A ben guardare, la letteratura, quella buona, si occupa di quei due o tre misteri che le altre forme di conoscenza, come la fisica, la biologia, la sociologia, riescono a scalfire ma non a penetrare: l’amore, il male, i legami di sangue, la morte. Perfino un saggio imponente e ricchissimo come Biologia del bene e del male di Robert Sapolsky, che studia, sviscera ed esplora le basi fisiologiche della morale, mette in guardia dal rischio che si corre ogni volta che si crede di aver trovato, nel DNA, nell’equilibrio degli ormoni, nelle volute del cervello, nella struttura della società, le cause ultime che determinano il comportamento umano: il problema, dice il brillante Sapolsky, non è mai riconducibile a un’unica spiegazione. I romanzi non cercano di spiegare nulla ma, quando dietro c’è una visione forte della letteratura, riescono a mettere in scena un dilemma che solo il lettore può tentare di scalfire.
Ed è quindi importante che l’amore, il male, la famiglia e la morte riempiano le pagine de Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi, vincitore del secondo premio nazionale di narrativa indetto dalla casa editrice Neo Edizioni. È una storia cupa e perturbante, con uno sguardo che si inabissa in certe caverne senza nome, luoghi per i quali nessuna scienza ha trovato la giusta catalogazione; è anche, per certi versi, una storia di indagine ontologica, in cui lentamente la verità si dipana lungo le tappe di una via crucis che il protagonista infligge a tre persone; ma paradossalmente, a mano a mano che la luce della conoscenza illumina questa specie di enigma esistenziale, il buio diventa sempre più fondo.

La trama, in poche righe: in un paesino di montagna non chiaramente identificato, Olga, una donna considerata ritardata e che sente le voci dei bambini morti, mette al mondo Lucas, incapace di ridere e muto fino a sei anni. Quando Lucas è ormai grande, porta don Raffaele, un maresciallo e dei carabinieri nel bosco, dove svela, uno dopo l’altro, gli orrori di cui si è macchiato. Nel suo racconto, però, non c’è alcun pentimento, e nessuna richiesta di assoluzione: è lui, invece, che punta il dito contro quello che egli ritiene essere il vero colpevole di questa tragedia.
Cos’è il male e cos’è la colpa? Può esserci assoluzione se manca il pentimento? E che responsabilità ha Dio, inventore del peccato originale, nelle nostre vite? Mentre Olga, un capitolo alla volta, narra la tragica storia della sua vita, che è il terreno sul quale crescono i fiori infelici, in parallelo Lucas e don Raffaele si scontrano sui temi che da sempre sono il campo da gioco della letteratura, senza cercare scorciatoie, compromessi, facili soluzioni. Lucas è un essere umano abominevole al quale è impossibile affezionarsi ‒ i personaggi lo prendono a pugni e a calci, gli sputano addosso, e anche il lettore potrebbe arrivare a provare la medesima tentazione; eppure (ed è questa la grandezza del libro) o Lucas non è un mostro, oppure lo sono tutti. Perfino il nome di Lucas nasconde un segreto agghiacciante che nessuno ha il coraggio di dire. Nel bosco dietro il paese, ricoperto di capelvenere, orchidee selvatiche, lingue di cervo, pioppi tremuli, biancospini, la linea che separa il bene dal male è labile, confusa, a tratti indefinita e anche i personaggi convinti di essere dalla parte giusta si trovano a dover fare i conti con l’accusa implacabile di Lucas, che scoperchia il segreto che condividono tutti. Imparentato, in qualche modo, con Il profumo di Suskind (questa è stata la mia impressione), se ne discosta proprio nel rapporto con il male, qui più ambiguo e articolato: la ferocia di Grenouille è sterile perché solipsistica, e inconciliabile con l’umanità, come se ne fosse la sua negazione; nel romanzo di Lucchi, invece, il male finisce per essere l’espressione tremenda di un’altra faccia del bene.

La lingua del libro, attenta e sapientemente bulinata, priva di qualsiasi sbavatura, sorregge la struttura solida di questa storia, capace di avvincere anche il lettore più esperto, non con trucchi o astuzie, ma attraverso la forza della sua necessità. La parola che compare più spesso è “figlio”, 177 volte, quando Olga parla di Lucas, creatura amatissima che lei protegge fin dal primo giorno contro tutti; e poi, una dopo l’altra, in questo ordine, padre e nonno (entrambi a 106), casa (81) e madre (63): il terreno di coltura dell’odio di Lucas è la famiglia, ed è verso i legami che uniscono le famiglie degli altri che rivolge la propria sanguinosa vendetta. L’odio, che aleggia nelle case, nel bosco, nel perimetro asfittico del paese (55 occorrenze), si trasmette di generazione in generazione, e gli è sufficiente sfiorare qualcuno per trascinarlo nel suo gorgo. Poi vengono Dio (54) che è allo stesso tempo onnipresente e del tutto assente, e il bosco (42), dove ogni cosa si compie; il male (45) è tallonato da vicino dal bene (42), e più lontano dall’amore (20). Questi sono i mattoni con cui Lucchi costruisce la dolorosa morsa che ci stringe il cuore. Ancora, la letteratura deve avere il coraggio di occuparsi proprio di questo, senza timori e infingimenti, cercando nell’essere umano l’osso duro che si nasconde dietro la carne rosa; e la missione che la Neo Edizioni si è data è meritevole per la coerenza con la quale viene portata avanti.
E chiudendo il libro, finita l’ultima pagina, mi è venuto in mente un verso del poeta Franco Marcoaldi: «è lungo / è denso / è senza forma / il male».
Potrebbe essere l’esergo de Il giardino dei fiori infelici.