31.10.2025

L’interminabile notte di Nuuk di Niviaq Korneliussen

Da un angolo remoto del mondo, la voce di una generazione



Una notte a Nuuk (Iperborea, 2025, nella traduzione dal danese di Francesca Turri) è il ritorno nelle librerie di Niviaq Korneliussen, autrice de La valle dei fiori (2023). Non si tratta del suo ultimo romanzo, bensì della prima pubblicazione in Groenlandia e Danimarca di undici anni fa (con il titolo di Homo sapienne) che finalmente arriva in Italia per raccontarci cosa significa diventare adulti in un’isola che «cova rabbia».
Una notte a Nuuk è dunque la storia di cinque personaggi, Fia, Sara, Ivik, Arnaq e Inuk, che faticosamente lottano per ritagliarsi il proprio posto in un luogo perlopiù ostile dalle dimensioni sconfinate della Groenlandia. Le loro storie si dipanano e si aggrovigliano nella capitale di uno stato disabitato che non somiglia a una metropoli, ma che è più una cittadina di ventimila abitanti. Qui tutti sanno tutto gli uni degli altri, è impossibile nascondere i propri segreti – anche a se stessi.

Insoddisfatta dai ragazzi, Fia resta folgorata da Sara pur non avendo mai considerato la possibilità di essere omosessuale; Sara non ha un rapporto fisico con la ragazza che ama e dalla quale non si sente riamata; Ivik sta con Sara ma vive nel terrore di perderla perché è convinta di non meritarsi il suo amore per via di una domanda esistenziale che la tormenta dall’infanzia; Arnaq interpreta il ruolo di bambola facile e amica inaffidabile, capace soltanto di stordirsi di alcol pur di non pensare al proprio passato di abusi; Inuk, fratello di Fia, fugge dalla sua vita e dal peso del giudizio con l’unico risultato di smarrirsi ancora di più.

«La Groenlandia non è casa mia. I groenlandesi mi fanno pena, mi vergogno di essere groenlandese. Ma sono groenlandese. […] Non posso passare per un danese. Non posso diventare pallido come loro. Non riesco a essere danese coi danesi. Non sono danese. Non posso vivere in Danimarca. La Danimarca non è il mio paese.
Dov’è casa?
Se la Groenlandia non è casa mia, se questo posto non è casa mia, dov’è casa mia?»

Ancora una volta Korneliussen si dimostra capacissima di parlarci di quelle paure ancestrali che ci accomunano un po’ tutti: di non essere accettati, di non meritare amore. Il terrore di mostrarsi per ciò che veramente si è.
Ognuno dei cinque protagonisti è alla disperata ricerca di qualcosa di cui ha soltanto un’idea imprecisa e spesso lo fa con i mezzi sbagliati. Ma può il lettore biasimarli? No, certo. Quante volte nella vita capita di sentirsi persi e tuttavia così certi di aver trovato la chiave a ogni problema?

«Il sogno di liberarmi delle mie incertezze si è realizzato e non ho idea di cosa fare. La notte ha risposto a molte delle mie domande e il cuore mi fa male in un modo che mi è sconosciuto. È una conferma di quel che non riesco a togliermi dalla testa. […] Soffro. Ma preferisco soffrire che non provare nulla».

Fia, Sara, Inuk, Arnaq e Ivik ci parlano da un angolo remoto del mondo, ma è sorprendente quanto ciò che dicono suoni familiare. Forse perché utilizzano il linguaggio universale delle emozioni – linguaggio che Korneliussen riduce all’osso con la chirurgica precisione che la contraddistingue. La sua penna è brutale e spietata quando descrive il risveglio di Arnaq dall’ennesimo venerdì di baldoria che intuiamo durare da molto, troppo tempo, ma contemporaneamente è bravissima a delineare con dolcezza lo smarrimento di Ivik, il suo sentirsi sempre così sbagliata ed estranea al proprio corpo. La malinconia di Inuk ha un colore e un odore, lo struggimento di Fia è totale, il senso di perdita di Sara gigantesco.

Non ci sono censure in questo libro. C’è un’interminabile notte polare che dà corpo alla personale crisi esistenziale che ciascun personaggio sta attraversando. I messaggi, le lettere, le email, il flusso di coscienza, gli hashtag, le parole danesi e quelle inglesi: impossibile non accorgersi del disagio universale di una generazione che chiede soltanto di essere ascoltata, di essere compresa.

«Torno a casa e rilasso ogni muscolo, tanto l’universo non può vedermi. Quel sorriso falso. Mi libero del mio sorriso di merda, tanto nessuno può saperlo, e non me ne frega un cazzo se il cielo mi vede. L’invisibile non mi tocca, tanto è invisibile».

E ancora:

«Il mio tentativo di inaugurare una giornata di gioia è fallito e ci rinuncio. Mi siedo e torno alla realtà. La vita è terribile. La luce non splende quando sei al buio. Il giorno è cupo. Il giorno della compassione. Ma non provo compassione per me stessa. Rovino tutti quelli che tocco e non mi stupisce che il buio mi tenga prigioniera.
#realitycheck».

Ci sentiamo scossi, proviamo disgusto, rabbia, e poi ci commuoviamo fino alle lacrime perché nonostante tutto anche noi, esattamente come Fia, Sara, Inuk, Arnaq e Ivik, scrutiamo il cielo in cerca del primo timido bagliore, anche noi di fronte alla situazione più drammatica ci auguriamo di vedere il sole che torna comunque a sorgere. Persino la più interminabile delle notti polari deve avere una fine ed è con questo messaggio di speranza che Korneliussen ci congeda.

categorie
menu