Poeta e pittrice, autrice di racconti e attiva in campo culturale: quando nel 1947 si affaccia al romanzo per Mondadori, con Storia di Anna Drei, Milena Milani lo fa già come l’artista poliedrica che sarebbe stata per tutta la vita. Questo libro è ora ripubblicato grazie all’efficace sinergia dell’editore romano Cliquot e della Fondazione Museo di Arte Contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo con sede a Savona, custode di una voce tra le più «eclettiche del Novecento» ma anche, nella Pinacoteca Civica, di un centinaio di opere d’arte contemporanea donate dalla stessa Milani alla città natale, in una collezione permanente. La copertina evocativa creata da Silvia Franchini fa entrare nel testo, in quelle descrizioni della Roma del secondo dopoguerra dipinte dalle parole della scrittrice, che lì aveva vissuto nei primi anni Quaranta incontrando i suoi mentori Ungaretti e Cardarelli. Ma cortocircuita – come spesso nelle copertine di Cliquot – la storia che appassionerà lettrici e lettori, con giustapposizioni di figure, tratti e abbozzi ben armonizzati. La protagonista e Anna Drei si incontrano per caso, intrecciano un’amicizia in cui fanno capolino due uomini, Mario e Antonio, figure ambigue e fragili, istintive eppure rarefatte. Un gioco di coppie o forse no, in una pensione o in una stanza presa in affitto; sfondi per giorni lenti, nei quali si cerca e si perde il senso del vivere. L’inquietudine e la libertà vibrano negli esterni, dove gli affondi si fanno vivi nel colore:
«Nessun particolare pensiero mi attraversava la mente, se non il vago ricordo dell’Anna, di come avevamo dormito bene io e lei, di quello che scriveva Anna, straordinaria creatura. E anche sentivo l’inverno, le strade di Roma dov’era il vento, il freddo rigido che gelava il cervello, lo chiudeva in un cerchio di ghiaccio. Com’erano belle quelle strade per me, quando me ne andavo da sola verso primavera o in autunno, che c’era un sole tepido, gli alberi avevano foglie tutte verdi, passavano ragazzi vestiti a festa e sopra ogni cosa trionfava quel bel cielo azzurro. Ora il cielo era oscurato, tutto d’un colore di pietra, la gente se ne andava in fretta, con brutti cappotti, gli alberi erano senza vita. Ricordavo io certe giornate quando andavo lungo il Tevere e mi sedevo sul parapetto in punti poco frequentati, l’acqua tutta d’oro era pigra, allegri giovani passavano sulle imbarcazioni delle società di canottaggio, le casine “galleggianti” erano pavesate, qualcuno seduto sulle poltrone a sdraio si godeva il sole.»
Milani si presenta con uno stile lirico-pittorico diretto che ha già trovato una propria dimensione, cucita a una irriducibile malinconia che non manca mai di slanci vitali tipici della sua scrittura. Anna Drei scrive la sua vicenda in un quaderno-diario, si racconta da bambina, da ragazza e poi da donna: quello del manoscritto diventa un espediente narrativo che altera la percezione dell’io rendendo ambivalente ogni possibile elemento autobiografico. Ma gli scambi tra le due donne da subito inquadrano una seconda modalità propria di Milani, che abbiamo scoperto anche poco fa:
«Entrò aria nuova, un cinque secondi d’aria nuova, poi chiudemmo perché era notte e freddo. “In fondo” Anna disse “perché siamo nati”. “È difficile spiegarlo” risposi “chissà quanti l’hanno cercato”». (p. 40)
Non una domanda ma un’affermazione che sospende il tempo, come in poesia. Ed è proprio in questa continuità misurata di digressioni da prosa poetica e linearità narrativa che si innestano i dialoghi e le riflessioni dei personaggi al centro delle diverse scene. Scrive Rosella Postorino nella sua postfazione che con questo libro Milani aveva vinto il Premio Mondadori nel 1948 e costruiva un «modello dell’Esistenzialismo italiano». La traduzione di Pierre Sabatier usciva per Stock nel 1951 e fu apprezzata anche da Jean-Paul Sartre, celebre autore di La nausea che pare riecheggiare tra le pagine. Ma, come annota ancora Postorino, tra le righe si ascolta anche l’eco della Marguerite Duras di Moderato Cantabile, abile autrice in grado di architettare la tensione drammatica su tonalità e toni imprevedibili. «Tra noi due restava qualcosa, una zona d’ombra che era troppo cupa. Ci pareva di essere estranee» afferma l’innominata protagonista mentre cammina di notte, con Anna Drei, nella città deserta, quasi perimetrando l’abisso di corpi che non trovano spazio e vogliono annullarsi. Anna Drei diventa la doppia voce di Ersilia Drei in Vestire gli ignudi di Pirandello, un soggetto franto che nel secondo atto della pièce afferma: «io non posso più essere la stessa!». Un altro modello letterario impresso nel cognome. Quando i personaggi si smarriscono resiste una estraneità che pervade il testo: «Tutti quei giorni non erano, del resto, molto importanti: c’era come una tregua in tutto» (p. 91). È lì che la lettura fluttua, sul filo della spannung, prima del finale vagamente noir; è lì che chi legge individua quel «personaggio profondamente attuale e ricco di risonanze» che Anna Drei incarna, di cui parla la quarta di copertina dell’edizione Rusconi del ’78.
Con Storia di Anna Drei Milena Milani si affermava nel catalogo Mondadori, nella collana la Medusa degli Italiani, per compiere un passaggio dichiarato nei documenti della casa editrice milanese: «vorrei diventare una scrittrice importante», come ricostruiscono gli studi di Sabina Ciminari (2019 e 2021). Dopo l’esordio con la Edizioni del Cavallino di Venezia del compagno di vita, il collezionista Carlo Cardazzo, Milani compie un salto, insieme a Livia de Stefani, Alba de Céspedes, Laudomia Bonanni e altre scrittrici recentemente riscoperte da Cliquot. È a Milano che può iniziare sul serio la carriera di autrice, senza dimenticare la sua Liguria e Venezia, una delle città più amate. Il libro sarà anche uno dei pochi titoli che sceglierà di ripubblicare, insieme al celebre La ragazza di nome Giulio e Emilia sulla diga.
Ed è altrettanto chiaro che Milani abbia cercato, nella forma lunga del romanzo che oggi rileggiamo, di espandere la forma del racconto di cui è sempre stata maestra, dalla raccolta L’estate (1946) fino alle pubblicazioni su «Stampa Sera» e su altri quotidiani e riviste fino ai tardi anni Sessanta e oltre. È una delle espressioni dell’intertestualità della sua opera e una misura congeniale, in cui condensare il binomio dell’immediatezza poetica e della perspicuità narrativa. Un’intuizione, inoltre, affascina molte colleghe e colleghi in quegli anni, e anche lei. Inizia a frequentare «il paradigma dell’incomunicabilità che la allinea alla narrazione del cinema del regista svedese Ingmar Bergman e a quello di Michelangelo Antonioni» come riconosce Postorino e come abbiamo già espresso in Milena Milani. Un invito alla lettura (Digressioni editore). Si rivedono anche in Storia di Anna Drei, in secondo piano, alcuni fotogrammi di Crisi e di Piove sul nostro amore e non è un caso che il libro avesse trovato una traduzione in Svezia per Norlin, a cura di Karin De Laval. Il cinema, in controluce, si svela nei capitoli brevi del primo romanzo, si cuce sulle pause del testo, e conduce Milena Milani dal secolo scorso alla nostra contemporaneità, in cui ritrova casa.
In copertina: Milena Milani, fotograia di Mario Dondero
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