In questa storia non ci sono colpevoli: o forse sì, il colpevole è uno ed è designato. Nel giorno della Festa del Papà del 2005 l’australiano Robert Farquharson sta riportando i figli a casa della moglie Cindy, dalla quale è separato da qualche tempo, quando l’auto all’improvviso sbanda lungo la tangenziale di Geelong e precipita in un bacino fluviale. I tre bambini, Jai, Tyler e Bailey Farquharson – rispettivamente di dieci, sette e due anni – muoiono; il padre si salva, riuscendo a raggiungere gli argini a nuoto del tutto illeso. Racconterà ai poliziotti di aver avuto un accesso di tosse e di essere svenuto al volante, perdendo il controllo della vettura. La sua testimonianza, tuttavia, appare da subito poco attendibile: ci sono troppe falle, non è chiara la dinamica e, soprattutto, la traiettoria dell’auto sembra aver effettuato un arco ben preciso, non compatibile con una deviazione accidentale. Si è davvero trattato di un assurdo incidente? E, se così fosse, perché Robert Farquharson è tornato a riva senza la minima esitazione? Qualunque padre non sarebbe annegato pur di salvare la vita ai propri figli?
Le domande sono legittime; le risposte non sono altrettanto scontate.
Due anni dopo il tragico evento, il 20 agosto del 2007, si apre il processo a Robert Farquharson presso la Corte Suprema dello Stato di Victoria. L’uomo è accusato di triplice omicidio. Ad assistere alle udienze c’è una delle più celebri scrittrici australiane, Helen Garner, che ricostruirà l’intera vicenda nel libro This House Of Grief, ora portato in Italia da nottetempo con il titolo Dove abita il dolore nella traduzione di Milena Sanfilippo.

Il libro di Garner si apre in maniera inusuale, come se raccontasse una favola: «C’era un tale, gran lavoratore, che viveva in una cittadina rurale dello Stato di Victoria con la moglie e i tre figli piccoli», ma non c’è alcun lieto fine in questa storia, solo domande e ancora domande – e un sospetto agghiacciante. È interessante la scelta dell’autrice di presentare Robert Farquharson nelle prime righe come «gran lavoratore», perché destabilizza il lettore con la presunzione di innocenza: non ci dice che l’uomo è colpevole, non ci dice che è un assassino, non usa mai nei suoi confronti neppure l’epiteto più sfruttato in questi casi per destare sensazionalismo mediatico, ovvero «mostro», nonostante il dubbio sulla colpevolezza di Farquharson sia instillato sin dal principio. La domanda che lacera la pagina come un grido è «perché?» e l’eco si protrae, straziante, non trovando risposta se non nel dolore. Restano tre croci bianche, vegliate dai pupazzi di Bob l’Aggiustatutto e i Bombers, e i sorrisi raggianti di Jai, Tyler e Bailey, tre bambini biondissimi, «i figli amatissimi e adorati di Robert e Cindy», riporta l’iscrizione lapidaria. Perché, nonostante tutto, saranno sempre i figli di Robert e Cindy.
Da qui si spalanca la spirale che ci trascina nel cuore oscuro di questa storia: come può un padre uccidere i suoi figli? Il desiderio di vendetta di un uomo, nei confronti della propria ex moglie, può davvero giungere a tanto? La risposta umana sarebbe no; ma non coincide con la verità del caso.
Il processo che vede imputato Farquharson con l’accusa di triplice omicidio si protrarrà per sette anni, compresi i vari ricorsi in appello, sino all’inoppugnabile verdetto finale. Non è la colpevolezza di Robert Farquharson, tuttavia, il nodo cruciale del libro di Helen Garner. Dove abita il dolore non è il racconto di un’indagine, ma una storia di pietà, nonostante la tenerezza sembri essere bandita in una vicenda dal finale già scritto: tre bambini sono morti, nessuna giustizia li riporterà mai indietro.
Il testo di Garner è stato sovente paragonato a Sangue freddo di Truman Capote, caposaldo del genere true-crime; eppure lo svolgimento mi ha ricordato più V13 di Emmanuel Carrère, la spietata cronaca giudiziaria dei processi agli autori degli attentati terroristici del 13 novembre 2015 a Parigi. Carrère guardava negli occhi i terroristi, ma non per inchiodarli alla forca: non si ergeva a giudice, raccontava le verità delle vittime, dei sopravvissuti, ma anche quelle degli attentatori e delle loro famiglie, proprio come aveva fatto in precedenza nel suo libro capolavoro L’avversario, osservando dritto nell’occhio del mirino.
Pure in quel caso non era la caccia del colpevole a guidare lo sviluppo della trama, ma il tentativo di chiarire il tragico e insolvibile interrogativo: «Perché? Perché è accaduto tutto questo?». E non esiste una risposta univoca. Come accade nei romanzi dell’americana Jodi Picoult, la regina dei legal thriller emotivi, al centro di un processo legale vi è innanzitutto un dramma e un dilemma etico: non conta tanto trovare il colpevole, ma esplorare la questione morale profonda. Nei libri di Picoult spesso la narrazione è affidata alle voci dei vari testimoni, che si raccontano tutti in prima persona moltiplicando così i punti di vista e creando nel lettore una sensazione fatale di disorientamento; mentre Helen Garner, in Dove abita il dolore, sceglie di raccontare la vicenda attraverso il proprio sguardo, non da testimone né da imputata, ma da semplice spettatrice e, così facendo, sovrappone il proprio punto di vista a quello del lettore.

Sarebbe stato fin troppo facile scrivere un libro pieno di rabbia, spettacolarizzare il male e l’orrore, invece Garner riesce nell’impresa più insidiosa, mostrarci i tanti volti della verità e del dubbio, utilizzando il processo giudiziario come una gigantesca camera d’eco.
Leggendo Dove abita il dolore assistiamo alle testimonianze in diretta, ai pianti e agli sfoghi di rabbia, alle guerriglie tra avvocati – all’eterna faida tra Morrissey alla difesa e Rapke all’accusa e parteggiamo ora per l’uno, ora per l’altro, in una partita che spesso sembra concludersi in parità, tenendoci col fiato sospeso. Perché non esiste un’unica verità in un’aula di tribunale e persino il confine tra verità e menzogna si fa labile, indistinto.
«Un’aula durante un lungo processo è un’isola deserta. Siamo tutti naufraghi».
Alla fine ciò che conta non è se Farquharson sia colpevole o no – quasi non vogliamo neanche saperlo, la sua colpevolezza passa in secondo piano rispetto al groviglio di pena, tristezza, risentimento e angoscia nel quale ci troviamo avviluppati e stritolati. La maestria di Helen Garner – e da qui si coglie l’empatia, che dovrebbe essere la qualità primaria di ogni scrittore – risiede nella capacità di non fare la classica opposizione tra Bene e Male, tra colpevolezza e innocenza, ma nel muoversi lungo il crinale dell’incertezza, nell’avallare ogni volta il dubbio. «Da che parte state voi?» viene chiesto, a pochi giorni dall’inizio del processo, a Garner e alla sua accompagnatrice, una ragazza di sedici anni di nome Louise che si è presa un anno sabbatico dagli studi. Da subito appare chiaro che è la questione meno importante: il punto non è schierarsi, stabilire il verdetto, puntare il dito accusatore. Come giustamente osserva Louise: «Volevano sapere soltanto una cosa: “allora è stato lui o no?” La domanda meno interessante che si possa fare».
Garner ci presenta Robert Farquharson semplicemente per quello che è: un uomo, «non so cosa mi aspettassi, però era un tipo qualunque. Un uomo». A un certo punto l’autrice si sbilancia persino in una riflessione più personale, puramente emotiva: «Rimasi sconvolta quando mi sorpresi a pensare “povero disgraziato”».

Seduto al banco degli imputati Farquharson si professa innocente e con la testa tra le mani, smarrito, ripete che «mai e poi mai avrebbe ucciso i suoi figli», che «i suoi figli erano tutta la sua vita» e ricorda che giocava con loro a football, i giri in bicicletta, che preparava loro la merenda e tanti altri piccoli dettagli che compongono la trama della quotidianità di ogni famiglia, in cui si consumano furiose liti e atti di tenerezza in egual misura. Tuttavia la testimonianza di Farquharson riguardo la sera dell’incidente vacilla: troppe contraddizioni, troppi vuoti di memoria e «non mi ricordo». Ha tentato di salvare i bambini? Perché è tornato a riva senza i bambini? Erano già morti, dice; poi no, si contraddice.
Come lettori siamo anche noi spettatori, sentiamo montare la rabbia nei confronti di quest’uomo, ci indigniamo di fronte alle sue puerili constatazioni, al suo costante trincerarsi dietro la parola «trauma». E, al contempo, ci scopriamo costernati di fronte a quell’insondabile abisso che è la mente umana: cosa scatta nel cervello di un uomo depresso che nutre segreti sentimenti di rancore? Si può compiere il più terribile dei delitti e poi semplicemente rimuoverlo, convincendosi del contrario?
La figura di Robert Farquharson appare costantemente in bilico tra luce e ombra: da un lato c’è il padre amorevole, il gran lavoratore dai ritmi abitudinari, ancorato alle abitudini domestiche, l’uomo abbandonato dalla moglie che cerca di ricostruire la propria vita devastata; dall’altro, un uomo spietato, calcolatore, vendicativo, che non accetta che la ex moglie viva felicemente con un altro e oscuramente desidera punirla. L’aspetto sconcertante che emerge durante la lettura è che entrambe le prospettive sono vere e che un punto di vista non esclude l’altro: Robert Farquharson è entrambe le cose, l’uomo disperato e l’uomo spietato, il padre amorevole e l’assassino, ci provoca rabbia e al contempo, quasi immeritatamente, suscita pena.
Helen Garner nel descrivere il processo ci restituisce il suo sguardo, siamo con lei e ci sentiamo sbatacchiati come su una zattera nel mezzo di una burrasca: ogni volta che siamo convinti di giungere alla verità, ecco che la verità cambia forma.
L’amico Greg King, testimone chiave dell’accusa, ricorda una frase di Farquharson pronunciata in uno sfogo di rabbia davanti a un Fish and Chips: parlando della moglie Cindy, l’uomo disse «Le porterò via quanto ha di più caro», una minaccia terribile che si sarebbe poi avverata. King non si dà pace per non averla presa sul serio, mentre Farquharson ostinatamente tenta la strada della difesa e cerca persino di inficiare la testimonianza dell’amico alla polizia, come rivelano le intercettazioni: «Devi dire soltanto: è bravissimo con i bambini. Faceva questo, faceva quello…». È come se lui stesso, pur di fronte a diverse testimonianze schiaccianti, non credesse di aver fatto ciò che ha fatto – o non si capacitasse di averlo fatto.
Vale la pena soffermarsi sulla reazione della moglie Cindy, la madre che è sopravvissuta al dolore più inenarrabile, e tuttavia insiste nel difendere l’ex marito rivendicandone l’innocenza: nel suo testardo rifiuto di ammetterne la consapevolezza c’è anche il tentativo di arginare la valanga incontenibile del senso di colpa. Alla prima imputazione di «colpevole», Cindy Gambino esploderà in un urlo nero, incapace di accettare il verdetto. Perché se l’ex marito è colpevole anche lei si sente colpevole, teme di aver suscitato il delitto, di esserne stata in qualche modo l’innesco scegliendo di porre fine al matrimonio. Pensare che il padre dei suoi figli non abbia ucciso i suoi figli è ciò che le permette di continuare a vivere.
Le inquiete dinamiche psicologiche sono la parte più interessante di Dove abita il dolore, perché ci trascinano nelle spirali dell’incertezza, del risentimento e del disamore. In seguito Cindy cambierà idea, con il trascorrere degli anni e l’evolversi del processo, cesserà di credere all’innocenza di Farquharson. A fare da discrimine è la decisione di lui di rifiutare di incontrare la ex moglie in occasione del quattordicesimo compleanno di Jai: in quel momento lei sente che non stanno condividendo lo stesso dolore. Tra le varie scene capitali del processo vi è anche la registrazione di una telefonata tra i due, dopo il tragico evento: mentre Cindy è affranta, Robert non si preoccupa affatto di consolarla, ma parla solo di sé stesso, con voce biascicata e balbettante, non fa altro che difendere sé stesso e ripetere «che gli strazia l’anima pensare che la gente possa ritenerlo capace di qualcosa che neanche si sogna». Lei piange i figli morti; lui sembra scagionarsi da un’accusa. In questa storia contano le domande, più delle risposte: «Da quand’è che amare qualcuno garantisce che non ti verrà mai voglia di ammazzarlo?» e ancora:
«Ed eccola la fantasia sentimentale dell’amore come condizione di pura e semplice benevolenza, una regione serena, soleggiata, in cui siamo al riparo dai nostri istinti distruttivi».
Helen Garner ci trascina con abilità in quel nodo inestricabile tra odio e amore, tra rabbia e vendetta, dimostrandoci che i sentimenti non sono mai definiti e limpidi, ma soggetti a una continua, incessante metamorfosi. Cosa accade all’amore quando cambia forma, cambia pelle, come facendo la muta e si trasforma nel suo rovescio? Cosa resta nel fondo residuo dei sentimenti, nel lato buio del cuore, quando tutto appare perduto?
Leggere Dove abita il dolore significa smarrire ogni certezza, sentirsi franare la terra sotto i piedi. Di fronte alla morte di Jai, Tyler e Bailey siamo tutti impotenti. Abitiamo la zona precaria e indistinta del dubbio e dobbiamo infine constatare, amaramente, che nessun verdetto restituirà mai la vita a tre bambini che volevano solo diventare grandi.
L’eco del dolore si protrae anche a processo concluso, perché non c’è vera consolazione in questa storia ed è l’unica tragica verità che ci restituisce Helen Garner con la sua scrittura chirurgica che non pretende di trovare alcuna morale. È commovente la scena in cui l’autrice, destabilizzata dalle dinamiche del processo, decide di dedicarsi al lavoro a maglia e allora cuce una lunga sciarpa di lana verde. Anche la scrittura, in fondo, è un lavoro di ago e filo, un tentativo di rammendo. Lo scopo di un libro di questo genere non è tanto quello di stabilire dove stiano i colpevoli e dove le vittime. Il punto non è come sopravvivere al dolore; ma mostrare sin dove può spingersi il dolore umano, in quale baratro può precipitare la mente, quanto risentimento può annidarsi tra le sicure mura domestiche sino a sfociare nell’imprevedibile. Si sarebbe potuto evitare? Di fronte a questa domanda restiamo disarmati e afflitti, chiamati al tribunale delle nostre coscienze.

L’acuta indagine compiuta da Helen Garner che inizia con «c’era un gran lavoratore» e si conclude con il fotogramma della lapide di tre bambini, ci dimostra paradossalmente che non c’è un vero colpevole se non il dolore. Si alternano i testimoni allo scranno, gli avvocati si accapigliano e lottano sino a disintegrarsi – al punto da deperire persino fisicamente – ma una verità ultima non c’è: sappiamo che Farquharson era depresso, che era stato seguito da uno psicologo, questo di certo non lo scagiona né lo rende innocente, ma comunque ci dà l’esatta misura della portata devastante di questa vicenda. Alla fine cosa resta? La morte straziante di tre bambini.
Voltata l’ultima pagina del libro ho cercato notizie sui protagonisti di questo caso giudiziario, volevo vedere i loro volti, conoscere i loro destini. Ho scoperto che Cindy Gambino si è spenta nel maggio del 2022, a soli cinquant’anni, in seguito a un tumore. Mi è sembrata un’altra tragica conseguenza del dolore, uno strascico della sua inestinguibile eco. L’articolo la definiva una «warrior of justice», una guerriera per la giustizia. Dopo la morte dei tre figli, Gambino aveva avuto altri due bambini, Hezekiah e Isaiah, con il secondo marito Stephen Moules. Nonostante la tragedia, aveva avuto il coraggio di essere ancora madre; ma forse è stata madre per sempre. Non c’è un lieto fine a questa storia, i nomi delle vittime dirette o indirette non si contano, ma sono certa che se Helen Garner potesse aggiungere anche solo poche righe al finale di Dove abita il dolore, scriverebbe che Cindy ha riabbracciato i suoi bambini, in qualche luogo tra terra e cielo dove veramente è fatta giustizia. Robert Farquharson, invece, sta ancora scontando la pena dell’ergastolo all’interno della Barwon Prison, un carcere di massima sicurezza nello Stato di Victoria, in Australia.