa scrittrice che, in oltre trent’anni di attività legale, ha assistito e difeso numerose donne vittime di discriminazioni e abusi.

Nata nel 1948 a Hassan, nell’India sudorientale, Banu Mushtaq cresce in una famiglia musulmana distinta dalla visione progressista del padre che incoraggia la figlia a studiare e a raggiungere un’indipendenza economica. «Mio padre non ha mai perso un’occasione per permettermi di imparare, crescere, pensare e agire con la mia testa» ha raccontato l’autrice in un’intervista del 2010 su New Age Islam, «ero una specie di maschiaccio, ma lui non mi ha mai detto che fosse sbagliato, o che l’Islam lo proibisse, o cose del genere». Mushtaq frequenta una scuola elementare cristiana con insegnamento in lingua kannada e si laurea in Scienze all’Università di Hassan. Qui conosce il futuro marito e, sposandolo per amore, diventa la prima donna in tutta la famiglia a compiere questa scelta. Dopo aver attraversato un periodo segnato da depressione post-partum e da un tentativo di suicidio, nel 1978 si candida alle elezioni comunali e viene eletta per due mandati.
Negli stessi anni, si avvicina ai gruppi di protesta contro le discriminazioni di casta e al Bandaya Sahitya, movimento letterario nato nel 1974 con l’obiettivo di promuovere una letteratura socialmente impegnata in lingua kannada. Parallelamente, avvia una collaborazione con il settimanale progressista Lankesh Patrika, firmando articoli dedicati a temi sociali e dando voce a gruppi emarginati, come donne, comunità musulmane e dalit. Nel 1990 consegue la laurea in legge e intraprende la professione di avvocata presso i tribunali di Hassan, difendendo donne vittime di abusi e incoraggiando un dialogo interreligioso tra comunità induiste e musulmane. Già nota in India per la sua produzione narrativa, la vittoria all’International Book Prize 2025 ha contribuito a consolidarne il profilo anche a livello internazionale. «Il mio libro nasce dalla convinzione che nessuna storia sia mai insignificante, che nell’arazzo dell’esperienza umana, ogni filo porti il peso del tutto» ha affermato Mushtaq nel discorso di accettazione del premio, omaggiando la letteratura come spazio sacro in cui ognuno ha la possibilità di vivere nella mente dell’altro.

A essere premiata è anche Deepa Bhasthi, traduttrice e giornalista nata nel 1983 a Madikeri, nel Karnataka. Come ha evidenziato Max Porter, la sua traduzione di Heart Lamp è «qualcosa di veramente nuovo per i lettori di lingua inglese. Una traduzione radicale che sconvolge il linguaggio, creando nuove trame in una pluralità di inglesi. Sfida ed espande la nostra comprensione della traduzione».
Nella nota conclusiva al libro, Bhasthi spiega la scelta di non utilizzare il corsivo per le parole kannada, urdu e arabe non tradotte né di ricorrere a note a piè di pagina. Mantenuta con coerenza anche nell’edizione italiana, la decisione è dettata dal desiderio di non esotizzare una lingua straniera. Consapevole del proprio posizionamento – quello di una persona di origine indù non più praticante – rispetto alla voce di una scrittrice musulmana, Bhasthi ha affiancato alla lettura integrale dei testi di Mushtaq uno studio approfondito della comunità musulmana di cui l’autrice fa parte e che il libro racconta.
È importante, tuttavia, sottolineare come l’opera di Mushtaq non si possa ridurre alla sola dimensione religiosa dell’autrice. Il patriarcato che la scrittrice indiana racconta non si limita infatti alle dinamiche che prendono forma, anche per effetto di interpretazioni distorte del Corano, all’interno delle comunità musulmane, ma attraversa l’esperienza universale di tutte le donne. A tenere insieme i dodici racconti è un filo conduttore intessuto di sorellanza e resistenza: le antiche e tenaci strategie con cui le donne, a ogni latitudine, si oppongono ai tentativi di silenziarle, controllarle, e privarle della vita. E non solo: le parole segrete di cura che una madre sussurra a una figlia, una figlia a una madre, per non farla morire.
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