Nel film di fantascienza O-Bi, O-Ba. The end of civilization (1985), scritto e diretto dal regista polacco Piotr Szulkin, i personaggi attendono immersi nelle nebbie di un labirintico sistema fognario. Per nessun motivo gli è concesso di uscire dalle camere blindate e il mondo esterno non si palesa mai, colpito da una qualche emergenza atomica. Inutile descrivere le forme di depravazione che i reclusi raggiungono, in un’opera dove lo spazio per l’umorismo è pressoché nullo; ma ciò che ora ricordo con più esattezza – e forse La sola notte, il libro di cui vorrei parlare, ha in qualche modo fatto emergere l’immagine – è il ritorno di un’antica speranza, una storiella raccontata così tante volte che potrebbe dirsi vera, che parla di una futura resurrezione, dell’arrivo di un’arca per portare in salvo gli esuli, verso una porzione di mondo non ancora trasformata in zona di esclusione, incontaminata e pacifica:
«-E chi ci dice che in qualche modo questo non sia davvero il principio di una nuova vita? Anche Noè deve essersi preso un bello spavento, quando ha sentito l’arca incagliarsi sul monte Ararat.
-Credi nella Bibbia, adesso?
-Ho deciso di confidare in tutto ciò che può darci una speranza, in fin dei conti non costa niente. A forza di sbagliarci, prima o poi dovremo pur guardare nella giusta direzione, anche attraverso il buio.»
Nel film polacco ciò che rimane del racconto sono le luci blu che illuminano il caveau e l’antica speranza, biblica, di una fuga verso la terra promessa.
La sola notte è il quarto titolo dell’autore sardo Gianni Usai, pubblicato nel maggio di quest’anno dalla casa editrice nuorese Il Maestrale. Qui si riprendono sullo sfondo gli stilemi della fantascienza catastrofica, la cui natura letteraria è ben approfondita da Marco Malvestio nel suo Raccontare la fine del mondo. Fantascienza e antropocene (Nottetempo, 2021). Malvestio riporta come esempio due importanti sottogeneri con cui la fantascienza racconta l’antropocene, distopico e post-apocalittico: nel primo è immaginata una società dove gli elementi negativi, come consumismo, inquinamento, sistemi di sorveglianza di massa, sono spinti all’estremo limite, «la distopia che immagina un mondo in cui non è desiderabile vivere»; nel secondo invece si racconta della «sopravvivenza di individui dopo un evento catastrofico».
Usai prende in prestito elementi da entrambi gli scaffali: l’apocalisse è segnata dall’improvvisa scomparsa del sole, di per sé un fatto tanto inverosimile da elevare subito la lettura su un piano figurativo: «Il ricordo del giorno si è disperso nel buio della notte perenne. E con esso ogni speranza di rivedere la luce. Cessato il moto apparente del sole, si vive in un eterno presente oscuro e senza domani. Ciò che rimane è lo smarrimento statico dei superstiti, orfani del solo punto di riferimento del quale non avrebbero mai pensato di dover fare a meno»; e ancora: «La disfatta della luce ha compromesso ogni illusoria confidenza con le tenebre, cancellando centinaia di millenni di lento e sospettoso avvicinamento per far riaffiorare timori più antichi della prima scintilla di consapevolezza».

La lettura simbolica è necessaria nell’interpretazione della catastrofe, come negli anticipatori, da Dissipatio H.G. di Guido Morselli fino al più vicino, geograficamente ed editorialmente parlando, La fine dei giorni (2008, Il Maestrale) di Alessandro De Roma. Mi limito qui a menzionare Morselli e De Roma per una certa vicinanza tra i due nell’uso del racconto catastrofico come metafora, in La fine dei giorni, i personaggi perdono progressivamente la memoria a breve termine, orde di dementi affollano le strade, picchettano i cimiteri, si barricano nei centri commerciali. Come in Cecità, il male si diffonde seguendo le regole del contagio di una banale influenza, tema che ritorna in forma tacita nel romanzo di Usai.
La differenza con il passato, intendendo il fantastico letterario come un modo della realtà, è la realtà stessa, che nel contemporaneo si è dilatata a tal punto da includere al suo interno eventi sempre più straordinari, si pensi per esempio alla pandemia di Covid-19 che ci ha costretti a un isolamento mai sperimentato prima. Non una finzionalizzazione della realtà, dunque, come suggerisce ancora Malvestio nel suo saggio, ma un processo di trasformazione delle scritture dell’immaginario in scritture sempre più realistiche.
In tal senso, escludendo la cornice catastrofica, La sola notte è un racconto realista e intimo sulle vicende della reclusione forzata in casa e sulle dinamiche relative ai rapporti affettivi in una situazione di emergenza come quella della pandemia. La famiglia di protagonisti – Sofia, Thomas e i loro figli Matteo e Giada – è reclusa da parecchio tempo, le mura, gli arredi e le luci artificiali sono elementi inanimati, lo spazio è familiare e angoscioso nel contempo. Altre lucine esterne sono il segno della vita nel buio, di altri condomini che sopravvivono e, quando le luci spariscono, vanno incontro a qualcosa di misterioso: forse la morte o forse un arresto. Nel romanzo infatti, oltre agli elementi apocalittici di cui si è detto, si inseriscono quelli della categoria distopica: Sofia e Thomas sono ciclicamente costretti a compilare questionari online, non dissimili dall’amato e odiato smart working, ma non sono ammesse negligenze: «Chiunque ci sia lì fuori, per farci uscire di qui gli sarebbe bastato illuminare le strade. Ma non mi risulta che l’abbiano fatto. Per adesso sappiamo solo che ci tengono in vita ingozzandoci di cibo liofilizzato per farci riempire di dati il Sistema con la scusa dei loro finti questionari. Siamo soltanto delle formiche da laboratorio, e appena non gli serviremo più ci toglieranno la luce».
Thomas e Sofia affrontano ogni giorno il difficile compito di restare umani, coniugi e genitori, dando spazio alle immagini memorabili delle storie. Il figlio Matteo sviluppa una particolare curiosità per la natura dei sogni e successivamente una dote premonitrice che gli permette di arrivare oltre il normale sguardo. La sensibilità del bambino, tuttavia, non viene sostenuta del tutto e sembra esasperare l’equilibrio della casa:
«-Adesso la pianti con questa storia del sogno, ci siamo capiti? Il tuo stupido scherzo non mi fa più ridere!
-Lascialo mamma, così gli fai male!
-Sofia, cerca di darti una calmata.
Le mani della donna allentano la pressione sulle spalle del bambino e scivolano lungo le sue braccia fermandosi sui pugni ora tanto stretti da tremare. Sofia è in ginocchio. Non le era mai accaduto di perdere il controllo con uno dei figli.»
Anche la successione dei capitoli ricorda le fasi che forse ognuno di noi ha attraversato nei primi mesi del 2020: Il silenzio, la noia, la febbre. Tuttavia, sarebbe riduttivo interpretare il romanzo come un semplice diario di bordo del lockdown, che ripercorre gli stadi di quell’esperienza dagli effetti traumatici, il romanzo va considerato nella sua stratificazione e nel patto con i lettori. Il progetto strutturale è quello di un’opera teatrale, il palcoscenico è lo spazio ridotto di un appartamento, il buio è un dietro le quinte privo di corpi celesti, la scenografia sono i condomini intorno. La forma predominante è la più adatta al teatro, quella dialogica, e qui l’autore dimostra la grande capacità di equilibrio nella scrittura, di imprevedibilità della parola nel prevedibile quotidiano.
Tra gli spazi da cui è impossibile fuggire, raccontati nella grande letteratura, viene in mente il Condominium ballardiano, dove è assente la luce artificiale, e in seguito a un banale evento come un black-out gli umani regrediscono gradualmente a uno stadio primitivo e simulano una feroce lotta di classe per la conquista dei piani alti. È una delle tante intuizioni di Ballard: avvenimento banale che porta alla catastrofe, mentre La sola notte mette in scena la catastrofe (un eterno tramonto) per riportarci ai gesti quotidiani (gestione dei compiti familiari). Non vi sono inoltre particolari manifestazioni spettrali negli spazi inanimati, come nel surrealismo di Ballard dove a muovere le persone sono proprio quelle pareti: «Il loro vero avversario non era la gerarchia dei condomini degli ultimi piani, ma l’immagine che si erano fatti del fabbricato, i molteplici strati di cemento che li ancoravano al suolo»; e ancora: «In questo modo erano nati dei clan che si estendevano per due o tre piani, basati sull’architettura dei corridoi, dei pianerottoli e dei vani degli ascensori». Il teatro del romanzo di Usai è statico, tormentoso, claustrofobico, chiuso nei vetri riflettenti delle finestre. La tentazione di uscire attraversa i protagonisti per tutto il tempo e solo nello sguardo onirico dei bambini la casa offre qualche possibilità di speranza, compresa la visione di un bagliore nel cielo oltre il vetro nero delle finestre: «C’era soltanto il bagliore. Voi non mi credete […] ve l’ho detto dieci volte, era in cielo».
Nella “prigionia” i sogni dei bambini si contrappongono alla pragmatica degli adulti, il futuro rimane incerto per l’intero romanzo ma il tempo presente è loro; il passato, invece, si costruisce sui ricordi di un mondo ancora accogliente. La delicatezza nella costruzione del dialogo tra adulti e bambini è uno degli aspetti più stimolanti, che porta chi legge a fantasticare su una possibile messa in scena delle buone pratiche per l’educazione contenute nel romanzo, e su paure e incertezze, sui tentennamenti ed errori nel percorso genitoriale odierno, quando il mondo fuori scivola verso le tenebre.
In copertina: foto di Jahanzeb Ahsan su Unsplash