Entrare in sintonia con un’autrice cominciando dalle parole, ancor prima che dalla fisicità e materialità di un approccio visivo. È ciò che è accaduto a me dopo aver letto Una delicata collezione di assenze (La nuova frontiera, traduzione di Marta Silvetti), il romanzo che porta in Italia l’autrice brasiliana Aline Bei e che va in ristampa a pochi giorni dalla sua pubblicazione. Chiromanzia, il piccolo villaggio di Belva, quattro donne legate da un albero genealogico comune e la scrittura che si dilata o si comprime in un layout che lascia sempre più posto al futuro man mano che il passato di queste donne si presenta e bussa alla loro porta. Se ogni giorno, al centro di Belva, trovano posto numerose bancarelle di un mercato dell’antiquariato, tra cui quella di Margarida e il suo «occhio rivolto al futuro», creando, di fatto, un luogo che non esiste se non per poche ore al giorno e che svanisce al calar del sole, è da questa necessità di esistere e di scomparire che prendono vita le donne di Bei. Assenza, presenza, scomparsa e ancor più futuro, termine utilizzato diciassette volte nel corso del romanzo, sono le parole intorno alle quali si dipanano le esistenze di Laura, Margarida, Glória e Filipa, ma anche quella di Camilo e dei fantasmi che aleggiano nei corridoi della modesta abitazione dalla recinzione arancione in cui vivono le protagoniste.
L’intervista che segue è un’esplorazione di questa sintonia nata quasi per caso, se non fosse che siamo tutti consapevoli di quanto la casualità non esista. Ringrazio La nuova frontiera, l’editore italiano di Aline Bei, per la disponibilità e la collaborazione.
Quando la maestra le assegna il compito, Laura disegna un albero genealogico fatto di fantasmi. Potrebbe essere un albero inesistente e invece è carico di peso. Eppure Laura, pur essendo ancora una bambina, ha un’identità molto forte. Quell’albero fatto di persone che mancano da sempre nella sua vita la lascia più libera o la stringe in un senso di appartenenza?
Credo che siano entrambe le cose. Da un lato, Laura ha la libertà di immaginare queste figure nel modo che più le conviene, come suo nonno che era un clown. Ma si sente anche persa di fronte a questi vuoti, abbandonata da questi fantasmi, incapace di ricorrere a ricordi che sono normali per tanti altri bambini, e questo fa sì che la ragazza concentri tutto il suo affetto, nel bene e nel male, sulle poche figure che conosce e che sono solide nella sua vita, soprattutto sua nonna, ma anche la sua migliore amica Lívia.
Nel tuo libro la chiromanzia è un dono, un’abilità scomoda, una curiosità che definisci «un tipo di debolezza», in fondo si finisce per interrogare il futuro per non dover davvero fare delle scelte o per dare fondo alle proprie fragilità. Margarida ha questo «occhio rivolto al futuro», ma qual è la vera interpretazione che la donna attribuisce al suo destino?
Questa è la grande ironia del libro. Sebbene Margarida possieda autentiche capacità di chiromanzia e azzecchi persino alcune previsioni per i suoi clienti — che a mio avviso rappresentano più una sofisticata interpretazione del presente che un dono per predire il futuro — le manca la stessa sensibilità per interpretare la propria vita. Forse perché è troppo coinvolta negli eventi e rimane intrappolata in emozioni contrastanti, non solo quelle riguardanti Camilo, ma anche quelle per sua madre.

In questo romanzo ci sono diversi tempi, quello orizzontale in cui gli eventi seguono il loro corso, i personaggi vivono e fanno le loro scelte, inevitabilmente crescono; il tempo passato, e poi c’è il tempo mancato ma che rappresenta la sottotraccia del tempo orizzontale. La vita che è stata e che avrebbe potuto essere e che, a un certo punto, è come se ai tuoi personaggi venisse concesso di vivere uno scorcio di quel tempo mancato. Questa occasione è più preziosa per Margarida o per Filipa?
Poiché queste donne ereditano i silenzi l’una dell’altra e sono al contempo individuali e condivisi, penso che questa splendida opportunità che hai così ben individuato nella tua lettura sia più vicina a Laura. È come se, attraverso di lei, Margarida, Filipa e persino Glória potessero finalmente toccare ciò che hanno perso, per poi fare le cose in modo diverso, per ricominciare, in un corpo che non ha ancora dato un nome alle sue inclinazioni e alle sue piccole verità, ma che già percepisce ognuna di esse, ed è molto vicino a compiere il salto verso ciò che le altre hanno già perso.
La parola «futuro» compare diciassette volte nel tuo romanzo, qual è la definizione che ti senti di dare di questo termine sia in funzione al tuo ruolo di scrittrice sia rispetto alla storia che hai raccontato?
Penso che il libro tratti del trovare la differenza nella ripetizione. Partendo da un passato oppressivo e violento, che ritorna con il peso delle cose inespresse, forse è possibile imparare qualcosa e quindi inventare, per coloro che devono ancora nascere, un altro percorso che sia più umano.
Le donne di questo romanzo sono donne fiere, dolorose, ancestrali, fatte di aria e di terra dalle quali provengono, sono carnali e messianiche, colme di desideri e annichilite dalla realtà. Queste donne hanno punti in comune con quelle con le quali sei cresciuta?
Non proprio. Queste donne sono nate per me più come archetipi che come figure collocabili nella mia biografia, ma ora che sono state create, quando parlo di loro, è come se facessero parte di un repertorio di maschere a cui posso attingereper raccontare le storie che ho intenzione di scrivere ancora.

Di recente ho avuto modo di chiacchierare con la scrittrice danese Dorthe Nors, in un suo libro ha scritto, esattamente come te, che per poter ricordare, prima è necessario dimenticare. Allora faccio a te la stessa domanda che ho fatto a lei. L’essere umano può davvero dimenticare?
Dimenticare non è un processo lineare; dopotutto, è figlio della memoria. Durante l’atto di dimenticare, che può essere inconscio, si verificano improvvisi lampi di memoria, flussi di immagini rievocate, ricostruzioni di ciò che abbiamo vissuto, continuità, lacune e molta inquietudine nel raccontare ciò che viene ricordato. Dimenticare completamente per un po’ e poi ricordare è una delle esperienze umane più belle, perché imprime una freschezza nella memoria, come se potesse ingannare il tempo e nascere nell’esatto momento in cui viene rievocata.
Il corpo in questo romanzo ha un valore simbolico altissimo, è un corpo esposto e occultato, assente e materialmente deperibile, è un corpo trasfigurato, ossessionato. Ecco per Laura, nel momento in cui tu la racconti, quel corpo è perimetro, soglia, confine, è e non è ancora. Il corpo di Laura può essere la sintesi di questo romanzo? Da un lato l’assenza, ciò che deve lasciar andare, e dall’altro la materialità di cui è fatta e con cui dovrà fare i conti per sempre?
Che bella interpretazione del romanzo! Sono d’accordo. Laura, nonostante tutte le difficoltà, è quella che ha la possibilità di fare le cose in modo diverso, e forse anche di fuggire. Gli occhi del romanzo sono puntati su di lei. Lei riassume, ma anche reinventa, tutti gli altri corpi femminili di questa famiglia.
Ad un certo punto scrivi: «è per questo che si fanno i figli, per ritrovare quello che in noi stessi si esaurisce in ciò che più si avvicina a essere un io», potrebbe essere questa la vera eredità di Glória? Aver messo al mondo Laura è il suo modo di lasciare una traccia, essere ancora lì da dove se n’è andata anziché «vivere nelle fotografie», la testimonianza di essere esistita per davvero, quando costringe sua madre, prima e sua figlia, poi a convivere con un’inguaribile assenza?
Penso che sia proprio così. Avere Laura e lasciarla con Margarida diventa un modo deviante di rinascere, di riaffermare la vita al di sopra di ogni altra cosa, come possibilità di riorganizzare il trauma, forse di annullarlo, o almeno di non ereditarlo. Si scopre che il silenzio di Glória e delle altre donne della famiglia si insinua nelle strutture della casa. E ciò che non è statodetto, né risolto, di solito ha la forza catastrofica del ripetersi.
Immagine di copertina: foto di Sergiu Valena