04.09.2025

Il treno come storia d’amore. Non era un mostro strano di Gianni Montieri

Un viaggio che, di treno in treno, di stazione in stazione, si trasforma in una metafisica dell’anima

Il treno come metafora, il treno come canzone, poesia, desiderio e arma politica. Gianni Montieri unifica tutta l’Italia nel suo racconto itinerante attraverso i binari delle ferrovie narrato in Non era un mostro strano (66thand2nd). È un viaggio senza direzioni né passaporto che approfondisce e rivela le molteplici dimensioni del vivere attraverso un approccio storiografico, sociologico, linguistico, ma soprattutto umano. Il vero vettore della narrazione è costituito infatti dagli incontri, casuali o fortuiti, dagli sguardi, rivolti all’esterno ma anche dentro sé stessi, che contribuiscono a creare una cartografia esistenziale, dell’anima. Il risultato è un libro dalla struttura contemporanea, costruito anzitutto per frammenti e pensieri, che si legge per episodi e lascia un’impressione vivida. Noi lettori, proprio come il narratore, non dimenticheremo la vecchina incontrata sulla panchina della stazione – così simile alla nonna, che diventa simbolo universale, ogni vecchina in fondo è una nonna, la nostra – e il ragazzo senza soldi né bagagli che viaggia stringendo tra le mani un cuscino; e ancora, un vagone rumoroso pieno di tifosi del Napoli che riporta l’io narrante agli anni tumultuosi dell’adolescenza. Il viaggio in queste pagine attraversa tutte le dimensioni della memoria, storica e personale, infine sfocia nelle traiettorie date dai futuri possibili.

Non era un mostro strano, Gianni Montieri (66thand2nd)

La prosa zampilla, a tratti appare onirica, rarefatta, è debitrice del linguaggio della poesia: Gianni Montieri prima che scrittore è soprattutto poeta, ha esordito pubblicando raccolte poetiche, da Futuro semplice (LietoColle, 2010) sino ad Ampi Margini (Liberaria, 2022), la sua però è anche una voce contaminata dal lessico del giornalismo e della cronaca sportiva, difatti è redattore per la Rivista Undici  e autore di romanzi e saggi a tema calcistico, l’ultimo dedicato al calciatore spagnolo Andrés Iniesta. Il calcio è uno dei numerosi temi toccati in questo libro, capace di farsi collante di una percezione tutta italiana e veicolo di una giovinezza inventata: ripercorrendo i propri viaggi da tifoso il narratore decostruisce sé stesso e, al contempo, riesce ad attingere al grande dizionario umano della condivisione. Non si è più sconosciuti in treno quando si fa il tifo per una stessa squadra e, spesso, a unire le persone è un legame più solido del sangue, come l’appartenenza a una stessa fede calcistica. Calcio e caffè sono i due poli dell’identità italiana, ma anche della vita di Gianni Montieri che nel pendolarismo continuo delle sue giornate si orienta seguendo il lessico del cuore «perché il treno è il mio oggetto, la cosa del cuore, come il pallone da calcio, i libri, i dischi» e «Caffè. Quelle cinque lettere sono la mia passione, come calcio, come libro. Dove c’è qualcuno che farà un caffè non può accadermi nulla di male».

Nell’esistenza di un singolo si intrecciano anche le stratificazioni date dall’appartenenza a un territorio, a una cultura, allora ecco che il treno si fa propaggine del mare del golfo di Napoli, città natale di Montieri, e sceglie da sé il suo paesaggio incuneandosi nelle larghe pianure, nelle vallate, nei boschi o nelle grandi metropoli, sino a toccare località sconosciute e abbandonate, come la stazione di Castagno o quella del paesino di Sant’Ilario resa famosa da una canzone di Fabrizio De André che tutti potremmo recitare a memoria ricordando il «cartello giallo con una scritta nera». Storia e bellezza, poesia e canzone, nel viaggio attraverso i binari rivive il «treno dei desideri» cantato da Celentano e La via ferrata di Giovanni Pascoli, ma anche le vite dei pendolari, il metaforico «mare grigio» narrato da Anna Maria Ortese. Gianni Montieri rovescia sulla pagina il proprio mondo spirituale creando una tessitura di connessioni astratte in grado di fondere letteratura, arte, poesia e musica – dai racconti di Grace Paley ai quadri di Casorati, da «Balla balla ballerino» di Lucio Dalla a «Campi Flegrei» di Bennato – sviluppando un dialogo itinerante che si muove di luogo in luogo, ma soprattutto di sogno in sogno, di stazione in stazione, dal paesaggio esteriore a quello interiore.  «Un treno che parte mi fa pensare sempre alla speranza» scrive Montieri e fa del treno, del suo mostro strano, un’incomparabile metafora di libertà che «agevola il transito libero delle persone, è per sua natura antifascista» e veicolo di connessioni umane autentiche, prive di barriere di razza, cultura e religione, poiché su un treno nessuno è straniero:

«Cosa dovrebbe essere un treno se non uno strumento che trasporta da un posto all’altro, oltre alle persone, il suono delle lingue? In fondo ogni treno, ogni stazione, ogni binario è un ricettore e, contemporaneamente, un propagatore di linguaggio (…). Se domandassimo a un treno di definire uno straniero non avrebbe risposta».

Ci sono treni fantasma e treni dei desideri, la memoria delle stragi passate e recenti: pagine commoventi sono dedicate all’attentato del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna («il fatto che la bomba fosse posta in quella di seconda classe. Sapevano quel che facevano, sapevano chi avrebbero ammazzato»), ma anche al forse meno noto disastro di Balvano nel 1944 che causò la morte di oltre 600 civili in fuga dalla guerra e dalla fame. Un viaggio attraverso la storia che si nutre di racconti, delle testimonianze della gente, degli anziani soprattutto – sono molti anziani a parlare in questo libro, interpellati dal narratore – forse perché gli anziani hanno un rapporto più stretto con la memoria e si portano l’intera esistenza sulle spalle, la contano e la raccontano per trattenerla ancora un poco. Siamo tutti passeggeri della vita, in fondo, e siamo tutti i passanti di qualcun altro, tutti in perenne transito indipendentemente dal mezzo di locomozione «chi è passato dove anche noi passavamo, avremmo potuto passare e perciò continuiamo a passare». Gianni Montieri ha lo sguardo acuto del poeta, riesce a catturare i dettagli e a trasformare l’invisibile in visibile, come il tempo che passa che in queste pagine itineranti acquista un peso e una dimensione. L’io narrante ha lo spirito dell’osservatore, di chi sa stare dentro le cose e, al contempo, ne è fuori e riesce quindi a cogliere il paesaggio proprio mentre lo attraversa.

«Il treno è un sentimento, non crede?» domanda il narratore a una passeggera di cui incrocia lo sguardo. Ed è in questa frase che possiamo cogliere il vero fil rouge dell’intero libro, come chi afferra finalmente il bandolo della matassa: ecco l’autentica cifra stilistica dell’autore, il suo proposito letterario, ovvero trasfigurare nella scrittura un itinerario sentimentale, una metafisica dell’anima e dell’immaginario. Non era un mostro strano non contiene una, ma tante, innumerevoli storie, un intero catalogo umano di gesti, sbadigli, giornali ripiegati e non letti, di attese e partenze, di promesse e rimpianti.  C’è la vita dentro queste pagine e tutto ciò che la vita comporta, con il suo bagaglio più o meno leggero di desideri, smarrimenti, ritrovamenti e incertezze, magnificamente tradotti nella metafora del viaggio lungo binari che si perdono all’orizzonte sino a far smarrire lo sguardo. 

Ampi margini, Gianni Montieri (LiberAria Editrice)

Dallo scorcio offerto dal finestrino di un treno lo sguardo individuale si trasfigura nell’universale e abbraccia così una storia che travalica la vita del singolo e riguarda invece quella dell’Italia intera. Tra i passeggeri ci sono anche le nostre madri, i nostri padri e i nostri nonni che magari hanno affrontato viaggi molto più lunghi e gravosi, attraversando il Paese da un capo all’altro come se facessero il giro del mondo. Memoria storica e individuale si fondono in un caleidoscopio di viaggiatori attraverso gli anni. C’è il sacro e il profano, il giro di vite, persone che pregano in cappella nella sala d’attesa e altre che mandano gli auguri al Papa, persino chi recita un padrenostro scaramantico per assicurarsi l’arrivo a destinazione. Infine tutte le storie sono storie d’amore e questo romanzo non è da meno, si apre con una partenza di coppia e si chiude con un ricongiungimento, poiché c’è «tutta la nostra vita distesa lungo un binario» e «l’attesa è promessa e accoglienza, è sapere che sta arrivando qualcuno, che qualcuna ti aspetta». È strano, per tutto il tempo della lettura abbiamo avuto la sensazione che fosse un io a raccontare, senza renderci conto che invece – e questa la vera sorpresa, ma anche la forza motrice, trainante, del pensiero – si trattava di un noi. Per concludere direi che è un libro da leggere viaggiando in treno, ma ripensandoci no, non è vero, poiché è un libro che ci fa viaggiare persino quando siamo fermi e non a bordo di una carrozza in movimento: questo è il potere recondito delle parole, farci viaggiare attraverso la vita a dispetto di ogni limite spazio-temporale. 

Siamo tutti a bordo di quel treno, del mostro strano, non solo i protagonisti di questa storia.

Immagine di copertina: Foto di wal_172619 da Pixabay

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