20.11.2025

Gli amanti di Franz K., ovvero Kafka dopo Kafka

Burhan Sönmez rilegge le sorti dello scrittore e di Max Brod attraverso la storia di omicidio nella Berlino Ovest

Se si volesse compilare un catalogo delle apparizioni letterarie di Franz Kafka – come personaggio o come presenza più o meno tangibile all’interno di una narrazione – si dovrebbe partire senza dubbio da Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno di Philip Roth. In questo racconto, scritto all’inizio degli anni Settanta, il “padre“ di Zuckerman immagina un professor Kafka emigrato negli Stati Uniti: una sorta di doppio del protagonista del suo America mite, tenero, assorto nei propri pensieri. Invitato dallo studente narratore a conoscere la nubile zia Rhoda, Kafka interrompe bruscamente la frequentazione, spinto da incomprensioni e rimostranze che resteranno solo a lui comprensibili. In poche pagine Roth distilla lo spirito disilluso del Kafka uomo, restituendone non solo la grandezza morale e intellettuale, ma anche le piccole miserie e fragilità di scrittore, quella visione tremendamente disincantata delle cose che ha segnato la sua postura esistenziale. Ne risulta un’ucronia in cui Franz allaccia vita e silenzioso tormento: una cifra irriducibile che, a distanza di un secolo, ci appare come il suo tratto più autentico.

Recuperare tutte le apparizioni di Kafka – o meglio le “trasformazioni”, per restare nel solco della recente discussione intorno alla nuova edizione einaudiana del racconto comunemente noto con il titolo di Metamorfosi – nella narrativa contemporanea, significherebbe provare ad avvicinarlo di sponda, ab illa parte, come per aggirarne l’inevitabile incombenza sulla letteratura mondiale. La meraviglia della vita di Michael Kumpfmüller, pubblicato da Neri Pozza una decina d’anni fa, ne fa un personaggio a pieno titolo: l’autore tedesco affida all’ultimo amore di Franz, la giovane Dora, il compito di accompagnarlo nei giorni finali della sua vita. E noi lettori, seguendo fino all’ultimo respiro (letteralmente) il loro rapporto, ci sistemiamo nello spazio angusto tra riserbo ed empatia, nella speranza, da questa inedita prospettiva, di acquisire ancora più familiarità con il Franz personaggio.

Il Kafka “in love”, che si prodiga per gli altri più che per sé, è assurto a personaggio anche in altre storie, diventando oggetto privilegiato di scritture come quelle di Magdaléna Platzová (La vita dopo Kafka) o di Gennaro Serio (Ludmilla e il corvo), senza tralasciare l’aleggiare del suo nome nel Murakami di Kafka sulla spiaggia. Anche Sebald in un segmento di Vertigine, una delle opere-documento che hanno cambiato il panorama letterario di fine Novecento, ha riportato Kafka (quello del fugace passaggio nell’Italia settentrionale) a soggetto narrato, puntando l’obiettivo sul suo rapporto con la malattia.  
E se di Kafka si è detto tutto, o quasi – vale sempre la pena gettarsi a capo fitto nella monumentale biografia in tre atti di Rainer Stach edita dal Saggiatore – non resta che provare ad analizzare l’influsso di tutto quello che può significare “di Kafka”, superando l’abuso dell’orribile aggettivo derivato. Che cosa resta, dunque, dopo Kafka?

In questo punto del catalogo – che forse si è trasformato in una mappa che contempla diverse zone ancora inesplorate – si potrebbe indicizzare Gli amanti di Franz K. di Burhan Sönmez, uscito presso Nottetempo nella traduzione di Nicola Verderame. Rispetto ai casi precedenti, lo scrittore turco di origine curda compie un’operazione diversa e per certi versi più sofisticata. La vicenda ruota attorno a un omicidio nel quale ha perso la vita un giovane studente di Berlino Ovest: il commissario Müller sta mettendo sotto torchio il principale indiziato, Ferdi Kaplan. Il soggetto del libro è plasmato sul Processo del Kafka scrittore ma ribaltato nello spirito e nella direzione d’indagine. Ferdi Kaplan (altro omaggio a Josef K. e K.) conosce i motivi del suo arresto e intesse un delicato rapporto con il suo interlocutore, invitandolo a concentrarsi sull’unica pista investigativa reale, quella della letteratura. Si è trattato di un incidente, un fatale errore, perché la vittima designata era un signore di una certa età, miracolosamente scampato all’assalto. L’obiettivo di Kaplan si chiamava Max Brod, il grande amico di Kafka, reo secondo il personaggio di Sönmez, di aver distrutto le volontà del praghese e non aver tenuto fede alla sua richiesta di distruggerne gli scritti dopo la morte. Kaplan e Müller si affrontano dunque in un dialogo di ascendenza platonica nel quale l’oggetto maieutico è proprio quel che resta dopo la tempesta, il concetto stesso di sopravvissuto: «Satana ha disobbedito a Dio al solo scopo di proteggerlo. È come il signor Brod che disobbedisce a Kafka per proteggere Kafka». Non per caso Primo Levi ha affrontato da sopravvissuto la traduzione del Processo.

Lo “scampato” del racconto di Sönmez non nutre alcuna sensibilità per quanto accade nelle fredde stanze della giustizia. Alla stregua del perfetto convitato di pietra, Max Brod aleggia senza apparire mai se non con una breve missiva nella quale informa gli inquirenti di non poter presenziare al dibattito e difende – fino a un certo punto – quelle scelte che sono costate la vita a un innocente («Kafka era il mio Dio e io avevo ignorato le sue volontà»). Con questa lettera Kaplan farà leva per dimostrare a Müller, in un colpo di scena finale, la bontà delle sue intenzioni e il vero mandante del crimine. Al netto di tutte le considerazioni messe in tavola dai protagonisti, il testo di Sönmez non lascia nel lettore alcuna certezza se non quella che il mondo si divide sempre fra vittime e carnefici, e che vittime e carnefici non si distinguono mai gli uni dalle altre. Come potrebbe essere altrimenti se si parla di Kafka?
Neanche girando a largo da quell’ombra incombente, dunque, si potrà meglio definire chi (o che cosa) è stato davvero Kafka e da dove sia giunto a noi. Sarebbe più facile ammettere che tutti i riusi del praghese servono a imprimere un senso, a lasciare un segno nella nostra visione delle cose, proprio come Franz diceva, con un’immagine divenuta celebre, di un libro: deve essere l’ascia che spacca il ghiaccio dentro di noi.

La colpa, la pena, l’esclusione sono le uniche certezze in cui continuiamo a imbatterci mentre tentiamo di accedere al Castello della nostra esistenza, o proviamo a raggiungere la nostra America, o proviamo a mettere il muso fuori dalla nostra Tana. Gli strumenti che Kafka ci ha fornito restano al di là dei suoi libri, proprio come K. che nel Processo avverte che la vergogna gli sopravviverà. Nel 1918 Franz, segnato ancora più pesantemente dalla tubercolosi, scriveva a Brod: «Carissimo Max, la mia ultima preghiera: tutto quello che si trova nel mio lascito […], diari, manoscritti, lettere, di altri e mie, disegni ecc., bruciarlo interamente e senza leggerlo». Senza leggerlo. Dobbiamo tutto questo a Brod? Il suo tradimento ha reso ingiustizia all’amico oppure ha regalato al mondo un universo letterario di cui ancora ci nutriamo? Neanche su questo punto Sönmez è rassicurante, anzi, in una perfetta sinfonia di slealtà e coscienza, di colpa e assoluzione, ogni movimento appare pienamente lecito, come nel migliore dei racconti á la Kafka.

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