18.01.2026

Ingolfato. Come l’Arabia Saudita ha comprato lo sport e il mondo

Il volume di James Montague racconta il dietro le quinte dell’ascesa di Mohammed bin Salman

Ci sono libri che parlano di sport, altri del nostro tempo. Ingolfato. Come l’Arabia Saudita ha comprato lo sport e il mondo di James Montague (66thand2nd) è uno di questi. L’autore, già noto per le sue inchieste sui retroscena economici e geopolitici del calcio, racconta come l’Arabia Saudita abbia trasformato lo sport mondiale in un campo di battaglia simbolico. Non si tratta, sottolinea, di un semplice lavaggio d’immagine: «Gli investimenti dell’Arabia Saudita nello sport, sia all’interno dei propri confini sia all’estero, sono spesso stati etichettati semplicisticamente come sportswashing […]. Quell’etichetta, però, è troppo approssimativa per spiegare l’approccio dell’Arabia Saudita, o del Golfo in generale, allo sport. Mentre non lo è affatto la teoria del soft power di Nye, per cui lo sport può rivelarsi un importante strumento di persuasione, attrazione e convincimento».

Montague parte da un’idea semplice: il potere non è solo imposizione, ma capacità di sedurre. Joseph Nye lo ha definito soft power: il potere dell’attrazione, delle narrazioni, delle immagini. Nel calcio, nella Formula 1, nel golf o perfino negli eSports, i sauditi hanno trovato la leva perfetta. Il tifoso non riflette sugli equilibri geopolitici quando canta sugli spalti, eppure, attraverso quella passione, può arrivare a provare simpatia verso un Paese che fino a poco tempo prima percepiva come distante o ostile. «Se un cittadino saudita è un gran tifoso del Manchester United proverà sentimenti più positivi nei confronti della Gran Bretagna rispetto a chi non lo è», ricorda Montague citando uno studioso del fenomeno.

james montague

Lo sport costruisce ponti, ma questi ponti possono essere percorsi in una sola direzione: qui sta il confine fragile tra attrazione e manipolazione. Mohammed bin Salman lo ha capito in fretta. La sua Vision 2030 (il piano di riforme economiche e sociali che dovrebbe emancipare il regno dalla dipendenza dal petrolio) ha messo lo sport al centro della narrazione di una nuova Arabia Saudita: «Venne istituita la General Entertainment Authority, un dipartimento governativo che avrebbe avuto a disposizione due miliardi di dollari per gestire tutti gli eventi, specie quelli sportivi, che avrebbero proiettato l’immagine di un paese rinnovato e più aperto». Il problema, osserva Montague, è che l’attrazione si rompe facilmente quando incontra l’ipocrisia. «Se scopri che quello che ti sto raccontando è falso, allora il soft power non resiste, evapora. L’ipocrisia è un grande solvente del soft power». È la contraddizione che emerge con forza dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul: mentre Riyad investiva miliardi in Formula 1 e nel wrestling, l’opinione pubblica internazionale associava ancora il regno a quell’ombra inestinguibile.

La sezione del saggio dedicata al Newcastle United è tra le più rivelatrici. Quando il fondo sovrano saudita ha rilevato il club inglese, i tifosi hanno vissuto la vicenda con un misto di liberazione e inquietudine. Dopo anni di gestione Mike Ashley, accusato di aver svuotato il club e mortificato la passione cittadina, l’arrivo dei nuovi proprietari è stato salutato come una rinascita. «Le questioni etiche intorno all’arrivo dei sauditi non le sfuggivano. “Sono valide” disse [una tifosa]. “Nessuno è contento che altre persone soffrano, ma penso che bisognerebbe tenere separati calcio e politica”». Qui si coglie tutta l’ambiguità del soft power: la comunità, affamata di riscatto, accetta di farsi vettore della nuova immagine saudita. Per molti tifosi, l’identità del club conta più delle considerazioni geopolitiche. Montague racconta di bandiere saudite e shemagh indossati sugli spalti come simbolo di gratitudine, nonostante le critiche esterne. Lo sport diventa un linguaggio emotivo che supera le resistenze morali: se la mia squadra vince, posso convincermi che il resto sia secondario.

Uno dei passaggi più interessanti del libro è il parallelo storico: dal wahhabismo agli eSports c’è, infatti, continuità. «A partire dagli anni Settanta, il governo saudita ha speso settanta miliardi di dollari per esportare il wahhabismo nel mondo […]. Un soft power che ha portato direttamente all’ascesa del radicalismo islamico […] prima di rivelarsi un boomerang e minacciare il potere stesso della dinastia saudita». L’analogia è inquietante: ieri religione, oggi sport. In entrambi i casi, l’Arabia Saudita usa risorse economiche enormi per diffondere un’immagine, una visione del mondo, un modello culturale. La differenza è che, mentre il wahhabismo è stato percepito come esportazione ideologica, lo sport viene vissuto come intrattenimento. Ma l’obiettivo politico resta: consolidare influenza e legittimità.
La nuova frontiera, sottolinea Montague, è quella digitale: «All’inizio del 2021, l’Arabia Saudita aveva fatto il suo ingresso in quel mondo fondando il Savvy Games Group, un ramo del Pif che avrebbe investito nel settore. […] Attraverso Savvy, il Pif si impegnò a investire trentotto miliardi in quell’industria, più di sette volte rispetto al golf». Non più solo calcio e boxe, ma videogiochi ed eSports: l’arena in cui si formeranno le passioni delle generazioni future.

james montague

I numeri riportati da Montague impressionano: sono le cifre di una rivoluzione. «A oggi, è difficile trovare uno sport che lo Stato saudita non abbia comprato, nel quale non abbia investito o che non abbia portato nel regno. Per farlo, nel 2024 ha speso cinquantuno miliardi di dollari attraverso il Pif […]. Sono stati firmati oltre novecento accordi distinti di sponsorizzazione in giro per il mondo del valore di miliardi di dollari». Play the Game ha confermato queste stime: centinaia di sponsorizzazioni, dalla Formula 1 al tennis, dal calcio femminile all’atletica, con il PIF (Public Investment Fund) al centro di una ragnatela di accordi. Eppure la quantità di denaro non garantisce l’efficacia: secondo il Politico, il progetto LIV Golf, nato per rivoluzionare il golf mondiale, non ha cancellato le critiche internazionali e in alcuni casi ha rafforzato l’etichetta di “sportswashing”.

L’impressione che lascia Ingolfato è quella di una narrazione shakespeariana: un principe ereditario che usa lo sport come strumento di ascesa, una FIFA pronta ad assecondarlo, comunità divise tra etica e passione. Montague non cede al moralismo: mostra la complessità del fenomeno, la potenza attrattiva dello sport e la facilità con cui può diventare veicolo di potere. Il soft power, scrive, è legge dell’attrazione, non della distrazione. Non si tratta di “far dimenticare” le violazioni, ma di costruire una nuova immagine così seducente da spingere sponsor, tifosi e governi a guardare altrove. Il rischio è che i ponti costruiti dallo sport siano percorsi in una sola direzione: verso la legittimazione del potere che li ha finanziati.

James Montague ci costringe a fare i conti con la nostra ambiguità di spettatori. Ci piace pensare che lo sport sia neutrale, puro, separato dalla politica. Ma, come dimostra in Ingolfato, questa è un’illusione: lo sport è sempre politico, perché tocca l’identità, muove miliardi e crea immaginari. Ci rimane una domanda: quando festeggiamo una vittoria, un nuovo stadio, una competizione spettacolare, chi stiamo davvero applaudendo? La nostra squadra o il potere che ha reso possibile quell’evento?

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