15.07.2026

HERmione. Oltre i confini di genere con Hilda Doolittle

Per la prima volta in Italia il romanzo autobiografico della poeta imagista che parla al presente con un’attualità ritrovata

Un testo dai temi scottanti che fu, per ovvie ragioni, pubblicato postumo, vent’anni dopo la morte della sua autrice. Con un altro curioso scarto temporale, un secolo dopo la sua prima stesura, oggi HERmione di Hilda Doolittle arriva per la prima volta in Italia grazie all’impegno di una casa editrice indipendente, Safarà Editore, e sembra parlare più che mai al presente rivelando la straordinaria attualità di un libro venuto prima del suo tempo. La forza dirompente di HERmione è tutta racchiusa nella singolarità della sua protagonista, Her Gart, una personaggia fuori dagli schemi che anticipa il pensiero di molte eroine contemporanee e si inserisce nel solco di una scrittura femminile ritrovata, perché dietro Her si nasconde una voce di donna sommersa, quella della sua creatrice: una scrittrice, una poeta, un’artista capace di andare al di là delle convenzioni e sovvertire le regole, nella narrativa come nella vita. 

In una delle sue poesie più emblematiche, Euridice (1917), Hilda Doolittle decostruì il mito classico che vedeva la ninfa sposa di Orfeo raccontata da voci maschili facendo in modo che fosse invece lei stessa, in prima persona, a raccontarsi. Nella lirica di H.D. la prospettiva mitologica viene radicalmente sovvertita ed è Euridice, non più creatura passiva e silente, a prendere parola in un atto di ribellione: «Almeno io ho fiori per me stessa/ e i miei pensieri nessun Dio/ me li può prendere». Questo primo verso, particolarmente significativo, anticipa molte tematiche contenute in HERmione e, in un certo senso, contiene già la tempra sovversiva della sua indomabile protagonista.

HERmione di H.D. (Safarà Editore)

La tomba di Hilda Doolittle, custodita nel mausoleo di famiglia presso il cimitero di Nisky Hill in Pennsylvania, è adornata di conchiglie. Ogni visitatore posa una conchiglia sulla lapide, in omaggio all’opera più famosa della poeta imagista, Sea Garden (1916), il suo manifesto di poetica che intrecciava i temi della natura con quelli, a lei cari, della mitologia. La lirica forse più nota contenuta nella raccolta è Sea Rose, rosa di mare, che narra di una «rosa malconcia, sfregiata e con pochi petali», un fiore esile con alcune foglie, sembra essere il suo autoritratto. Era bella d’una bellezza aliena, fuori dai canoni consueti: candida, alta e affusolata come una dea greca, aveva i lineamenti scolpiti e grandi occhi chiari, di ghiaccio, lo sguardo veggente di una Pizia, capace di scrutare a fondo, oltre l’aspetto materiale delle cose.

Ora sulla superficie liscia del sepolcro è incisa un’iscrizione che riprende i versi della poesia Epitaph (1931), la cui conclusione recita: «one who died following intricate song’s lost measure», colei che morì seguendo il ritmo smarrito di un canto intricato. Nessun’altra frase potrebbe spiegare o, almeno tentare di rappresentare, meglio lei, Hilda, che si firmava con le celebri iniziali H.D. secondo il nome d’arte coniato in suo onore, in un nuovo battesimo, nel 1912 da Ezra Pound:

«E scrisse a grosse lettere “H.D. Imagiste”, in fondo alla pagina».

Si conobbero giovanissimi Hilda ed Ezra, rispettivamente a quindici e sedici anni, e li legò un rapporto tormentato che durò sino alla morte di lei, avvenuta a Zurigo nel 1961. La vita sentimentale di Hilda Doolittle fu estremamente complessa, aggrovigliata. Ebbe relazioni con uomini e donne. Tra le sue conquiste celebri ritroviamo, oltre a Pound, la scrittrice Frances Gregg, il poeta Richard Aldington – che per un periodo fu pure suo marito –, il compositore Cecil Gray – da cui ebbe l’unica figlia, Perdita –, un flirt con D.H. Lawrence (sì, proprio lui, l’autore de L’amante di Lady Chatterley), infine la relazione con la poeta e scrittrice Bryher (pseudonimo di Annie Winifred Ellerman) che le rimase accanto sino alla fine, facendo da madre alla sua bambina.

La tomba di Hilda Doolittle nel cimitero di Nisky Hill in Pennsylvania

Creatura indefinibile, artista eclettica e sperimentale, H.D. fu una figura fondamentale per la nascita del movimento imagista, ma anche traduttrice dal greco antico (celebri le sue traduzioni dei classici, tra cui Euripide), fondò una rivista di cinema Close-up e si avvicinò alle teorie della psicanalisi di Freud e Jung che influenzarono in maniera decisiva il suo modo di fare arte. Fu in cura da Freud a Vienna proprio nell’ultimo anno di vita del medico, a lui dedicò il fortunato memoir Tribute to Freud nel 1956. Grazie al padre della psicoanalisi, Hilda riuscì ad accettare la bisessualità che l’aveva lacerata in maniera conflittuale portandola a crisi di isteria. La scoperta dell’inconscio fu un punto di svolta, rivoluzionò persino la sua scrittura portandola vicino a una concezione sfumata di “visione”.   

Dandole quel nuovo nome, H.D., Ezra Pound voleva fare di Hilda la sua musa, voleva crearla: ma lei era sfuggente, nebulosa, una donna dalla «mente tentacolare», come la protagonista del suo romanzo autobiografico HERmione, scritto nel 1927 e poi riscritto e corretto ininterrottamente per il resto della vita, sino alla pubblicazione postuma nel 1981 presso la casa editrice indipendente statunitense New Directions. L’opera appare oggi per la prima volta in un’edizione italiana per Safarà Editore con l’incredibile traduzione a quattro mani di Paola Bono e Marina Vitale, due insigni angliste che hanno svolto un lavoro encomiabile considerando la complessità della scrittura di H.D., una prosa ipnotica, basata sul ritmo, sulla ripetizione, sull’accumulazione e sul dissolvimento.

HERmione è un libro scritto «seguendo il ritmo smarrito di un canto intricato» per riprendere la citazione incisa sull’iscrizione lapidaria che, in questo caso, traduce perfettamente il modo di pensare dell’autrice e la sua postura nel mondo. È la storia di una ricerca identitaria, che però non si risolve in alcun approdo. HERmione, sin dall’inizio, propone una domanda: «Lei non era Gart, non era Hermione, non era più Her Gart: cos’era?», ecco «cos’era?», la risposta a questo interrogativo impegnerà le pagine successive che si dipaneranno in un ritmo travolgente, ridondante, inseguendo un periodare magmatico. La scrittura di Hilda Doolittle procede per immagini, percezioni, riavvolgimenti, è vibrante, sincopata, estremamente sensoriale, di sicuro non assomiglia a nient’altro che abbiate letto finora. Assistiamo così alla creazione e alla dissoluzione del personaggio di Her Gart, a una soggettività in divenire che nel farsi singolare si moltiplica, cresce, si espande, diviene «albero». La metafora botanica è quella più utilizzata nella prima parte per descrivere la coscienza di HER «Io sono un albero», dice rivendicando il suo statuto di creatura. Her Gart cresce come una pianta, selvaggia, fiera, libera, obbedendo solo alle proprie regole. Attraverso la sua protagonista, Hilda Doolittle supera i confini di genere, coniando un nuovo modello di femminilità che si allontana dai canoni tradizionali.

Il punto di partenza è un fallimento. Il libro si apre con Her Gart che ha clamorosamente fallito all’esame di geometria e ora non può accedere all’istruzione universitaria. Si spalanca quindi dinnanzi a lei un’estate indolente e vuota, in cui un caldo tropicale avvolge ogni cosa in una torrida opacità:

«Era estate. Lei ora non serviva più a nulla».

Uno stato di precarietà esistenziale si riverbera sulla pagina in una scrittura vorticosa. Quando incontriamo Her la sua mente «gira in cerchi» perché non sa che forma darsi, vive una profonda crisi dal momento in cui la sua vita è uscita dai binari stabiliti, sperimenta il dissidio: «sono spezzata in due come una noce tra due rocce». L’educazione rigidamente pianificata per lei è venuta meno: il padre di HERmione, Carl Gart, è un uomo di scienza e un docente universitario – proprio come Charles L. Doolittle, il padre di H.D., che era professore di astronomia – e lei con quel fallimento sente di aver infranto le aspettative famigliari, di non poter più seguire le orme del genitore e del fratello maggiore Bertrand. Fa da contraltare la figura della madre, Eugenia, una pianista che tuttavia ha rinunciato alle proprie ambizioni artistiche per occuparsi della famiglia e ora trascorre il proprio tempo in casa rammendando e svolgendo lavori di cucito: le sue mani «che lavorano a maglia, mani attente, mani nell’oscurità» ricordano quelle della signora Ramsay in Al faro di Woolf, impegnate a cucire il calzerotto marrone nella prima parte del romanzo.

La scrittura di Hilda Doolittle presenta vari punti di tangenza con quella di Woolf, incuriosisce soprattutto la data di composizione dell’opera: HERmione fu scritto nel 1927, Orlando di Virginia Woolf sarebbe stato dato alle stampe l’anno successivo, nel 1928, entrambi i romanzi presentano come protagoniste figure dall’identità fluida, che non obbediscono alle convenzionali categorie di genere e cercano, a proprio modo, di trovare sé stesse rompendo con la visione tradizionale dell’essere femminile. Inoltre Orlando di Woolf era dedicato all’amica-amante Vita Sackville-West, così come HERmione di H.D. si apre con una dedica significativa «A F….per il 2 settembre», in cui F. sta per Frances Gregg, la donna amata da Hilda trasfigurata nel personaggio di Fayne Rabb: il libro era un dono, il suo regalo di compleanno. Proprio come Orlando, anche HERmione è una storia di formazione anticonvenzionale che racconta un risveglio intellettuale, sensuale, creativo: la vita di un’artista in divenire. Her Gart ha tradito le aspettative paterne e non si riconosce in quelle materne, deve reinventare sé stessa, creare una nuova maniera di essere sé, per questo nella prima parte del romanzo ripete senza sosta il suo nome, per ricostruirsi, per affermarsi.

«Her Gart. Io sono Her Gart. Nulla la teneva: lei era un nulla che si teneva a questa cosa: io sono Hermione Gart, un fallimento».

Il termine «fallimento» ritorna ossessivamente nelle prime pagine, come se Her dovesse dissolversi, annientarsi, per poi ricostruirsi. La questione del nome poi non è casuale, viene ripetuta come un mantra in tutto il libro la frase sussurrata: «Ci sono nomi nelle persone, ci sono persone nei nomi».

Da studiosa di lettere classiche, H.D. dona alla sua protagonista il nome emblematico della figlia di Elena di Troia, ma quel battesimo letterario è anche un tributo a Shakespeare (le citazioni shakesperiane abbondano nel romanzo, dalla foresta di Arden di Come vi piace al monologo dell’Amleto che Her riscrive quando cade in preda al delirio, «dormire, morire, sognare, ah, questo è l’ostacolo»). Hermione è la regina del Racconto d’inverno di Shakespeare: «Io vengo da un’edizione Temple di Shakespeare. Vengo dal Racconto d’inverno. Era stata un’idea di mio nonno darmi un nome shakesperiano», la figlia della regina Hermione in The Winter’s Tale inoltre si chiama Perdita, un ulteriore punto di tangenza con la biografia reale dell’autrice.

Nella sua personaggia, Hilda Doolittle sta trasfondendo sé stessa e le sue “memorie di ragazza perbene”: il libro infatti è ambientato in Pennsylvania e ricopre l’arco temporale tra il 1916 e il 1917, nonostante la scrittrice vi stesse lavorando un decennio dopo, ormai adulta e madre di una bambina, Perdita Schaffner, che nella toccante prefazione racconta quanto si fosse sentita esclusa dal processo creativo materno e dalla frase, pronunciata di continuo come un monito «Silenzio. Tua madre sta lavorando» che innescava in lei uno strano risentimento, perché «Non sapevo quello che so ora: che i bambini piccoli e l’impegno letterario non si conciliano». Perdita ricorda il silenzio della stanza, alternato al movimento ritmico e frenetico delle dita che battevano ininterrottamente sui tasti. Tale è infatti la scrittura di H.D., tumultuosa, ipnotica, trascinante, a cui frase segue frase – e in questo hanno fatto un ottimo lavoro le traduttrici della versione italiana riuscendo a restituirne il ritmo e la qualità stilistica.

Un intenso ritratto di Hilda Doolittle

Il nome stesso della protagonista presenta un’ambiguità voluta: Her, in lingua inglese, è aggettivo possessivo e pronome femminile, lei, la sua. Questa identità nebulosa, che non sa che forma darsi, è fortemente femminile, detiene una fondamentale connotazione di genere: è Lei, è donna. Ciononostante per tutto il romanzo Her Gart rimane un mistero, indefinibile, in primo luogo a sé stessa. È divisa tra l’amore per George – palese alter ego di Ezra Pound – e il sentimento che avverte per «quest’altra ragazza magica, con una speciale qualità selvaggia», così simile a lei eppure diversa, di nome Fayne Rabb (alias Frances Gregg, cui il romanzo è dedicato). Il personaggio di Fayne è il vero perno emotivo del libro, rappresenta l’incontro con l’amore, l’affacciarsi incauto al suo mistero.

Ci troviamo di fronte a una contro-educazione sentimentale: dal momento che Hermione si fidanza con George, contro la volontà paterna, ma poi tradisce ogni aspettativa canonica di lieto fine rompendo il fidanzamento prima del matrimonio. «Perché non riusciva ad amare George Lowndes come si deve?» si domanda la protagonista. Perché George vuole incarnarla, perché George vuole farla sua, darle un’identità, un ruolo, un posto nel mondo, mentre Her Gart è la ragazza sfuggente, dalla mente tentacolare, che riesce a riconoscersi solo nell’altra «ragazza magica con una speciale qualità selvaggia». A un certo punto Her cade preda di un delirio e si ritrova a balbettare «Amo Lei, solo Lei, Lei» e qui l’ambiguità del nome della protagonista prende tutt’altra sfumatura: lei è anche l’altra, ovvero Fayne, colei che ama, l’unica nella quale riesce a riconoscersi senza tradire sé stessa.  

«Voleva dire dimmi tutto di lei. Come farlo capire a Nellie, perché lei è HER e io sono HER. LEI è LEI e io sono LEI. Ci sono nomi nelle persone ci sono persone nei nomi».

Scoprendo l’altra, Her Gart sente finalmente di conoscersi, si trova e si perde nell’altra: «Conoscendo lei, conosco HER, lei è una qualche amplificazione di me stessa». Gli occhi color zaffiro di Fayne, non a caso, sono descritti come cerchi, «anelli e cerchi», riproducono l’andamento circolare dell’incipit «Her Gart girava in cerchi». È la relazione con Fayne Rabb il fulcro del romanzo, «un intero mondo si era aperto» scrive H.D. a proposito del loro primo incontro che sembra annunciarsi «con un istinto che pareva sommerso». Eppure c’è anche l’amore di Hermione per George, che è pur presente, ma di tutt’altro genere:

«Voleva George come una bambina vuole una bambola, quando le altre bambole sono rotte. Voleva George come una bambina vuole tirarsi su i capelli o indossare gonne lunghe. Voleva George con qualche parte non correlata di Her Gart, voleva che George correlasse per lei la vita qui e là (…) voleva che George facesse di lei l’integrità stessa».

Se Fayne è lo specchio riflesso di Her Gart, George Lowndes ne è il rovescio e si manifesta di conseguenza sottoforma di desiderio e di bisogno. Fayne Rabb attiva il processo di identificazione «Poiché Fayne era me e io ero lei. Poiché Fayne era HER io ero Fayne», mentre George rappresenta la possibile salvezza, ma «George non mi ha mai capita» (…) «George avrebbe fatto di me una sorta di decorazione, che parte con uno scoppiettio».

Proprio la capacità di HERmione di H.D. di mostrare l’ambiguità e la fluidità dei sentimenti è anche il suo motivo di rottura con la tradizione letteraria. Un tema del genere, nel 1927, poteva risultare assai scomodo, erano gli anni del processo per oscenità a Il pozzo della solitudine di Radcliffe Hall e di Maurice di E.M. Forster, altro libro scandalo dal contenuto esplosivo, anch’esso non a caso pubblicato postumo. Per queste ragioni HERmione fu custodito a lungo nel fondo di un cassetto prima di vedere la luce, rimase inedito fino a vent’anni dopo la morte dell’autrice, perché, come confessato da lei stessa nel diario-memoriale Fine al tormento (1958): «Mi nascondevo».

Ora questo romanzo si presenta ai lettori, un secolo dopo il suo primo vagito nel mondo, con un’attualità rinnovata e sorprendente. Her Gart balza fuori dalla pagina con tutta la sua vivace irriverenza di personaggia, incanta con la sua poetica saggezza e ci porta a girare in cerchi insieme a lei alla ricerca di un senso che continuamente sfugge. Ci spinge a indagare il mistero della vita, dell’amore, dell’identità senza trovare risposte, ma ponendoci le domande giuste. I libri, in fondo, sono scritti eternamente al presente, poiché vivono nel momento in cui vi si posano gli occhi di lettori disposti a capirli e che, quindi, ne attivano le pagine attraverso la propria percezione. Credo che sia arrivato finalmente il tempo in cui i lettori e le lettrici possano dirsi pronti a conoscere Her Gart e a stringerle la mano, come un’amica, tirandola fuori dal nascondiglio in cui, per tutti questi anni, si era cacciata.

Immagine di copertina: un primo piano di Hilda Doolittle (1886-1961)

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