Quando percorri la Puglia in auto, chilometro dopo chilometro ti ritrovi in un mondo nuovo, a nord con le montagne del Gargano e le foreste dei Monti Dauni, per scendere verso la distesa del Tavoliere con le sue pale eoliche, i castelli della Bat e il mare; la grande città, la Murgia e la valle d’Itria, sino ad arrivare in terra salentina. Una terra ancestrale e mistica, che i pugliesi conoscono bene, ma di cui gli stranieri si innamorano a prima vista. Ed Emilio, protagonista di L’affascino di Manuela Maddamma (edito Fandango) resta agganciato al Salento per quasi tutta la sua vita. A Tricase, a Nardò, a Galatina. A Mira, il suo amore selvaggio.
«C’è una stagione per ogni uomo in cui il vagabondare si quieta. Ci sono dei giorni che brilleranno indelebili, poi, in cima agli scaffali dei ricordi, giorni in cui piano piano l’orizzonte si fa più nitido, giorni che porterà con sé per il resto della vita. Per me quella stagione è stata la tarda estate del 1972, il sole malinconico e feroce del Salento. La terra d’argilla, i crateri lunari della via del sale, gli abissi profondi della marina di Funnuvòjere; il dialogo con i menhir dai nomi sacri e di fantascienza – “Osanna”, “Avvistamenti” – il veleno del ragno, i massi della Vecchia, i muretti a secco e tutta quella curiosa abbondanza di strade complanari, ulivi contorti come braccia di un dio intrappolato nella terra, paesi bianchi come sudari, piscine naturali come specchi d’acqua e le spiagge eteree di Ugento separate dalla terra da una sciarpa di arbusti profumati; lo splendore di Otranto con la Torre del Serpe immaginando la bella Idrusa dell’Ora di tutti (quanto avevo amato quel libro!), gli scogli ostili e affilati che incastonano gemme di mare. I giorni velati di nebbia che cancella le rocce e che ti si attacca sulla pelle come ovatta bagnata, ti lasciano cieco e senza respiro, quelli che chiamano i giorni della Lupa.»
Ma Emilio non scende da Roma per tuffarsi nel mare salentino, Emilio segue i suoi studi legati alla magia del tarantismo. E ne viene contagiato. Quando si arriva a Galatina, nell’immensa piazza dove sorge la chiesa madre ai SS. Pietro e Paolo, se si svolta leggermente a destra si trova una piccola cappella, dedicata a S. Paolo, densa di storia. Secondo la leggenda, San Paolo fu ospitato a Galatina e per compensare la pietà del religioso che lo aveva aiutato, donò ai suoi abitanti il potere di risanare, facendo il segno della croce sulla ferita, i morsi da animali velenosi. Dietro la cappella, detta casa di S. Paolo, si trova il pozzo con l’acqua santa, che sempre secondo la leggenda, si formò grazie al santo e che se bevuta dai malati, assieme al segno della croce, guariva dal veleno. Queste leggende ancora risuonano a Galatina, sono risuonate negli studi antropologici di Ernesto de Martino, e risuonano anche nel romanzo di Manuela Maddamma. Emilio, preso dalle sue ricerche, riesce ad assistere a un rito di guarigione.

Che fossero spesso le donne le tarantate, spiega de Martino, era normale in una società contadina, patriarcale, dove subivano pressioni sociali, abusi, abbandoni, repressioni. Il tarantismo aveva una valenza doppia, da una parte il sacro, la questione religiosa e culturale, legata al santo e al rito musicale, dall’altra un malessere patologico e psichico (la depressione, gli spasmi, la rabbia, i deliri), per tradizione dato dal morso del ragno. Dichiararsi “tarantate” era un atto paradossale: se macchiava l’onore della famiglia con lo stigma della follia, permetteva però una liberazione corporea necessaria, trasformando una sofferenza muta in una danza di guarigione. Manuela Maddamma riesce a descrivere, in un capitolo dalla scrittura onirica e cinematografica, il rituale, con una potenza che quasi riesce a farci assistere dal vivo. Le pagine ricordano il documentario La Taranta diretto da Gianfranco Mingozzi, e girato dall’equipe di de Martino.
«Il corpo si squassava in spasmi violenti. Si ribellava a oppressioni millenarie, si dibatteva per respirare, per squarciare il sudario che lo soffocava. Poi si inarcò, braccia e gambe puntate al suolo, il ventre offerto al sole: la Donna si fece ragna. E come un ragno cominciò a errare sul pavimento, avanti, indietro, di traverso. Fedele seguiva tutto con una concentrazione innaturale, il mio pensiero invece si spense, vinto dalla musica, schiavo della vestale, vittima del suo tormento.»
La tenda della misera abitazione si muove, si anima, e la tarantata entra in preda agli spasmi, «la musica si alzò, frenetica, labirintica, ossessiva, tamburo, sonagli, violino, organetto». Un viso sacro trasfigurato dalla sofferenza, le grida, il dolore e poi la benedizione. Emilio si ritrova catapultato tra superstizione e magia, in un mondo al confine tra il pagano e il divino. Quell’atto miracoloso e oscuro porta Emilio a lasciarsi andare alla sua passione per Mira. Il romanzo di Maddamma è diviso in due atti, quasi quanto il rito di guarigione, tra la danza sfrenata e la confessione a S. Paolo. C’è il prima, ambientato nel 1972, in un’estate afosa e potente, e c’è il dopo nel 1988-89, quando il rapporto con Mira è mutato, e i fantasmi di quel rito e di quell’amore perseguitano il protagonista.
«È difficile raccontare una storia tutta di attese, una storia in cui l’intreccio è fatto dalle esili maglie di ciò che potrebbe accadere e non accade, in cui ciò che avviene è quasi nulla, un nulla fatto di sguardi sfuggenti, di gesti ineffabili e parole non dette. Ma tant’è, così è stata la mia vita dopo allora.»

Dopo il Salento, dopo Tricase e il tarantismo, Emilio torna nella sua Roma, e qui, una volta persa la sua fonte di felicità e il suo legame con l’amore, si rifugia nei suoi ricordi, nella sua casa troppo grande, nei silenzi. Ed è in quella casa, come in un perfetto horror, che nasce e si crea il seme del peccato, del dolore che tormenta Emilio, lo tiene in stallo. Quando dopo anni Mira torna a farsi sentire e manda sua figlia Irma, a Roma, da lui, la volontà di riprendersi la vita torna a scorrere nelle vene di Emilio. Ma quella bambina che aleggia nella sua casa, quello spirito della colpa, tormenta l’adolescente Irma, piena di paura, per la novità, per la nuova vita nella scuola di danza, per il suo corpo che comincia a crescere e a darle l’aspetto di una donna. Due momenti della vita di Emilio che si riannodano per scavare nell’ignoto del suo inconscio. L’affascino non racconta solo gli uomini e le donne, ma racconta anche i luoghi, le terre del Meridione, la capitale, le case immerse nei misteri e nelle maledizioni. Racconta di Emilio, delle sue ossessioni e del suo amore per Mira, di Irma, della sua fragilità, della danza e della perfezione, racconta di lei, della bambina mai nata, che possiede Emilio e la sua casa, che tormenta Irma, la bambina viva.
Due storie, due tempi, due riti, due guarigioni. Vite che si intrecciano, superstizioni e tradizioni di un popolo, oscuri e sinistri presagi, coscienze che vivono. Manuela Maddamma lo fa con una scrittura che viene dall’anima, viscerale, intensa, che arriva al suo climax e trascina nell’oscurità. Visionaria, cinematografica, e intima. Prima persona maschile e voce femminile diaristica, un uomo che si sfalda, il femminile indivisibile. Una lettura che sconvolge, penetra e crea fascinazione. Un horror gotico che riesce a dare luce al Salento, alle sue meraviglie e al suo folklore, e ai rapporti umani, all’amore, alla passione.
«Non sono vane le parole della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti, l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la stretta definitiva?»
Immagine di copertina: video Salento