Ho conosciuto François nel duemila, alla mia prima partecipazione alle riunioni dell’Atelier du Roman, la rivista diretta da Lakis Proguidis, incontri che si tenevano il primo martedì del mese al Lucernaire. C’erano Sempé, Dominique Noguez, Benoît Duteurtre, Milan Kundera, Béatrice Commengé e soprattutto Massimo Rizzante che mi aveva trascinato a sera con sé in quel mondo letterario in via d’estinzione ma che ancora resisteva allo spirito del tempo. François Taillandier, considerato dalla critica transalpina come una figura di spicco del nouveau réalisme francese, ha da poco pubblicato il suo nuovo libro, L’expérience littéraire.
Per l’occasione, lo abbiamo incontrato per il pubblico italiano.

François, quale miglior interlocutore per spiegare ai miei connazionali di Limina la virtù – o il vizio – dell’evento dell’anno più atteso dal mondo del libro e dei lettori: la rentrée littéraire.
La prima cosa che mi verrebbe da dire è che non è stato sempre così. Nel 1910 o nel 1850 non se ne parlava affatto, di rentrée littéraire. È una tradizione che ha preso piede un po’ alla volta. Io, invece, ne ho memoria da sempre. Ho cominciato a scrivere circa quarant’anni fa, e questa cosa c’era già. È un numero impressionante di pubblicazioni, romanzi, opere letterarie, seguite dai grandi premi letterari. Ci sono i romanzieri alla prima opera, su cui si pubblicano benevole recensioni, e a seguire les grands prix littéraires.
Sono cose a cui non faccio più caso, però a colpirmi e a rattristarmi un po’ è il fatto che si possano pubblicare quattro o cinquecento romanzi tutti insieme.Per dire, l’altro giorno ero in una grande libreria di Parigi di cui non farò il nome e c’era già una locandina con la segnalazione dei titoli dei cinque o sei romanzi “imperdibili” della rentrée! Ne erano stati pubblicati quattrocento e, già dalla prima settimana di settembre, alcuni librai ti segnalano quali sono i sei che contano. Come non chiedersi allora: chi li ha selezionati? E come? Non lo sapremo mai.

Ma dove trovare il tempo per leggere tutti quei romanzi per poterne consigliare ai lettori i cinque che contano davvero?
Ovviamente è impossibile. Quindi c’è qualcosa che non va in tale sistema. Qualche anno fa ho scritto un articolo su Le Figaro intitolato Rentrée littéraire: et si on faisait le mur! Nonostante molti siano d’accordo, nessuno riesce davvero a immaginare come poter cambiare un sistema così profondamente assurdo. Tre quarti di ciò che si pubblica è votato al macero. Dopodiché arrivano i grands prix, con i vari giochini per spingere un autore o una casa editrice piuttosto che un’altra. Un libro che funziona alla Rentrée ha buone probabilità di ritrovarsi candidato a un premio importante, tipo il Goncourt, solo per citarne uno. Tutti ne siamo stati testimoni. Chi segue da vicino queste dinamiche fa pronostici: sarà questo, sarà quello. A volte sbagliano, certo. Le giurie non sono poi così completamente condizionate.

Tu hai avuto belle esperienze con i premi letterari: il Prix Roger-Nimier per Les Nuits Racine, quello della Critica dell’Académie Française per Aragon 1897-1982, «quel est celui qu’on prend pour moi?» e il Grand Prix du Roman dell’Académie Française per Anielka, nel 1999…
All’epoca avevo un editore che conosceva bene le dinamiche dei premi, e desiderava che ne vincessi uno. Così si è dato da fare.
Il tuo nuovo libro, invece, è uscito in queste settimane in piena réntrée 2025.
Per il mio ultimo libro non ne ho pianificato la pubblicazione. È solo un caso che sia uscito in concomitanza con la réntrée. Non mi va più di giocare a quel gioco, ho soltanto voglia di scrivere quel che mi piace. Sono felice di avere un editore a cui piace quel che scrivo, ma è pur vero che per molti anni anch’io sono stato prigioniero di questo sistema. Per farsi conoscere, dovevi per forza essere candidato a un premio letterario. A me è capitato con il Nimier e con l’Académie Française e ne sono stato felice. Cos’altro aggiungere? Questo sistema però è inquietante. Penso ai librai, soprattutto a loro: sommersi da pubblicazioni che, gli si dice in partenza, potranno restituire agli editori assai in fretta insieme alle rese. Perché a loro non sarà servito a nulla. E penso ai tanti autori che sperano, ma che sono morti sul nascere. Davvero, preferirei che non ci fosse una rentrée letteraria. I libri devono uscire, certo, ma non necessariamente in quel contesto, e devono essere letti, per quanto possibile, non in funzione della rentrée.

L’aspetto positivo di questo tipo di eventi è la capacità di spostare un po’ i riflettori sul mondo dei libri, non trovi?
Certo, mette un po’ di pressione positiva, se così si può dire. Ha il vantaggio di dare un ritmo alla vita letteraria. Cosa che si ripete, in più piccolo, con la rentrée di gennaio, che però, nel petit monde littéraire, si dice sia riservata agli autori già affermati. A proposito di rentrée: mi ricordo una conversazione con un ex direttore finanziario di una grande casa editrice di cui non farò il nome, che mi confessò come circa il 40% dei libri da loro pubblicati venisse mandato al macero. Ora ditemi se conoscete un’industria che distrugge il 40% di ciò che produce. Te lo immagini un costruttore di automobili che rottama il 40% delle proprie vetture prima ancora che siano state guidate? Per non parlare del fatto che passare inosservato durante la rentrée letteraria può essere umanamente devastante per uno scrittore, soprattutto quando capisce di essere stato eliminato dal gioco senza essere nemmeno stato letto con attenzione.
A proposito del mondo dell’editoria, della grande editoria, mi viene in mente una conversazione avuta con Michel Déon un po’ di anni fa, durante un incontro dell’Atelier du Roman. Mi era parso molto amareggiato dal fatto che ormai i suoi libri si pubblicavano e si vendevano soltanto per il suo nome. Non c’erano più scambi con l’editore: nessuno che seguisse il romanzo, che lo commentasse, che lavorasse con l’autore per migliorarlo. Lui mandava il manoscritto e tel quel sarebbe andato in stampa. Il cerchio si chiudeva in una forma d’indifferenza.
Michel Déon ha avuto, agli inizi della sua carriera, editori come quelli de La Table Ronde o Gallimard, che seguivano da vicino i suoi libri. Verso la fine, volevano solo assicurarsi la presenza di un autore di prestigio, un nome che avrebbe fatto catalogo. Durante la mia vita letteraria io ho avuto l’enorme fortuna d’imbattermi in Jean-Marc Roberts, della collana “Bleue” di Stock. Si fidava di me. Ricordo che nei contratti non veniva indicato nemmeno il titolo del mio nuovo libro, ma solo la dicitura “prossimo romanzo”. Non sapeva cosa avrei scritto, ma leggeva! Ricordo quella volta in cui avevo messo nella prima versione di Des hommes qui s’èloignent (1997), a proposito di un personaggio femminile: «Cominciava a pensare che lo amava». Poi, sulle bozze, avevo modificato in: «Cominciava a pensare di essere innamorata di lui». Un mese dopo, durante un pranzo con la squadra commerciale, Jean-Marc mi sfiora il gomito e mi dice: «Ho letto le bozze, ho rimesso “lo amava”. È meglio così». Aveva letto una prima volta e riletto tutto per una seconda volta. E ho pensato: ecco qualcuno che si interessa davvero a quel che scrivo.

Di colpo gratificante, soprattutto per la storia.
Certo. Questo deve fare un editore. Per il mio ultimo libro, pubblicato da L’Observatoire, mi è successo lo stesso. Ho mandato la prima versione del manoscritto a Muriel Beyer, un’editrice nota e rispettata nell’ambiente. L’ha letto e pochi giorni dopo mi ha detto: «Va benissimo, François, ma qui parli solo di te e della tua vita di scrittore. Prova a raccontare il mondo dei libri, la situazione attuale della letteratura, come trasmettere il gusto della lettura. Dicono che la gente non legge più, che non capisce, che c’è l’intelligenza artificiale: che ne pensi tu?». Da lì ho ripreso tutto in mano e ho sviluppato un altro tipo di narrazione. Un vero editore è qualcuno che sente quello che abbiamo dentro e ci dà quella spinta necessaria per tirarlo fuori.
Sa come toccare le corde vitali della creazione letteraria.
Proprio così.
Il titolo del tuo nuovo libro è L’expérience littéraire. Perché non “la vita letteraria”?
Perché la vita letteraria è esteriore; l’esperienza letteraria è intima. Cosa ci danno i libri che ci hanno affascinato? E perché, a un certo punto, ci mettiamo a scrivere a nostra volta? Ricordo che a dieci anni leggevo i romanzi di avventura come Le avventure di Bob Morane. Sulla quarta di copertina c’era la foto dell’autore, Henri Vernes, davanti alla macchina da scrivere. E mi sono detto: «Voglio essere come lui». Non avevo la minima idea di cosa avrei scritto, ma quando ho fatto la maturità i miei genitori vollero farmi un regalo. Ho chiesto una macchina da scrivere. Ho imparato a usarla, e così ho scritto un piccolo romanzo. Il via era stato dato. In fondo non ho mai capito perché desiderassi così tanto essere quel signore che scrive libri!
Pubblichiamo di seguito un estratto del libro Il caso gentile di François Taillandier tradotto dal francese da Francesco Forlani.

***
I punti di partenza, come la stessa parola ci dice, rappresentano ciò da cui ci si allontana. La città in cui è ambientato questo romanzo non è il capoluogo piemontese, la reliquia di cui si parla non è “La Sacra Sindone di Torino”, e il capitano Gentile non è il vigile del fuoco che lastrappò alle fiamme nel 1997.
Ecce deus fortior me.
L’iconoclasta
Quando il capitano Gentile, con occhio vago e passo esitante, si presentò al comando regionale dove, sin dal giorno successivo ai fatti, lo avevano convocato d’urgenza, fu immediatamente accolto e scortato nei corridoi, quasi bisognasse vegliare sulla sua incolumità. Gli sguardi la dicevano lunga: stupore, inquietudine; un minimo di disapprovazione.
Solidarietà, anche, una solidarietà incrollabile, per quanto severa. Una virile sollecitudine. Aveva vacillato, è vero; avrebbe dovuto renderne conto, ma lo avrebbero aiutato a rialzarsi. Non erano forse tutti parte di una confraternita, in cui ogni membro si trovava quotidianamente esposto a ogni sorta di pericolo, fisico o morale?
Sì, certi sguardi, certi atteggiamenti possono, da soli, esprimere tutto questo, ed è proprio quanto testimoniarono, quel giorno, al capitano Gentile.
La vicenda era tutto fuorché banale, e il capitano Gentile non era affatto un pompiere qualunque. Il servizio prestato fino ad allora, l’eroica impresa compiuta un anno prima, che aveva dato lustro all’immagine dell’intero corpo dei vigili del fuoco, giustificavano, se non un trattamento di riguardo, quanto meno un’attenzione particolare.
Il maggiore, responsabile del reparto medico‐psicologico, al quale venne indirizzato in tutta fretta, ebbe con lui un colloquio durante il quale Gentile, benché di poche parole, si mostrò pienamente consapevole del proprio atto, che descrisse con lucidità. Certo, non forniva spiegazioni, ma ammise di essere depresso. Riconobbe di aver bisogno di aiuto. Accettò a priori le decisioni che lo avrebbero riguardato. L’ufficiale medico rimase pensieroso. Gentile non si spiegava, ecco il punto. Né tanto meno si scusava. Sottomesso, sì, quanto volevano, ma per niente pentito, neppure imbarazzato. Non negava di aver commesso un’infrazione; acconsentiva a tutte le misure che sarebbero state prese, ma soltanto, era questa l’impressione, perché lo si lasciasse in pace. E sfuggiva così un lato della sua personalità e del suo atto.
Dopo qualche esitazione, il medico si risolse comunque a lasciar correre. Forse era meglio non scavare troppo. La ragione, il movente, le cause, tutto questo restava oscuro, ma in fondo il tipo sembrava di buona volontà; con il beneficio del dubbio e senza acrobazie troppo vistose né una malafede troppo lampante, si dovevano poter combinare una serie di ingredienti attenuanti, una certa solitudine affettiva, lo stress legato alla professione, le tensioni della vita cittadina, riuscendo in tal modo a calmare le acque.
Espose a Gentile il suo modo di vedere le cose, evitando accuratamente di lasciar trasparire i suoi dubbi.
‐ Ciò non toglie che la commissione disciplinare debba riunirsi. Ma, senza volermi sbilanciare troppo, ritengo che si atterrà al mio giudizio, e che le decisioni prese saranno ponderate.
E così fu. Al termine della comparizione davanti al solenne pretore, dal quale il suo amico Guido, delegato sindacale, benché tenuto alla massima riservatezza, manifestò con sguardi eloquenti il proprio sostegno e la propria fiducia, vennero dati al capitano Gentile due mesi di ferie straordinarie (si evitò la sgradevole espressione“sospensione”). Lo stipendio fu mantenuto all’ottanta per cento. Da parte sua, egli s’impegnava a fornire i certificati di un “follow‐up psicologico” regolare, a cura di un medico di sua scelta, e a mantenere le quattro ore di allenamento che normalmente formavano parte dei suoi obblighi di servizio.
Per la comparizione di fronte al tribunale correzionale, gli avrebbero fornito un avvocato; secondo il giurista di turno, si poteva sperare in un rilascio, con la riserva che venissero rimborsati i danni causati.
Gli fu fatto notare che, ovviamente, qualsiasi recidiva, così come ogni reato affine (ubriachezza su strade pubbliche, eccesso di velocità, tafferugli notturni, risse…) avrebbe costretto i suoi superiori a riconsiderare il caso con meno indulgenza. Ma erano tutti fiduciosi: si “sarebbe ripreso”, ne erano certi.
Severi, ma generosi. I pompieri le cose le facevano proprio come si deve. Gentile, sull’attenti, approvò, con un laconico “grazie”. Un anno prima, il capitano Gentile si era guadagnato l’ammirazione e la gratitudine generali strappando alle fiamme, in una cappella invasa dal fumo, la misteriosa reliquia che da quattro secoli vi era conservata, comunemente chiamata la Sacra Sindone. Come fosse scoppiato l’incendio, rimaneva un mistero; ma, scatenato e alimentato dalle vernici e dai prodotti solventi lasciati in vista dal restauro degli antichi rivestimenti in legno, si era esteso alla tribuna, agli stalli e ai tappeti. Gentile si era lanciato in quel forno. Essendo riuscito (impresa quasi inaudita) a infrangere a colpi d’ascia il vetro blindato che proteggeva il sacro panno, era tornato indietro, soffocando e vomitando, dopo essersi lussato un ginocchio mentre scendeva, senza vedere nulla, i tre scalini del coro. La Santissima Tela era salva.
Ora, lo stesso uomo si era appena abbandonato, nella stazione di Porta Nuova, ad atti di vandalismo apparentemente correlati a uno strano rapporto di simmetria con l’eroico gesto: armato di un tubo innocente trovato in un cantiere lì vicino, si era avventato contro le vetrine di alcuni cartelloni pubblicitari, ed era riuscito a frantumarne un certo numero prima che gli addetti alla sicurezza, di guardia nei paraggi, intervenissero tempestivamente e lo portassero in commissariato.
Non aveva opposto alcuna resistenza, né presentava alcun segno di squilibrio o di ubriachezza, e si era comportato in modo del tutto irreprensibile. Aveva riconosciuto il proprio atto senza reticenza. «A me sono anni che i cartelloni così mi urtano», aveva dichiarato riguardo al suo movente; non una parola di più. Aveva firmato tutto quello che gli si chiedeva di firmare, per poi essere rilasciato un’ora e mezzo dopo.
Vigilanti e poliziotti erano rimasti perplessi di fronte a quel tipo proveniente da una professione simile alla loro, dall’aria mite, ragionevole, equilibrata, e che ciò nonostante si era reso colpevole un attimo prima di un gesto tanto violento quanto assurdo: e si trattava di una contraddizione che avrebbe al tempo stesso determinato l’indulgenza e suscitato l’inquietudine dei suoi superiori.
Intervista a François Taillandier tradotta dal francese, uscita sul numero 62 della rivista Focus In
Copertina: © Philippe Matsas/Edizioni Stock