Ci sono libri che parlano di sport, altri del nostro tempo. Ingolfato. Come l’Arabia Saudita ha comprato lo sport e il mondo di James Montague (66thand2nd) è uno di questi. L’autore, già noto per le sue inchieste sui retroscena economici e geopolitici del calcio, racconta come l’Arabia Saudita abbia trasformato lo sport mondiale in un campo di battaglia simbolico. Non si tratta, sottolinea, di un semplice lavaggio d’immagine: «Gli investimenti dell’Arabia Saudita nello sport, sia all’interno dei propri confini sia all’estero, sono spesso stati etichettati semplicisticamente come sportswashing […]. Quell’etichetta, però, è troppo approssimativa per spiegare l’approccio dell’Arabia Saudita, o del Golfo in generale, allo sport. Mentre non lo è affatto la teoria del soft power di Nye, per cui lo sport può rivelarsi un importante strumento di persuasione, attrazione e convincimento».
Montague parte da un’idea semplice: il potere non è solo imposizione, ma capacità di sedurre. Joseph Nye lo ha definito soft power: il potere dell’attrazione, delle narrazioni, delle immagini. Nel calcio, nella Formula 1, nel golf o perfino negli eSports, i sauditi hanno trovato la leva perfetta. Il tifoso non riflette sugli equilibri geopolitici quando canta sugli spalti, eppure, attraverso quella passione, può arrivare a provare simpatia verso un Paese che fino a poco tempo prima percepiva come distante o ostile. «Se un cittadino saudita è un gran tifoso del Manchester United proverà sentimenti più positivi nei confronti della Gran Bretagna rispetto a chi non lo è», ricorda Montague citando uno studioso del fenomeno.

Lo sport costruisce ponti, ma questi ponti possono essere percorsi in una sola direzione: qui sta il confine fragile tra attrazione e manipolazione. Mohammed bin Salman lo ha capito in fretta. La sua Vision 2030 (il piano di riforme economiche e sociali che dovrebbe emancipare il regno dalla dipendenza dal petrolio) ha messo lo sport al centro della narrazione di una nuova Arabia Saudita: «Venne istituita la General Entertainment Authority, un dipartimento governativo che avrebbe avuto a disposizione due miliardi di dollari per gestire tutti gli eventi, specie quelli sportivi, che avrebbero proiettato l’immagine di un paese rinnovato e più aperto». Il problema, osserva Montague, è che l’attrazione si rompe facilmente quando incontra l’ipocrisia. «Se scopri che quello che ti sto raccontando è falso, allora il soft power non resiste, evapora. L’ipocrisia è un grande solvente del soft power». È la contraddizione che emerge con forza dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul: mentre Riyad investiva miliardi in Formula 1 e nel wrestling, l’opinione pubblica internazionale associava ancora il regno a quell’ombra inestinguibile.
La sezione del saggio dedicata al Newcastle United è tra le più rivelatrici. Quando il fondo sovrano saudita ha rilevato il club inglese, i tifosi hanno vissuto la vicenda con un misto di liberazione e inquietudine. Dopo anni di gestione Mike Ashley, accusato di aver svuotato il club e mortificato la passione cittadina, l’arrivo dei nuovi proprietari è stato salutato come una rinascita. «Le questioni etiche intorno all’arrivo dei sauditi non le sfuggivano. “Sono valide” disse [una tifosa]. “Nessuno è contento che altre persone soffrano, ma penso che bisognerebbe tenere separati calcio e politica”». Qui si coglie tutta l’ambiguità del soft power: la comunità, affamata di riscatto, accetta di farsi vettore della nuova immagine saudita. Per molti tifosi, l’identità del club conta più delle considerazioni geopolitiche. Montague racconta di bandiere saudite e shemagh indossati sugli spalti come simbolo di gratitudine, nonostante le critiche esterne. Lo sport diventa un linguaggio emotivo che supera le resistenze morali: se la mia squadra vince, posso convincermi che il resto sia secondario.
Uno dei passaggi più interessanti del libro è il parallelo storico: dal wahhabismo agli eSports c’è, infatti, continuità. «A partire dagli anni Settanta, il governo saudita ha speso settanta miliardi di dollari per esportare il wahhabismo nel mondo […]. Un soft power che ha portato direttamente all’ascesa del radicalismo islamico […] prima di rivelarsi un boomerang e minacciare il potere stesso della dinastia saudita». L’analogia è inquietante: ieri religione, oggi sport. In entrambi i casi, l’Arabia Saudita usa risorse economiche enormi per diffondere un’immagine, una visione del mondo, un modello culturale. La differenza è che, mentre il wahhabismo è stato percepito come esportazione ideologica, lo sport viene vissuto come intrattenimento. Ma l’obiettivo politico resta: consolidare influenza e legittimità.
La nuova frontiera, sottolinea Montague, è quella digitale: «All’inizio del 2021, l’Arabia Saudita aveva fatto il suo ingresso in quel mondo fondando il Savvy Games Group, un ramo del Pif che avrebbe investito nel settore. […] Attraverso Savvy, il Pif si impegnò a investire trentotto miliardi in quell’industria, più di sette volte rispetto al golf». Non più solo calcio e boxe, ma videogiochi ed eSports: l’arena in cui si formeranno le passioni delle generazioni future.

I numeri riportati da Montague impressionano: sono le cifre di una rivoluzione. «A oggi, è difficile trovare uno sport che lo Stato saudita non abbia comprato, nel quale non abbia investito o che non abbia portato nel regno. Per farlo, nel 2024 ha speso cinquantuno miliardi di dollari attraverso il Pif […]. Sono stati firmati oltre novecento accordi distinti di sponsorizzazione in giro per il mondo del valore di miliardi di dollari». Play the Game ha confermato queste stime: centinaia di sponsorizzazioni, dalla Formula 1 al tennis, dal calcio femminile all’atletica, con il PIF (Public Investment Fund) al centro di una ragnatela di accordi. Eppure la quantità di denaro non garantisce l’efficacia: secondo il Politico, il progetto LIV Golf, nato per rivoluzionare il golf mondiale, non ha cancellato le critiche internazionali e in alcuni casi ha rafforzato l’etichetta di “sportswashing”.
L’impressione che lascia Ingolfato è quella di una narrazione shakespeariana: un principe ereditario che usa lo sport come strumento di ascesa, una FIFA pronta ad assecondarlo, comunità divise tra etica e passione. Montague non cede al moralismo: mostra la complessità del fenomeno, la potenza attrattiva dello sport e la facilità con cui può diventare veicolo di potere. Il soft power, scrive, è legge dell’attrazione, non della distrazione. Non si tratta di “far dimenticare” le violazioni, ma di costruire una nuova immagine così seducente da spingere sponsor, tifosi e governi a guardare altrove. Il rischio è che i ponti costruiti dallo sport siano percorsi in una sola direzione: verso la legittimazione del potere che li ha finanziati.
James Montague ci costringe a fare i conti con la nostra ambiguità di spettatori. Ci piace pensare che lo sport sia neutrale, puro, separato dalla politica. Ma, come dimostra in Ingolfato, questa è un’illusione: lo sport è sempre politico, perché tocca l’identità, muove miliardi e crea immaginari. Ci rimane una domanda: quando festeggiamo una vittoria, un nuovo stadio, una competizione spettacolare, chi stiamo davvero applaudendo? La nostra squadra o il potere che ha reso possibile quell’evento?