Madeleine Thien torna in libreria con Il Libro dei ricordi, un’opera politica tradotta da Anna Tagliavini e pubblicata da 66thand2nd che indaga il tempo, l’identità, la memoria. Si tratta di un romanzo speculativo che mette al centro tre grandi personaggi del passato costretti all’esilio – il poeta cinese Du Fu, Baruch Spinoza e Hannah Arendt – per riflettere sulla migrazione nel mondo contemporaneo.
Non è la prima volta che Thien, considerata una delle voci più importanti della narrativa internazionale, si sofferma sulla storia, sui ricordi e sulla loro possibilità di essere cancellati, rimossi o manipolati. Anche nei suoi titoli precedenti usciti in Italia – penso a Certezze (Mondadori) o a Non dite che non abbiamo niente (66thand2nd) –, la storia occupa un ruolo decisivo, il passato si immette nel presente condizionando l’agire e il destino dei loro protagonisti.
Nel suo ultimo romanzo narrato in prima persona, una bambina di sette anni, Lina, sfugge col padre, Wui Shin, alle inondazioni del Delta del Fiume delle Perle e approda in un’enclave chiamata il Mare – come rivela l’incipit: «Mezzo secolo fa, durante la stagione delle piogge, quando avevo sette anni, io e mio padre arrivammo al Mare. Era sera tardi e gli edifici erano vetri colorati sullo sfondo della notte. Ricordo che sbarcammo nell’acqua, attraversammo la spiaggia, entrammo nel portone scolorito del Mare».
Il Mare, nelle pagine della Thien, è un luogo di transito, è una struttura enigmatica circondata dagli oceani e abitata da persone provenienti da epoche diverse. I suoi edifici sono fatti di tempo e hanno impianti labirintici che rischiano di trasformare un soggiorno in una detenzione, un passaggio in una stazione permanente. Il Mare, dunque, ha una doppia faccia: salva e imprigiona. Enrico Fravega, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova, precisa nell’introduzione al libro Crocevia Mediterraneo (elèuthera) dell’Equipaggio della Tanimar: «Non si può comprendere come il mare possa essere, al contempo, uno spazio di incontro e un battleground, senza stare in mare». Questa stessa ambiguità si riscontra ne Il Libro dei ricordi dove il Mare riunisce i rifugiati di ieri e di oggi, da un lato, e dall’altro è una sala d’attesa infinita o un campo di battaglia.

Lina e suo padre, di fatto, si fermano lì.
Trovo questo dettaglio significativo perché l’iter di chi emigra è spesso costituito da attese imposte e prolungate fino all’inverosimile. Le persone che emigrano – come afferma Florian Grosser nella postfazione al saggio di Günther Anders L’emigrante (Donzelli) uscito per la prima volta nel 1962 sulla rivista “Merkur” – sono obbligate «ad attendere che le cose vengano loro concesse, accordate o risparmiate, e ciò non di rado tramite procedure poco trasparenti, o addirittura arbitrarie su cui non hanno nessun influsso». Lina e Wui Shin non riescono a lasciare il Mare, l’enclave che, dapprincipio, è solo «una sosta sulla via verso un posto migliore».
I pensieri di Lina sono spesso rivolti alla madre, alla zia e al fratello da cui si è dovuta separare nella fuga. La vita di chi emigra è fatta anche di strappi, di rotture, che Madeleine Thien racconta magistralmente. La famiglia della protagonista si smembra. Padre e figlia si mettono in cammino portando con sé tre volumi di una raccolta dedicata alle vite dei grandi viaggiatori. Alle loro vite, ne aggiungono altre tre. La vita, in generale, e quella di chi emigra ancora di più, non è mai una sola. S’interseca a quella degli altri ed è fatta di cesure e cuciture, fini e principi, che si alternano secondo una logica imperscrutabile.
Scrive sempre Günther Anders, rivolgendosi a un tu immaginario, nel saggio sopra citato:
«Io non ho avuto una vita. Non ricordo. Gli emigranti non ci riescono. Di quel singolare, «la vita», noi, incalzati dalla storia universale, siamo stati defraudati.
Ti sento obiettare: nessuna vita è al singolare; nessuno ha una vita sola; non ci sono biografie che non si suddividano in fasi; per «vita» intendiamo appunto l’unità di queste fasi distinte; e che la vita si strutturi in fasi non distrugge il ricordo.»
Ogni esistenza, anche quando declinata al plurale, serba i ricordi, cosa affatto scontata nella migrazione. Chi è costretto a emigrare, fa esperienza di una perdita di mondo, del mondo familiare, conosciuto, a cui può fare seguito una perdita di sé: questo è il rischio di cui scrivono il filosofo tedesco Günther Anders – costretto a lasciare la Germania nazista e a rifugiarsi prima in Francia, a Parigi, e poi negli Stati Uniti – e la scrittrice canadese di origini cinesi e malesi Madeleine Thien. Il Libro dei ricordi, pur muovendosi sul terreno della finzione, si rivolge al nostro tempo analizzandone i lati in ombra, i fenomeni più scabrosi: dittature, persecuzioni, guerre, crisi climatiche, di cui la migrazione è un effetto, una conseguenza.

La memoria interviene cercando di tenere assieme le tante vite di chi emigra, di salvare i ricordi dall’oblio e dalle storture, di frenare l’impulso erosivo del tempo. «Le cose devono dimorare nei viventi, per non scomparire dal mondo e cessare di esistere», scrive Thien. Ogni persona sembra così tenuta a farsi incavo o scrigno per offrire rifugio alle cose, agli eventi. È la stessa funzione che ha la scrittura quando raccoglie, custodisce e interviene colmando vuoti e lacune:
«Il Libro dei ricordi, sebbene legato alla storia, si sofferma su momenti per i quali le certezze biografiche sul conto di Du Fu, di Spinoza e di Arendt sono inesistenti, insufficienti o labili. In questo modo ho voluto esplorare non solo le vite dei singoli ma i tempi, l’assenza di tempi, l’assenza di nomi.»
Questo passaggio è tratto dai ringraziamenti, dalle pagine finali del volume, dove Thien mette a nudo la procedura a cui si è affidata per scrivere il romanzo e che coincide col tentativo di riempire con l’immaginazione i vuoti biografici delle personalità di Du Fu, Spinoza e Arendt – che nel libro diventano Giove, Bento e Blucher. Tale procedura richiama, per certi aspetti, le parole introduttive di Mary McCarthy all’edizione americana del saggio La vita della mente di Hannah Arendt. McCarthy, nominata da Arendt curatrice testamentaria del suo saggio, si ritrova – dopo la morte della filosofa – a doverlo accompagnare alla stampa e decide di portare avanti l’incarico immaginando reazioni e opinioni dell’amica scomparsa:
«A occhi chiusi, parlo con un fantasma quanto mai vivente, che ha fatto di me la sua dimora, arresta il movimento della mia matita, provoca cancellature e controcancellature.»
Hannah Arendt non c’è più, ma la sua presenza si fa tangibile nella stanza della sua curatrice. Ciò che manca può essere immaginato, le assenze possono diventare cosa viva e manifestarsi sotto forma di dettato o racconto. Questo ci suggeriscono la prefazione di Mary McCarthy a La vita della mente e, l’opera stessa di Madeleine Thien.