C’è un modo piuttosto antinomioso d’esser autori. Ci si può affidare al foglio di carta bianca ai margini del cui spazio immacolato e profondo sta lo scrittore simile a un pescatore che cala la sua lenza in uno specchio di lago o nell’ansa di un fiume «senza capire, senza pensare nulla»… attende sul bordo e prima o poi ne trarrà sicuramente qualcosa di sostanzioso sotto il segno della libertà e dell’immediatezza; mentre per cert’altri scrittori è un processo quasi fisiologico fare esperimenti con ciò che hanno: di solito le persone, e se stessi. Essi rispondono all’appello che il reale gli rivolge – come scelta etica, e hanno coi loro personaggi lo stesso rapporto che i pittori hanno con i colori, il pennello, la tela. L’autore può lavorare con qualcosa che già esiste, come un’energia autonoma – il colore, lo sceglie, lo mescola, e in questa visione le persone reali mantengono una loro resistenza; se invece sono pennello, allora essi sono soltanto ciò che permette all’autore di lasciare la propria traccia sul mondo: in questo caso l’artista è sovrano: è l’atto più potente – e più violento – dell’arte; se le persone reali sono la tela, in questo caso l’autore traccia qualcosa che inevitabilmente si deposita su di loro. La resistenza della tela, la sua consistenza, il suo tessuto che si oppone, assorbe, restituisce, tutto questo rende il quadro vivo.
Ogni libro può essere quindi un trionfo d’attesa, o d’immaginazione o alchemico. In questo ampio alveo di esperimenti e “roman du Je”, firmati rispettivamente da Goliarda Sapienza e Armanda Guiducci, sono stati depositati due reportage: L’università di Rebibbia (Einaudi) e La donna non è gente (Rizzoli 1977, ora nuovamente in libreria per nottetempo col titolo Destini senza voce). In questi due libri, così distanti per ambientazione ma così speculari per profondità tematica, sembra d’assistere allo stesso movimento di un’anima femminile che, dalla cavità sotterranea della tradizione, tenta un cammino verso la luce, inciampando e risorgendo come se ogni passo fosse insieme memoria e invenzione.

Nelle pagine di Guiducci, la clausura è fatta di muri invisibili, più spessi delle pietre e più persistenti del sangue: è la cella simbolica dove ogni donna, prima ancora di parlarne, avverte il peso dei codici, delle ombre, delle genealogie spezzate; è un mondo occulto in cui la voce femminile respira sottoterra, con il timore di essere ascoltata e il desiderio d’esserlo davvero. In Sapienza, in quella prigione che è carcere e, insieme, scuola nascosta – scuola di vita – la cella assume un’altra declinazione: la vita collettiva – un corpo fatto di altre donne – offre l’occasione di una conoscenza che non passa per la dottrina, ma per la porosità della pelle, da un sorriso o da un urlo. E così due mondi si toccano proprio nel punto in cui si credevano più lontani: nella consapevolezza che la reclusione, quando si fa luogo d’ascolto, può trasformarsi in un laboratorio di metamorfosi. Le donne di Guiducci, intrappolate nella tela dei simboli, sembrano chiamare da un’altra epoca quelle di Rebibbia. Nulla che sia radicato nel mito familiare o nella società può essere abbandonato senza conseguenze, ma apre, nel punto più oscuro della reclusione – cui sono condannate le donne d’entrambi i libri, orfane d’un linguaggio che potesse lasciare traccia della loro emotività nella storia – una fessura d’aria da cui entra un sapere nuovo, un sapere conquistato in comune. Dove la tradizione prescrive la punizione, Sapienza fa nascere una solidarietà che non assolve ma accomuna; dove la genealogia materna è ferita e muta, si forma una maternità orizzontale, che genera sorellanza. In La donna non è gente, Armanda Guiducci compone un coro che è al tempo stesso inchiesta sociologica, racconto etnografico e contro storia dell’Italia contadina, interrogando le pieghe più oscure e sedimentate della cultura patriarcale. Il libro si struttura come una discesa nel “basso mondo” dell’esistenza femminile, nelle voci raccolte in case, cortili, campagne, dove la vita delle donne appare inscritta in un intreccio di lavoro, superstizione, maternità compulsoria e sapere arcaico, proprio quel sapere arcaico che va perduto perché è mancata la consapevolezza della sua rilevanza. Guiducci attraversa questi territori senza mai assumere lo sguardo del folclore: descrive un universo vivo, stratificato, denso di pratiche quotidiane che definiscono l’identità femminile.
Ricorrono le genealogie interminabili di figli, che non segnano la fecondità ma la cancellazione del sé; i rituali attorno al parto e allo svanire del latte, l’occulta gestione della placenta, da seppellire accuratamente per non compromettere il futuro del bambino; i sussurri sul malocchio, sulle streghe, sui riti di purificazione che si moltiplicano nelle feste patronali dove il sacro si mescola al pagano, e tutta quella costellazione di credenze che nel Centro Sud italiano ha costituito per secoli il vero codice normativo delle donne, più potente e vincolante della legge civile o canonica. Guiducci organizza il materiale come un mosaico di micro-storie che rivelano un’unica verità: che la comunità patriarcale, dietro la facciata della tradizione, fondava la propria coesione sull’espropriazione radicale del corpo femminile, trasformando le donne in custodi di un sapere che neppure apparteneva loro, e vittime di un destino che si riteneva naturale, di una disumanizzazione che è stata trasmessa – attraverso miti, rituali, superstizioni – con la forza di una pedagogia segreta e millenaria. Ma quello che attraversa La donna non è gente non è soltanto la brutalità del patriarcato contadino, ma qualcosa a volte di sognato e desiderato, in un tentativo redivivo: è la sua atmosfera magica, quella nube di simboli che avvolge le vite delle donne come una seconda pelle, più antica e più resistente della storia. Il Sud è una camera d’eco in cui sopravvivono riti arcaici, immagini pagane, e un pensiero analogico che non distingue nettamente tra corpo e cosmo, tra malattia e sortilegio. In questo paesaggio la magia è una struttura mentale, un cifrario invisibile che modella il significato degli eventi e delle relazioni. Guiducci ne restituisce la sospensione metafisica: la sensazione che la vita delle donne, pur immersa nel lavoro più duro, sia circondata da un sovrannaturale quotidiano, un mondo in cui ogni gesto si trasfigura in rito, formula segreta, atto di propiziazione o difesa. Per questa ragione il libro non documenta soltanto un sistema di oppressione: ne riporta anche l’incanto ambiguo, quella bellezza oscura che nasce quando la miseria e il mito si intrecciano, producendo una sorta di cosmologia domestica in cui il reale e l’immaginario non si distinguono più, e la donna diventa l’asse silenzioso su cui ruota l’intero mondo. La fierezza, degna di una Cordelia di Shakespeare, con cui si impongono le donne a cui dà voce, ci fa credere che la mortificazione sia solo uno dei modi che abbiamo per definire noi stessi, proprio perché oltre ai tratti unitari e netti disegnati nel rispetto delle convenzioni più antiche che ci ostiniamo a vedere e ad amare nei libri – proprio perché nella combinazione di istinto e spirito ci ostiniamo a vedere la “personalità” – esse sono soggetti, veri soggetti, incerti, mortali, bergsoniani, che si aprono come una fisarmonica e producono una musica misteriosa. Contadine quali sono, vengono spinte a confrontarsi con destini e interrogativi del più grande peso, e non ci sembrano mai schiacciate completamente dall’ignoranza, non si perdono mai d’animo. Eppure noi oggi siamo condannate a vedere come la fede e il corpo delle nostre antenate diventano pallidi e trasparenti spettri.
Intanto, nel «regno dell’estrema chiarezza apparente», dove «tutto rimane occulto e insondabile», Goliarda Sapienza rovescia il senso comune della prigionia. Il carcere, in L’università di Rebibbia, non è solo un luogo di detenzione ma una lente che ingrandisce, fino a renderle insostenibili, le verità taciute della società libera. Fuori, nel mondo «dell’ergastolo sociale distribuito nelle rigide sezioni delle professioni, del ceto, dell’età», l’individuo è rinchiuso in recinti invisibili, travestiti da libertà. Dentro, paradossalmente, il carcere si fa spazio di incontro, di sincerità obbligata, di comunione umana. Ciò che Sapienza osserva con lucidità quasi mistica è la fusione tra esperienza e utopia: fra le donne di Rebibbia, giovani e anziane, colte e analfabete è lecito un contatto che nella società è divenuto impensabile. Il carcere restituisce all’esistenza una biologia del senso, che è anche quanto cerca di ricostruire Guiducci, un ciclo in cui «il passato si fonde col presente senza frattura di morte». È qui che le autrici intravedono un’energia rivoluzionaria: non quella ideologica, ma quella dell’umano che si riconosce come parte di una collettività viva, che sente e reagisce all’unisono, in cui ogni nota stonata dissona nella sinfonia, per cui nessuna può veramente essere lasciata indietro. La prigione diventa una micro-società utopica, dove la solidarietà non è un principio astratto ma un istinto condiviso. La «memoria del carcere» è tramandata oralmente, come un sapere antico, quasi matriarcale che unisce lavoro manuale, astuzia, cura e capacità di adattamento. È un sapere che discende da secoli di servitù che per Sapienza, come Guiducci, non va dimenticato: «Non bisogna dimenticare il nostro passato di schiave». Dietro questa frase si cela una verità profonda: il femminile come custodia di una memoria del vivere, come consapevolezza che la sopravvivenza non è mai solo individuale ma relazionale, che la vita si regge su un equilibrio di dipendenze reciproche. Nel mondo esterno, oramai, la libertà coincide con la solitudine: «libertà che ha il solo vantaggio d’essere lasciati a morire soli». Non c’è vita senza lo specchio degli altri, ecco il nucleo etico della sua filosofia. In questo specchio collettivo ogni donna ritrova la misura della propria verità, lo spazio per nutrire la propria libertà interiore dove ciascuna, privata oramai d’ogni maschera, può vedersi per ciò che è.
Sapienza sente la forza che, nella massima costrizione, regala quello sguardo avulso da ogni finzione, lontana da quel mondo libero che è ergastolo invisibile, meccanismo di sezioni e caste, dove la vita è divisa e sterilizzata. Dentro, la verità torna invece a essere un’esperienza comune, il carcere diviene un ventre, un luogo dove la storia si disfa e ricomincia in un ritmo biologico, circolare, nel contatto quotidiano tra chi ha vissuto e chi ancora non sa vivere, in una rivoluzione silenziosa che passa da corpo a corpo, da sguardo a sguardo. È il sapere delle schiave, quello che il mondo moderno ha disprezzato come debolezza, ma che qui diventa forza, resistenza, arte di sopravvivere, ed è la lezione che ci danno entrambe le autrici, d’essere vive nella rete invisibile delle presenze. L’università di Rebibbia è una meditazione sulla trasparenza, laddove ogni natura emerge impietosa, luminosa, ineludibile, trasfigurata dalla paura atavica che appartiene alle donne. Il terrore della galera è il terrore di non poter più tenere in piedi la costruzione ideale di noi stessi; una volta che la costruzione crolla, Rebibbia diventa università, una chiesa laica cui massimo ideale è che la vita non è un diritto ma una relazione. Nella loro scelta del soggetto, nella loro naturale arroganza, nella loro naturale docilità, la visione acquista la sua assoluta integrità, e con essa la qualità più essenziale dell’opera d’arte. La donna non vuole più perorare e protestare sterilmente quando scrive, vuole anzi salvare se stessa, e insieme a sé riportare un ritratto fedele, bianco, il cui impatto con il vissuto possa riportare la figura femminile alla sua radicale e vera naturalità, segnandone così l’effige.

Una lezione molto simile si trova in Resurrezione, in cui Tolstoj colloca il carcere come dispositivo rivelativo attraverso cui l’individuo decanta la propria coscienza, risorgendo a una verità morale che la società, con le sue convenzioni anestetiche, aveva reso inattingibile. Goliarda Sapienza opera un gesto analogo ma più radicale: non solo l’individuo, ma la collettività marginalizzata si rigenera sottratta alle maschere del “fuori”, si manifesta come luogo di una libertà più autentica del mondo libero, quasi fosse una libertà del chiostro. Il carcere è il controcampo in cui la società rivela la propria insufficienza etica, impotente davanti alle richieste e ai mille bisogni dell’individuo. È la comunità esterna a risultare moralmente carcerata. Qui si avvicina alla diagnosi di Armanda Guiducci: ciò che è relegato ai margini, non è l’eccezione patologica dell’organismo sociale ma la sua verità strutturale. Proprio nella convergenza di questi tre sguardi – lo spirituale, il collettivo, il politico – il carcere diventa non solo luogo di pena, ma scena epistemica in cui l’umanità, nella sua gerarchizzazione violenta, viene finalmente smascherata. Ci scontriamo con una lucidità che ci sorprende quando ci sembra di aver letto più di ciò che l’autore ha scritto. Ma questa evanescenza, che è quasi magia, non nasce dal vuoto: richiede che il saggista abbia macinato la sua materia fino a farne polvere sottile, senza mostrare lo sforzo. In questo, la scrittura femminile ha una struttura e una gestazione che conduce in un corridoio di specchi dove ogni riflesso è un’idea, senza mai sentire il cigolio dell’ingranaggio che li muove. La storia è fatta dagli uomini, ma la vita è fatta dalle donne, padrone dell’igiene. Intere generazioni di bambine si placano soltanto nel sogno infantile di una ribellione assoluta. In un gesto tanto umile come pulire lo specchio, scrivere un libro, si ripete quella stessa ambizione della mente umana: lucidare la superficie del reale con inclinazione quasi liturgica affinché qualcosa, anche un barlume, possa riflettere una chiarezza più grande di noi. È una magia sobria, non una rivelazione clamorosa ma il bagliore improvviso su una superficie appena ripulita, che ci fa credere, per un attimo, che la nostra mente non sia soltanto un deposito, ma una fucina in cui è possibile creare qualcosa dalla materia increata dell’anima.
Nella genealogia sotterranea del pensiero femminile – quella che scorre parallela alla storia ufficiale dell’emancipazione – ricorre con ostinata precisione un’idea che smonta ogni lettura lineare di libertà: che esistono donne interiormente libere anche laddove la condizione materiale è di costrizione, e simmetricamente donne irrimediabilmente schiave nel pieno delle società democratiche. Cristina Campo chiamava questa irreperibile condizione «aristocrazia interiore». Hannah Arendt la riconduceva alla capacità originaria di iniziare qualcosa di nuovo. Agnes Heller alla scelta rara di non interiorizzare i valori dominanti. VirginiaWoolf alla resistenza contro lo sguardo maschile introiettato, Maria Zambrano a un sentire primigenio che sopravvive alla disciplina della storia. La donna non deve essere semplicemente libera dall’uomo, ma guida della propria direzione morale, capace di non violarla in nessuna circostanza, essere superiore al desiderio di andare semplicemente contro la società – finendo in prigione – ma oltre la società. Tutte convergono nel medesimo punto: la libertà non è attributo sociale ma un principio ontologico, un temperamento della mente che precede la legge, la cultura, perfino la coscienza di sé, e che anche le contadine, le operaie più povere e sfruttate non hanno mai perduto – anche se non ha lasciato traccia, perché è una forza vitale connaturata alla forza della donna. Così, l’oppressione materiale non coincide mai completamente con la servitù interiore, e la prigionia – carceraria, domestica o simbolica – diventa per molte pensatrici il teatro paradossale in cui la libertà si lascia vedere più nitidamente: non come rivendicazione ma come fermezza dell’essere. In questo rovesciamento, la storia delle donne appare non come il passaggio dalla costrizione alla libertà, ma come il progressivo disvelamento – lungi dalla temporalità – di una libertà che era già li: clandestina, inascoltata, eppure indistruttibile, che si misura nella costruzione lenta e invisibile di uno spazio morale. Le donne hanno affinato un senso della realtà irriducibilmente femminile: non il sentimentalismo attribuito dalle caricature maschili, ma una lucidità etica, una capacità di vedere nel dettaglio infimo il disegno intero di un’epoca – o il suo tramonto. La libertà più autentica non è quella che si esercita, ma quella che si custodisce, non quella che si proclama, ma quella che si pratica segretamente, dentro il gesto minimo con cui si salva un’idea dalla confusione del mondo.
L’inganno più persistente del Novecento: l’idea che le donne, per essere veramente visibili, debbano prima attraversare il loro stesso fantasma. Le donne di Guiducci, che vivono tra superstizione, maternità mitologica e un silenzio così fitto da sembrare un materiale geologico, e quelle di Sapienza, che lottano a Rebibbia per trasformare la pena in una sorta di università rovesciata, sembrano appartenere a universi incompatibili. Eppure sembrano far parte dello stesso libro: entrambe tradiscono la stessa, ostinata tenacia: quella di chi sa che, per dire la verità, bisogna prima liberarsi dei modi in cui il mondo ha deciso di raccontarla. Il dramma non è mai stato la prigionia, bensì l’educazione alla prigionia: quel modo untuoso e millenario con cui si insegna alle donne che la libertà è sempre un altrove, un dopo, un «non adesso». Guiducci e Sapienza lo smantellano da due lati opposti: una perforando le tradizioni come reliquie, l’altra crepando a colpi di voce il grande fraintendimento sociale. Una libertà che non chiede più di «contenere» il mondo, né di esserne contenuta, ma di rompere la forma, come un corpo che rifiuta la postura che gli hanno imposto, esplicitando coraggiosamente, facendone così un mezzo di conoscenza e un oggetto d’analisi, e staccando da sé un’immagine falsamente onnipotente per riconsegnarla al laboratorio incandescente del femminile, dove il destino delle donne viene messo alla prova come un reagente rarefatto: non per determinarne la forma, ma per vedere quale altra figura, inattesa e irriducibile, sia ancora capace di sprigionare.