Da quando è uscito in Italia, nella tarda primavera di un anno esplosivo come nessuno, si è parlato molto di Modernità esplosiva di Eva Illouz, sociologa franco-israeliana con una passione millimetrica per la letteratura, poesia prosa e narrativa, e un chiaro ascendente ‘francofortese’ nel suo approccio alla decodifica di una realtà che non è mai stata così criptica, nervosa, caotica e forse contraddittoria. Per chi ancora non lo sapesse, è un’indagine spietata delle emozioni più comuni nella nostra contemporaneità a costituire il cuore di questo saggio diviso in tre parti, oltre a una fondamentale introduzione e una altrettanto fondamentale ‘coda’ – una sorta di passione musicale pervade segretamente i meandri del libro, a partire dall’esergo tratto dal Tristano e Isotta di Wagner, in cui i due amanti si confessano reciprocamente la propria ignoranza emotiva: «Che sognavo dell’onore di Tristano?» si chiede Tristano, per sentirsi rispondere da Isotta: «Che sognavo della vergogna di Isotta?», ma nel libretto il verso del protagonista maschile è preceduto da una parentesi cruciale: smarrito.
Per Illouz, così mi sembra, siamo perfettamente incarnati in questi eroi tardo romantici o premoderni, e nella loro curiosità disperata intorno ai propri sommovimenti interiori, una disperazione che conduce nel caos. Le emozioni indagate nelle tre parti del libro, speranza-delusione-invidia nella prima; ira-paura-nostalgia nella seconda; e nella terza vergogna e orgoglio, gelosia e finalmente amore. Senza sintetizzare troppo, potrei affermare che la tesi principale è che queste emozioni ci attraversano come coltelli che nessuno riesce a estrarre dal nostro corpo sociale, e forse nemmeno da quello individuale di cittadini, elettori, consumatori, lavoratori, spettatori. Nella visione di Illouz, le emozioni, come le lame nel proverbiale quadro di Warhol, sono in gruppi di tre, e stanno lì, indisponibili a qualsiasi tentativo di estrazione. «Spoiler: non finisce bene», ammonisce il risvolto di copertina. Il saggio esce nella traduzione di Valentina Palombi in una splendida ‘nuova’ collana, i Maverick di Einaudi, dove si avverte l’occhio critico e clinico di un intellettuale come Francesco Guglieri, libri in cui sembra che il tentativo di indagare sia sempre compromesso da una tale ‘velocità di mutazione’ del mondo che il centro di ogni tema sembra sparire, come suggerisce il quadrato bianco nel mezzo della copertina, forse graficamente indebitato alla magnifica copertina di Where are we now? di David Bowie. In effetti «dove siamo ora?» potrebbe essere la domanda che alligna dietro ogni titolo della collana, e in particolare dietro questo: e se la risposta fosse «in un luogo dove non finisce bene», saremmo davvero costretti a chiudere le pagine e gli occhi per aspettare la fine con la massima coscienza possibile.

Le emozioni appuntite e virali di cui parla Illouz sono nodi alla gola della nostra vita, ed è difficile affrontare ogni capitolo, ogni pagina forse, senza rivedersi come in una di quelle foto che ci scattano da dietro, nelle quali emerge la debolezza della nostra postura, l’inclinazione delle nostre debolezze, le chiazze da cui traspare la perdita di vigore. Sembriamo divorati da «un’esperienza accumulata di solitudine, insensatezza, senso di colpa, vergogna, rabbia o semplicemente disagio». Ma nella ‘coda’, a dire il vero, si accende una pratica di scioglimento dei nodi. Spoiler, dunque: tale scioglimento è una pratica condivisa, che nasce dalla conoscenza più lapidaria possibile di dove siamo adesso. «Un’adeguata autocoscienza deve saper cogliere le proprie determinazioni sociali e, al tempo stesso, eluderle, concentrandosi sul disagio individuale. Lo facciamo quando comprendiamo appieno le nostre emozioni, attribuendo loro un nome, trasformandole in una visione politica». Queste sono le ultime parole del libro, e sono in corsivo nell’originale, perché ogni capitolo, dedicato a ciascun membro della triade di emozioni analizzate nelle tre parti, si conclude con una sorta di sunto lirico di alta caratura letteraria.
Come detto, la letteratura è onnipresente nel testo, e per molti versi uno dei modi di leggerlo è anche adottarlo come atlante delle più interessanti voci letterarie della modernità (e oltre) – peraltro andrebbe forse illuminato anche l’uso stesso del vocabolo ‘moderne’ presente nel titolo. Si passa da Maupassant a Masha Gessen, da Henry James a Kazuo Ishiguro, e proprio nell’introduzione l’autrice indica nella letteratura la fonte alla quale abbeverarsi per comprendere le emozioni fondamentali dell’umano. Il libro contiene alcuni dei riassunti più delicati e possenti di storie narrative che abbia letto, e basta un esempio per rendersene conto. Osserviamo come Illouz racconta la trama del capolavoro di Ishiguro, Quel che resta del giorno, uscito nel 1989, e volano finale nella coda, appunto, del suo ragionamento:
«La storia struggente di un maggiordomo, Mr. Stevens, che dedica la sua esistenza al servizio e alla difesa del sistema di caste britannico e il cui senso di identità e dignità dipende interamente ed esclusivamente dalle mansioni che svolge nel castello di Lord Darlington. Mr. Stevens, che si sente realizzato nel preparare un vassoio o nell’apparecchiare la tavola per gli ospiti con la massima attenzione per i più minuti dettagli, mancherà, tuttavia, all’appuntamento con l’occasione più importante della sua vita, l’amore di Miss Kenton, l’energica governante di Darlington Hall. Perde così l’amore che Miss Kenton prova per lui e, cosa se possibile ancora più tragica, anche quello che lui sente per lei. Ma il tema del romanzo di Ishiguro non è l’infelicità. Come si è visto, è piuttosto Gustave Flaubert che in Madame Bovary ha restituito nel modo più completo il quadro di un’esistenza di desideri inappagati, aspettative deluse e amaro disinganno. Ciò che rende avvincente il romanzo di Ishiguro è che Mr. Stevens sfoggia l’ imperturbabile autocompiacimento di chi non si chiede mai che cosa ha perduto né che cosa desidera. Ha sprecato la sua vita ma non si rende veramente conto di ciò che ha perduto. Stevens non solleva mai il coperchio della sua coscienza.»

La grandezza – e l’interesse ulteriore, o piano di lettura nascosto – di Modernità esplosiva risiede proprio nella sua forma, nella capacità di dare una forma all’indagine sociologica come se fosse un grande romanzo modernista, e in questo forse vive il senso dell’uso di quel vocabolo, ‘moderno’, come se Illouz scrivesse da una postura intellettuale sospesa in quella gloriosa stagione tra Wallace Stevens e Virginia Woolf, quando la forma era qualcosa da mutare per scoprire anche le mutazioni nella sostanza. Attenzione: si tratta di un saggio straordinariamente attuale, direi quasi aggiornato a quello che Shumon Basar e Douglas Coupland chiamano «l’estremo presente», soprattutto per quanto riguarda quel terremoto di onde emotive costanti che è la combo social media + controllo digitale + interdipendenza globale. In questa sismografia sconsolante, nella quale appaiamo come una specie assediata da impulsi di invidia, gelosia, delusione e illusione, paura, vergogna, slanci amorosi simili a malattie esantematiche, il fatto che l’autrice dia una forma modernista alla sua ricerca ci appare come una suprema consolazione. Ecco come Illouz riflette sulla forma dell’auto-conoscenza nel romanzo moderno nell’uso della prima persona singolare (sempre parlando di Quel che resta del giorno):
«Come in tutti i grandi romanzi, anche qui il significato nasce dalla forma. Quel che resta del giorno è scritto in prima persona. L’io narrante è sempre quello del maggiordomo, che ci racconta la storia della sua vita così come la ricorda.
Nella storia della letteratura, il punto di vista soggettivo è stato quasi sempre impiegato per espandere la comprensione che il lettore ha del personaggio, per farlo accedere alla profondità e agli aspetti reconditi della sua vita interiore e per stimolarne l’empatia. Come Vladimir Nabokov in Lolita (1955), Ishiguro sovverte la tradizione e fa vedere e comprendere al lettore ciò che il protagonista non riesce né a vedere né a comprendere di se stesso o degli altri. Il punto di vista dell’io narrante diventa così una prospettiva ottusa invece che espansiva. Dalla finestra che si apre sul personaggio non cogliamo l’imperscrutabilità o l’ambivalenza dell’animo umano.»
Ecco come definirei la lettura di Modernità esplosiva: un dono espansivo fatto a me, lettore universale e uomo particolare: il quale di volta in volta ha riflettuto sulla sua stessa radice gelosa, sul suo modo piccolo piccolo di provare invidia e di instillare invidia a cicli alterni, sul pozzo della vergogna, sull’ira che ha visto disegnata con chiarezza impietosa ogni volta che ha visitato un teatro di guerra come l’Ucraina o certi rovinosi teatri di conflitto familiare e condominiale (anche se le proporzioni e le dimensioni contano in questo caso). Soprattutto l’ansia comminata dalla paura economica, come se la paura economica fosse un vigile-squalo eternamente sveglio e deambulante, incapace di smettere la sua macchina che dà colpi, basata sulla colpa di non essere diversi da ciò che si è. La colpa di essere vivi in questo modello sociale sembra essere il motivo fondante per cui ci ritroviamo con quei coltelli serigrafati nel cuore. La capacità di leggerne le trame e i riflessi – magari lasciandosi trarre d’impaccio dai riflessi della grande poesia e della grande prosa – è una forma di Speranza che forse ci appare, fantasma puro, fantasma buono.
Eva Illouz non sarebbe d’accordo – la Speranza è per lei un’emozione, anzi è la prima delle emozioni che indaga in questo infallibile romanzo di idee sull’assenza di idee, cioè di puro sentire. Ma a leggere tra le righe, mi pare che sia uno di quei capitoli dove la sua mano intrisa di kulturkritik lucidata ad argento vivo sembra tremare, come se non ci credesse nemmeno lei, che la Speranza sia solo un’emozione. Sogno un’intervista impossibile tra Eva Illouz e il mio filosofo prediletto, Ernst Bloch, autore di quel Principio Speranza che lei stessa cita a profusione. In un cosmo di umani condannati a un’adolescenza infinita – «a real-life emotional teenager», cantavano i LCD Soundsystem – in cui passiamo ogni ora di ogni giorno a farci trafiggere dalle rotative emotive. Credo che la Speranza sia un tipo di sentimento, e pure la conoscenza è un tipo di sentimento. I sentimenti sono cose da adulti, artificieri che disinnescano gli esplosivi controllando con amore e consapevolezza le catene di comando delle emozioni in guerra.