Ho la curiosa convinzione che si riesca a capire e conoscere meglio un autore non tanto dai suoi rinomati capolavori, ma dai libri meno riusciti, che spesso sono i più rivendicati. È negli errori e nei limiti dietro l’ordito che si comprende davvero la poetica che gli appartiene, quanto è grande il suo passo, le segrete ossessioni che lo tormentano, il volto nudo che si leva di dosso la maschera della perfettibilità. Mi sono così dedicata a Dolores Prato proprio nel modo che lei avrebbe preferito, che è il modo in cui scrive del passato: non per ordine diacronico ma affettivo. Il suo tempo proprio non è difatti un tempo che scorre, ma un tempo che ritorna, che si accende, come il tempo vissuto di Minkowski, per illuminazioni, odori, gesti, oggetti. È il tempo interiore della coscienza sensibile, la rêverie come un’immaginazione memoriale che non è necessariamente rievocazione fedele, ma risignificazione.
La sua è una resa pittorica, sensoriale di ciò che vede quando socchiude le ciglia: leggendo Le ore, con lei, tra parola e pennello, come fotogrammi, noi vediamo il pettine da lei spezzato alla notizia di dover andare a vivere dalle suore abbandonando Treia, l’atrio del convento, la divisa che indossava, le farfalle che cercava di catturare, il maggiolino infilzato con uno spillo, un micio crudelmente ucciso in un sacco nero dalla suorina, Dolores che conversa coi propri ginocchi seduta sul Buso, la Madrina che passa tra i banchi e la ignora, l’acqua appannata al limone – che del limone ha solo il sentore –, l’ostia e la salvia fritta, le suore senza mutande, le suore coi capelli rasati. Tutto questo e molto altro vediamo in questa cattedrale della memoria, seguendo il filatoio d’oro del racconto, che immortale, estrae e affresca i ricordi nel modo stesso in cui agisce l’amore, in un atto salvifico di suprema elezione. Avviene per pura gratuità che molti dei suoi ricordi entrino visivamente e spiritualmente a fare parte dei nostri, se si dà loro il giusto spazio.

Le pagine di Le ore (Adelphi) sono ferme, monocrome, prive di dialogo, una prova di raffigurare il vuoto: assenza di vicende ed emozioni, estraneità, separazione dal mondo. Una realtà ferma nell’asserire la negatività della vita: una realtà da cui Dolores scriverà di non aver imparato nulla, che le ha esclusivamente allontanato il mondo, negato di capire «quanto grande possa essere la felicità nel toccare la persona amata». Non esiste sviluppo, evoluzione individuale, se non in una rinuncia di sé e del proprio orgoglio in uno stato immune da cambiamenti, di coatta staticità. Nell’assenza di vita del collegio, estrema importanza assumono i luoghi e le cose, e infine svaniscono anche quelle, lasciando spazio solo alle parole. La capacità di Dolores Prato di espandere il tempo donandogli una vitalità unica, è pari allo sparire dell’autrice nel testo. Ci troviamo di fronte all’esperienza stessa, colta nei momenti delicati del suo trasmutarsi; parole precise modellano con duttilità periodi concisi, senza commento né compiacimento. Non c’è abbandono all’emozione personale, la ragione non prevarica e il sentimento non invade. Nella ricerca di ottemperare a un debito sacro verso la propria terra che il dolore ha avuto il potere di rendere viva, ferma davanti al tavolo, la sua mano ha eliminato con sicurezza tutto ciò che non appartiene all’essenza. È il rapporto con il tempo che più ci preme in Dolores Prato. Avendo esordito a 87 anni, e avendo trascorso tutta la sua vita a scrivere, il suo caso ci permette di interrogarci sul ruolo del tempo nella scrittura.
Sembra che il tempo a noi concesso nell’arco di una vita non basti davvero a creare le proprie opere, esso determina e obbliga a una cernita, a una scrematura, lo stabilire di cosa scrivere e osservare che lo stesso testo trascritto da ragazzi anziché ottuagenari, ci coinvolge in modo diverso. Molti libri appaiono frutto delle circostanze, più che delle coscienze. Se Dolores ha impiegato una vita mortale a dedicare quasi duemila pagine solo ai primi diciotto anni della sua vita, cosa avrebbe potuto fare sotto le spoglie dell’eternità? Il suo cammino ci sembra incompiuto, appena iniziato, eppure tutti quegli anni hanno permesso una ricca sedimentazione, che le ha insegnato a esercitarsi a dimenticare se stessa, a smettere di dividersi. L’oggettività ha bisogno di trasparenza. Carlo Emilio Gadda parlava di tutto ciò che profluiva contro l’idolo io, che veniva a «sommergere, col divin permesso, la coglionissima capa» e che «inespicabilmente corrompe l’immagine-feticcio d’un io che persiste e resiste, immanente al tempo, trionfante. Altra è la maniera dei vent’anni, altro è lo scrittore a cinquanta. E i pianeti pure si risolvono, le mode, l’esperienza, le necessità espressive degli umani». Ognuno di noi è un groviglio di rapporti fisici e metafisici. Ogni rapporto «è sospeso, è tenuto in tempo nel campo che gli è proprio, da una tensione polare». La quale, chiaramente, può variare d’intensità negli anni che scorrono.

L’assenza di Dolores in Le ore è tale, che si cerca di trovarla altrove, in Giù la piazza non c’è nessuno o in Scottature. C’è un segno esaustivo di lei in queste parole:
«Sono stata per la vita con la morte […] davanti. Nuotavo affannata in una grigia tempestosa zona acquosa senza rive, nuotavo alla ricerca di un ideale a cui afferrarmi, sul quale sostare dedicandogli la vita. L’ideale che doveva essere altissimo o non essere, non lo trovai. C’erano anche i venti che affaticavano il mio annaspare. Il più forte era quello dell’amore suscitato intorno dal mio brio e dal fascino della mia originale bellezza esplosa anche col naso rotto. Me ne convinsi a posteriori, allora lo ignoravo; un poco volevo ignorarlo. Ma la stanchezza arriva se non si afferra nulla e quella dell’anima è vicina all’irrealtà onirica. Rinunciai al sublime e mi lasciai spingere da quel vento che allora mi parve carico di tutti i valori umani; però scelsi io la direzione. Approdare sì, ma dove volevo io. Approdai nella landa immensa della delusione e lì restai rifiutando le mani che mi volevano liberare, chiudendomi al “vieni con me, sarai felice”. Restai dov’ero. Avrei voluto andarmene. Non potevo. Ero inchiodata dove avevo voluto approdare. E intanto, una cosa alla volta, tutto ritornava di quello che avevo dimenticato e disperso; di una cosa alla volta tentai il recupero. Tutto quello che ritornò, fu col fulgore della resurrezione».
Trovo raro il suo coniugare la grazia, con l’umorismo – un umorismo che nasce dalla crudeltà e non dalla cattiveria, «dalla crudeltà necessaria a contrastare la crudeltà della vita strappata giorno dopo giorno a ciò che si crede essere un destino, e dunque anche crudeltà contro se stessi nella verifica del proprio esistere nel complesso dell’umano», ma non ci si riesce a spiegare perché la si percepisce così fredda, amara e però con un che di volubile, impetuoso, coraggioso. Non vi è ferocia in questo atteggiamento del sé: la “meraviglia” di essere di fronte al creato «perché ero sola, perché non avevo quello che avevano gli altri bambini, certi episodi diventavano cippi miliari di una strada deserta; si dilatavano proprio perché intorno avevano il deserto. Forse proprio per questa mia solitudine m’incantavo davanti a tutto». È proprio quest’incanto a modificare la percezione del destino.
Le cose diventano vere epifanie, rivelatrici improvvise di una verità esistenziale che non apre però a nessun significato salvifico: piuttosto rivelazioni negative, segni di una verità arida, o momenti di consapevolezza del vuoto a cui Dolores si lascia andare con una voluttà sensoriale e nostalgica. Svetlana Boym ha proposto una distinzione tra nostalgia riflessiva e nostalgia restaurativa. Mentre la prima si limita a coltivare una visione estetica del passato, pur nella consapevolezza che esso non può né dovrebbe tornare; la nostalgia restaurativa vorrebbe resuscitarlo e si affanna a creare miti e storie atti a riportarlo in vita. Quella di Dolores Prato è piuttosto una nostalgia assertiva, che riporta pedissequamente e al contempo rispetta il passato. Il rischio è di rendere il passato l’unico obiettivo dell’azione verso cui è sospinto il nucleo immaginario della persona.

Il mondo di Dolores in un primo tempo non è analizzato rigorosamente, è evocato e immaginato. Questo mondo è il prodotto del pensiero in generale, cioè dell’immaginazione precisa. Ma una volta tracciato a grandi linee questo mondo, diventa possibile filosofare, o se si è ben capito, diventa necessario. Trionfano i particolari e la descrizione, trionfa la parola: da questa la Prato è visibilmente ossessionata. Quando Natalia Ginzburg vuole apportare modifiche ai suoi testi definitivi, Dolores rifiuta di muoversi, anche solo di un millimetro. Il suo purismo linguistico difende disperatamente la “purezza” della lingua contro l’afflusso dilagante delle parole straniere e dei neologismi, afflusso irresistibile tanto quanto l’evoluzione vitale stessa. Ella impugna metro e dizionario, ripercorre come la deriva e la direzione della semantica – soprattutto nel catarismo etico del collegio – abbiano cambiato la sua vita. L’atto creatore è posizione dell’essere ex nihilo: Dolores non è un capomastro occupato a rabberciare, ridipingere, rimettere a nuovo le facciate, e non è neppure un grande innovatore che costruisca da cima a fondo un nuovo palazzo. È invece un creatore che pone l’essere nel non essere di ogni preesistenza. Questa è la scelta con cui lima ogni parola, le piccole anomalie e persino le asimmetrie che esprime nel suo linguaggio con la verità di una condizione mista in cui c’è sia il bene sia il male e che ci lascia a metà strada fra l’ottimismo e la misantropia.
Cosa ne è stato della giovane Dolores? Possiamo rivivere ogni volta che vogliamo la sua infanzia senza trovare che abbia perso nessuna delle sue virtù, perché in esse c’è una compiutezza definitiva; siamo chiamati a partecipare, finché dalle sue mani non discende sulla narrazione stessa una specie di consacrazione che avvertiamo più acutamente. Sappiamo tutti di Treia e il collegio, ma come è cresciuta nel mondo? Che tipo di vita ha vissuto? Desideriamo ciò che è senza tempo, ma anche di sapere tutto ciò che è stato e ci resta di attuale. Ci avvicina a lei la meraviglia che ha prodotto la sua immaginazione non soltanto sulla vita in generale, ma sulla sua stessa vita. Lo scarto temporale, l’età di Dolores Prato, la rende ugualmente e insieme fuori dal tempo, quel tempo che le apparterrà per sempre: sa di morire. Da una parte è immersa dalla testa ai piedi nel divenire, o meglio è interamente lei stessa questo divenire, è temporale in tutto il suo spessore, di cui la presa di coscienza dura un certo intervallo di tempo. Dall’altra parte, grazie alla sua coscienza trascendente, sorvola questo tempo che la ingloba.
Quando leggiamo che alcuni critici l’hanno paragonata a Marcel Proust, si può capire facilmente il perché. Basti risollevare la parola memoria per evocarlo. Eppure Proust si occupa dell’anima molto più della Prato, e questa è una rimanenza non da poco. Citare i grandi porta a far brillare di luce riflessa i piccoli emulatori, ma non è neppure questo il caso. Semplicemente, è assurdo paragonare un certo libro a un cert’altro. Le opere di genio sono uniche, irripetibili, e i riferimenti sono il surrogato letterario della pubblicità. Naturalmente, affermare generalmente che esistano delle similitudini, conserva una parte di verità, ma quando la si applica all’insieme della letteratura, si trasforma profondamente quando la si applica a uno scrittore di genio.
La domanda più sincera che mi sono fatta, a fronte delle centinaia di pagine redatte sulle parole e il loro uso di Dolores Prato, è: cos’è davvero la scrittura, oltre la posa intellettualistica della lingua salvata e salvatrice, e la volontà di testimoniare un destino? Può essere una semplice ma amata compagna per la vita? Dolores ha pubblicato da anziana, ma ha passato tutta la vita come una vera scrittrice. Perché la scrittura non si avvicina forse alla Nascita? Una forma di rinascita individuale al di fuori del riconoscimento sociale? Una madre che l’ha covata e guidata – la madre che Dolores non ha mai avuto – e una casa che l’ha accolta? Ma perché mai la trascrizione dovrebbe mantecare e significare l’essente? Perché dovremmo onorare questi egoici amanuensi? Forse che gli scrittori dimostrano una particolare empatia verso gli uomini? Credo non ci sia alcuna volontà in questa comprensione, perciò alcun merito. Tuttavia il caso umano di Dolores Prato ci indica che per essere felici ci vuole tempo, molto tempo. Per lei è tutto di una bellezza disarmante, insopportabile. È l’eternità di un attimo che cerca di dilatare nel tempo. E l’arte è la distanza che il tempo dà alla sofferenza.
Immagine di copertina: treiamusei