18.03.2026

Il perturbante e l’utopia nei romanzi di Charlotte Perkins Gilman

Una retrospettiva sull’autrice che, tra Otto e Novecento, osò esplorare le ferite più profonde della condizione femminile

«Non si nasce donne: si diventa». Le parole di Simone de Beauvoir condensano un’intuizione che, già alla fine dell’Ottocento, aveva animato il pensiero e la produzione letteraria di Charlotte Perkins Gilman. Le sue opere affrontano questioni complesse e interconnesse, dalla maternità alla salute mentale, dall’economia del lavoro domestico alla dimensione utopica, delineando il profilo di una intellettuale che, nella seconda metà dell’Ottocento, osò guardare dentro le ferite più segrete e profonde della condizione femminile. Nata nel 1860 a Hartford, nel Connecticut, Charlotte Perkins Gilman fu scrittrice, sociologa ed economista, nonché una delle voci più radicali del femminismo statunitense tra Otto e Novecento. Cresciuta in una famiglia in cui era già presente un filone letterario, infatti sua zia era Harriet Beecher Stowe, l’autrice del romanzo La capanna dello zio Tom, Gilman sviluppò fin da giovane una sensibilità per la scrittura e la narrazione. Il suo matrimonio, il difficile rapporto con il marito e la depressione post-partum la costrinsero a cure mediche restrittive che la portarono a indagare i meccanismi sociali, economici e culturali che limitavano l’autonomia delle donne.

Ma perché i suoi romanzi possono essere definiti davvero perturbanti? Come ha teorizzato Sigmund Freud nel suo celebre saggio Das Unheimliche (1919), il perturbante nasce quando ciò che è percepito come familiare si trasforma in qualcosa di estraneo e minaccioso generando così inquietudine e orrore. Tale meccanismo emerge con particolare forza nell’opera di Charlotte Perkins Gilman, trovando la sua espressione più significativa nel racconto La carta da parati gialla. Scritto nel 1892 in appena dieci giorni, narra la storia di una donna costretta dal marito a una cura di riposo forzato in una casa isolata, dove viene confinata in una stanza con una carta da parati che la conduce giorno dopo giorno a una perdita di contatto con la realtà. La stanza domestica in cui si svolge la narrazione, da spazio apparentemente protetto, si trasforma progressivamente in un ambiente inquietante, fino a diventare il teatro della dissoluzione psichica della protagonista.

Gilman dà voce a una donna senza nome, affetta da quella che oggi si definisce depressione post-partum, ma che nella narrazione viene chiamata vagamente “depressione nervosa”. Non è lei ad autodiagnosticarsi: è il marito, medico di professione, figura autorevole e paternalista, a trasformare il suo malessere in una malattia da controllare, e lei in una paziente da disciplinare e tenere quanto più possibile a bada. La protagonista subisce così la famigerata e crudele rest-cure, il “riposo assoluto” imposto dai medici alle donne depresse: niente lettura, niente scrittura, nessuna attività fisica, creativa, professionale né sforzo mentale. Un trattamento brutale e disumanizzante per le donne, al contrario degli uomini, ai quali veniva prescritto in versione ribaltata: più esercizio, più azione e più movimento. È in questa gabbia dorata, una casa ben curata, un marito premuroso, cure incessanti, che la protagonista inizia a rifugiarsi sempre più nel proprio mondo interiore, l’unico che le rimane. E proprio lì, tra le pareti della stanza in cui è obbligata a vivere, la malattia comincia a parlarle con una voce nuova: attraverso una carta da parati gialla che il marito applica nella stanza in cui è relegata. Quella tappezzeria, inizialmente solo fastidiosa, si trasforma presto in un’ossessione più grande di lei. La donna comincia a intravedere sagome, movimenti e presenze misteriose, la soglia tra realtà e finzione si assottiglia, trasformando la narrazione in un ibrido a metà tra il genere gotico-femminista e il racconto autobiografico. Tra queste forme ne scorge una femminile in particolare, intrappolata dietro i motivi geometrici, la quale si aggrappa alla carta come a un confine da spezzare e diventerà per lei compagna di oppressione.

 «E cerca sempre di scappare. Ma nessuno può scappare da quel disegno – è come se volesse strangolarti; ecco perché ha così tante teste. Le teste ce la fanno a scappare, ma poi il disegno le strangola e le rivolta finché gli occhi non diventano bianchi. Se quelle teste fossero coperte o tirate via non sarebbe poi così male».

Al suo interno inizia a vedere anche un’infinità di altre donne, costrette a divincolarsi nel disegno. Questa immagine assume un forte valore simbolico, poiché allude alla condizione di molte donne del tempo, rese fisicamente e socialmente inerti da un sistema oppressivo, ma ancora capaci di mantenere un pensiero autonomo e di preservare la loro ribellione interiore. La protagonista e la donna intrappolata nella carta condividono così lo stesso destino: aspirano a fuggire dalla condizione di reclusione in cui sono confinate. Una vorrebbe uscire dalla stanza; l’altra dal groviglio di linee in cui è imprigionata. Ma entrambe sono bloccate da un sistema che le immobilizza, le osserva, le zittisce. La stanza è pertanto metafora della società patriarcale, uno spazio apparentemente protetto ma in realtà soffocante, in quanto causa di uno dei maggiori impedimenti al libero sviluppo femminile.

«Questa carta mi guarda come se sapesse che cattiva influenza sta avendo su di me!» Ed è proprio questa tensione, questo desiderio di evasione che non trova sfogo, a rendere la scrittura della Gilman così perturbante: ci mostra che la follia non nasce all’interno delle donne, ma dalle mura e dalle persone, apparentemente buone e premurose, che le circondano. In questo ribaltamento si può riconoscere la visione utopistica di Charlotte Gilman, che consiste nel mascherare forme di amore e apprensione dietro a evidenti abusi e angherie.

Uno degli elementi più innovativi della scrittura di Gilman è l’uso della prima persona diaristica, che crea un effetto di immersione psicologica a tutti gli effetti. Il lettore non è esterno alla narrazione, ma viene incanalato nel romanzo e dentro i pensieri della protagonista. Anche il simbolismo cromatico riveste un ruolo centrale e inedito nel racconto: nell’immaginario ottocentesco il giallo era tradizionalmente associato alla malattia, richiamando patologie come l’ittero o la febbre gialla. La tappezzeria gialla descritta nel racconto diventa così una potente metafora visiva di un malessere che non è soltanto fisico, ma soprattutto mentale, capace di insinuarsi nello spazio domestico e di contaminare progressivamente la coscienza della protagonista. Ma cosa rende la scrittura di Charlotte Gilman tanto vivida e realistica? Le tracce dello studio sulla depressione post-partum e sul controverso rimedio della rest-cure affondano direttamente nella vita privata della scrittrice. Fu lei stessa, infatti, a sperimentare sulla propria pelle un profondo esaurimento nervoso dopo la nascita della sua prima figlia, venendo così forzata dal marito e dalla famiglia a un’inattività totale che avrebbe segnato profondamente la sua sensibilità e tutta la sua raccolta letteraria. Charlotte Perkins Gilman visse la propria vita seguendo un’unica regola: la sua. Non sorprende, dunque, che abbia deciso di sottrarsi all’agonia del carcinoma mammario scegliendo una morte consapevole, ovvero il suicidio, inteso proprio come ultimo atto di autodeterminazione, anziché lasciarsi consumare dalla malattia.

Alla fine dell’Ottocento, essere donna significava non avere diritto a momenti di fragilità: qualsiasi manifestazione di tristezza, inquietudine o disagio psicologico veniva rapidamente interpretata come “isteria”. Questa etichetta non nasceva solo all’interno dell’ambiente familiare, ma era sostenuta e legittimata anche dal mondo medico e dal contesto sociale dell’epoca. Bastava poco per ritrovarsi rinchiuse in ospedali psichiatrici, spesso senza alcuna possibilità di replica. Tra Otto e Novecento, il disagio femminile era sistematicamente medicalizzato, pertanto bastava palesare sofferenza o rifiutare i ruoli imposti perché la sfera sanitaria, influenzata da pregiudizi di genere, parlasse di fragilità mentale e legittimasse l’internamento. Quelle donne non erano affatto malate: il loro malessere interiore veniva interpretato come follia e represso attraverso la reclusione, anziché essere ascoltato e compreso. Un’eco significativa di questa costrizione domestica si ritrova anche nel pensiero di Virginia Woolf, che in Una stanza tutta per sé rivendica la necessità per ogni donna di possedere uno spazio fisico e mentale autonomo per poter creare e pensare liberamente. Come accade alla protagonista del racconto della Gilman, anche per la Woolf la mancanza di autonomia diventa una causa di invisibilità, silenzio e soffocamento della soggettività femminile.

Ma Gilman non si limita a smascherare il dominio patriarcale: ne indaga anche le radici economiche. Per questo è considerata una delle prime teoriche dell’economia domestica come strumento di emancipazione femminile. Scrisse una serie di racconti sulla corretta amministrazione domestica, non un manuale per “brave casalinghe”, ma dei testi in cui invita le donne a gestire da sole il proprio patrimonio. Insegna come una donna possa essere madre, moglie e lavoratrice senza dover delegare agli uomini il potere di decidere. Il testo si intitola La governante e altri problemi domestici, ed è composto da cinque brevi racconti. Per comprenderne la portata rivoluzionaria, bisogna tornare al contesto storico in cui è stato scritto, un’epoca in cui le donne non percepivano alcun salario e la dipendenza economica dal marito era totale. In questi racconti, la casa diventa un luogo capace di trasformarsi in un ambiente autosufficiente e creativo, un punto di partenza per il riscatto femminile.

Questa ridefinizione simbolica dello spazio domestico apre inevitabilmente a una più ampia riflessione sui ruoli femminili tradizionali, tra cui quello materno, che Charlotte Perkins Gilman rilegge in modo profondamente innovativo. L’istinto materno non doveva essere un sentimento egoistico rivolto alla propria prole, ma una condizione per costruire l’identità femminile. In età contemporanea, nella metà del Novecento, narrano di genealogia e potenza materna due importanti filosofe: Luce Irigaray e Luisa Muraro, le quali condividono e riprendono le prospettive della Gilman. Tutte e tre rifiutano l’idea della maternità come destino naturale e oppressivo, al contrario condividono la visione del ruolo di madre come sinonimo di libertà e relazione, non di annullamento del proprio essere donna.

Accanto a questa rappresentazione della condizione femminile, Charlotte Perkins Gilman sviluppò anche una riflessione di segno opposto, affidata a un romanzo di impianto utopistico, in cui propose una visione alternativa della società e del ruolo femminile. La Gilman nel 1915 scrisse la prima utopia femminista dell’età contemporanea: La terra delle donne, Herland e altri racconti (1891-1916). Duemila anni senza gli uomini, in cui intreccia fantasia, utopia e avventura per trasportare il lettore in un luogo sorprendente. La storia si snoda attraverso lo sguardo di tre uomini, un medico, un ricco magnate e un sociologo, i quali per una spedizione scientifica approdano in una terra sconosciuta, un paese pacificamente abitato da sole donne. Una società in cui l’invidia, la gelosia e la rivalità non trovano posto. Una prospettiva opposta emerge ne Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, scrittrice della seconda metà del Novecento, che nel suo romanzo immagina una società in cui le donne sono ridotte a strumenti riproduttivi e totalmente soggiogate al potere maschile e al regime totalitario dominante. Gilman propone invece una visione radicalmente diversa, invitando il lettore a immaginare un mondo in cui le donne vivono guidate da un profondo senso di cooperazione, unione e responsabilità collettiva. La cosa più eclatante è che sono prive della tutela maschile e, nonostante ciò, riescono nell’impresa di governare autonomamente una mini comunità. Questo scenario si potrebbe mettere a confronto con la commedia Ecclesiazuse (Le donne al Parlamento) di Aristofane, in cui si immagina il governo della città di Atene affidato al controllo di un solo gruppo di donne, le quali instaurano un sistema comunistico radicale. La sola differenza è che, qui, il ribaltamento del potere femminile ha tutt’altro fine: Aristofane utilizza l’utopia come espediente comico per denunciare le fragilità della democrazia ateniese. Diversamente accade nell’opera di Gilman, la quale costruisce un territorio nuovo in cui le donne sono delle efficaci organizzatrici e il loro fine è quello di portare benessere e risistemare gli ordini della gerarchia sociale.

Si può affermare che all’interno della produzione di Charlotte Perkins Gilman convivono due prospettive profondamente diverse, che permettono di cogliere sia la denuncia delle strutture oppressive della società patriarcale sia l’elaborazione di un’alternativa possibile. La carta da parati gialla e La terra delle donne si possono definire agli antipodi tra loro: l’uno, un ritratto pessimistico della condizione femminile all’interno della società, nella quale le donne sono in una condizione subalterna. L’altro incentiva e tenta di convincere i destinatari, la società patriarcale, a credere nella sua visione e a valorizzare le potenzialità femminili non come semplice alternativa, ma come forza motrice per scardinare i paradigmi esistenti e riprogettare l’architettura stessa del vivere civile. Per tutta la vita, Gilman trasformò le sue convinzioni, le sue paure interiori e le sue ferite in parole, utilizzando la scrittura come strumento di denuncia e di liberazione. Ed è proprio in questa capacità di dare voce ai propri ideali e alle proprie fragilità che risiede la sua forza più autentica: quella di una donna che, nonostante tutto, è rimasta libera fino all’ultimo e che ci ha tramandato opere che continuano a dialogare con il presente, più che mai attuali nelle loro intuizioni e nel loro ardire. Opere che, per certi aspetti, fanno paura per la loro schiettezza, se si considera l’epoca in cui furono scritte. Ma allo stesso tempo ci mettono di fronte a una realtà che, ancora oggi, resta dura e stenta a cambiare. Eppure, proprio per questo, fanno ben sperare e ricordano l’importanza di trovare sempre la propria voce, anche negli angoli più reconditi di questo mondo.

Immagine di copertina: da Literary Hub

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